Discomfort
MONUMENTO AL CADERE
di Davide Ricco

Monumento al Cadere, Palermo 2017 (Foto S. Galegati)

L’operazione di Stefania Galegati si attua nell’ambito di Rizòmata, un progetto artistico ideato e organizzato da Cosessantuno Artecontemporanea col patrocinio del Mibact, a cura di Antonella Marino. Il programma propone un confronto reticolare tra saperi e punti di vista, che focalizza l’attenzione sui “beni comuni” naturali e culturali.
In sintonia con un’idea di arte come processo di interazione col reale che si interfaccia con le esigenze e le emergenze ambientali e sociali, la Galegati propone una modalità partecipata di relazione con il territorio: attraverso l’apposizione di una targa in marmo e una doverosa cerimonia inaugurale con tanto di taglio del nastro da parte dell’Assessore alla Cultura del Comune di Palermo, avvia la monumentalizzazione di un ceppo di pino marittimo abbattuto dallo scirocco e segato dagli addetti alla manutenzione del verde pubblico. Decide così di dare nuova vita a un grosso pezzo di legno destinato alla rimozione facendone un fulcro propulsore di una serie di interventi, nella logica dell’inclusione e della condivisione.
In una prima mail rivolta a una serie di amici Stefania spiega:

«Il progetto deriva da una riflessione sui monumenti e gli antimonumenti.
Parte da un incontro con un pezzo di legno. Un pezzo di tronco e le radici di un vecchio pino sul lato Palazzo Reale di Piazza Indipendenza a Palermo.
Un pezzo di legno è un potenziale per una storia, per un fuoco, per un nido di animali, per un tavolo da gioco, per un’opera, per un monumento.
E’ un luogo vuoto che chiama una definizione perché è un luogo in attesa.
Non è più definito dall’essere un pino marittimo decorativo. E’ un albero rotto e morto quindi probabilmente non è neanche più un albero. In inglese, che è una lingua più pratica dell’italiano, le cose che perdono la vita spesso cambiano anche nome (corpse/body, cow/beef, pig/pork).
È un oggetto/spazio irrisolto per la violenza che è stata necessaria a far cadere il grande albero, per il senso di pericolo e instabilità che ha lasciato, per la decontestualizzazione delle radici che guardano verso l’alto, per l’ombra che viene a mancare.
L’idea è di quella di fare una o più consulenze collettive con personaggi eccellenti scelti per ragioni varie e decidere come e se intervenire su questo potenziale.»

L’attenzione verso la realtà sociale e la collettività sono un aspetto cardine della multiforme produzione artistica di Stefania Galegati. Al centro della sua poetica sono l’attrazione per il “dietro” e il “sotto” delle cose, l’attitudine a partire dalla quotidianità e dalle sue tante storie per raccontarle “con occhio sghembo”, distorcendo la banalità dell’apparire in modo da generare uno stordimento della visione che ribalta il senso comune1.

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Del monumento e dell’antimonumento
L’idea che gira intorno ai monumenti non è nuova per Stefania Galegati. Racconta ancora l’artista:

«La riflessione sui monumenti e gli antimonumenti mi perseguita da tempo. Prima ho svolto una vasta ricerca su quelli dedicati a Garibaldi dall’Argentina agli Stati Uniti, al più piccolo borgo d’Italia; poi ho raccolto una serie di scritte spontanee trovate in giro per il mondo – dalla proclamazione delle nascite negli ospedali del Sud alle ingiurie verso sistemi malfunzionanti, da scritte d’amore a frammenti di poesia -, vi ho letto la necessità di lasciare un segno, di intervenire sullo spazio pubblico e trasformarlo in linguaggio. Dal 2012 ho realizzato una serie di scritte in pittura bianca su strada. Sono storie, sempre legate al luogo che le ospita. Alcune sono ancora ben visibili, altre sono sparite con il camminamento in breve tempo. Il monumento ‘classico’ rende certe persone eroiche, santifica e giustifica la morte violenta di alcuni, punta l’attenzione su categorie speciali, ma sempre racconta ed è un punto di partenza per una narrazione. Le storie scritte a terra nelle città sono una specie di monumenti dipanati, che si allungano nel tempo della vita delle persone e le trasportano da qui a lì, a volte facendogli girare la testa e perdere l’equilibrio.»

Il ceppo di pino marittimo con le radici per aria è in un’aiuola di Piazza Indipendenza, non lontano dall’imponente obelisco progettato da Giovan Battista Basile per celebrare i Martiri della Libertà. La dicotomia balza agli occhi subito: un monumento per testimoniare la memoria dei caduti nelle Guerre d’Indipendenza e uno – essere un tempo vivente – per proiettare il presente nel futuro di chi ha ancora la possibilità della caduta e la certezza, spostata in avanti nel tempo, della finitudine.
Il monumento ha caratteristiche peculiari: è imponente, celebrativo, costruito secondo gli stilemi estetici e architettonici delle diverse epoche. Ha un’utilità, serve a ricordare, solitamente grandi avvenimenti o personaggi illustri. È progettato, studiato, così come la memoria che dovrà portare avanti, la sua costruzione implica anche una selezione dei ricordi da tramandare e di quelli da tralasciare – una delle epigrafi dell’Obelisco di Basile recita: “Ai troni infranti, alle spezzate catene, sopravviva il ricordo dei martiri” – tale selezione implica una dimenticanza voluta2. L’antimonumento è esente da tali compiti, è un oggetto svuotato del significato, pagina bianca da scrivere o disegnare o piegare, da trasformare in altro da sé. È spazio non limitato, da creare, modulare, accrescere o diminuire. Non è una cosa sacra a nessuna ortodossia. Se il monumento serve a rimembrare i morti ai vivi, o il suo compito è monito della finitudine, quello al Cadere non è utile né decorativo. Non raccoglie alcuna memoria selezionata, si fa anzi raccoglitore di parole da non dire, pensieri da non pensare, paure, disagi.
Il Monumento al Cadere non è studiato, non l’ha progettato o costruito l’uomo, se non nella piantumazione del pino e nel taglio del tronco divelto dal vento. È un grosso ceppo di legno, nulla più. La monumentalizzazione dovrà avvenire attraverso un uso pubblico cosciente e attraverso produzioni e attribuzioni di senso da parte degli artisti e non solo. Gli anziani giocatori di carte, frequentatori abituali della piazza hanno accolto di buon grado l’idea, considerandola un gesto di cura nei loro confronti e in quelli del luogo; la geolocalizzazione su Google Maps, oltre ad aver ulteriormente “riconosciuto” il monumento, ponendolo alla stregua dei vicini Palazzo dei Normanni e Porta Nuova, attrae gruppi di turisti e curiosi che lo contemplano tra ironia e meraviglia.
Nei prossimi mesi sono previsti i primi interventi artistici: un’esperienza di pratica immaginativa collettiva guidata da Emilio Fantin, un intervento con la foglia d’oro sul legno ideato da Alessandro Sarra e una performance delle Drifters (Sandrine Nicoletta e Valentina Miorandi).
In occasione dell’inaugurazione e della scopertura della targa in marmo è stato anche presentato il Manifesto del Cadere, scritto a più mani e sempre aperto a nuovi contributi.

Gallery a cura di Valentina Greco e Stefania Galegati.

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Il cadere è pertinente ai vivi, i morti non possono cadere
La caduta è ancora possibile, il sottosopra fa paura, ma offre un punto di vista sconosciuto. La caduta (o il cadere) non è programmata, ma non è mai inattesa, si sa che si potrebbe cadere, ma non si decide dove, come o quando.
Nel monumento ideato da Stefania Galegati il senso di caducità e di finitudine, sovente tenuto nascosto ai nostri stessi occhi, ma imprescindibile per l’umano come per ogni vivente, viene esposto, mostrato non come memento mori, ma per essere affrontato in una dimensione collettiva e aperta, alla luce del sole. Il residuo di un albero morto in maniera violenta, facile simbolo delle ombre di Palermo e delle sue energie violente, diviene monumento di vita proiettato verso il futuro:  si affrontano la consapevolezza della labilità e la paura da essa generata per accettarle e vivere anche in funzione di esse, tenendo ben presente che è la possibilità della caduta a distinguere la condizione di vivi da quella di morti.
La contemplazione del fallimento potenziale o già avvenuto pone in essere la sua risignificazione come evoluzione di un percorso, spazio interstiziale tra il momento di stasi successivo alla caduta e la ripartenza. Una coscienza di sé lucida e totale, che considera corpo, spirito e ragione, non si ha che in quello scarto, la caduta offre la più limpida percezione dell’essere vivi.

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1Dal comunicato stampa diffuso per l’inaugurazione del Monumento al Cadere.
2Si veda l’articolo Bommarito P., Crisci G., Grechi G., Dimenticare a memoria. Memorie difficili e processi di (ri)elaborazione collettiva tra arte, educazione e beni confiscati alle mafie, in roots§routes, anno VII, n.24, gennaio-aprile 2017, http://www.roots-routes.org/?p=20277.

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Davide Ricco (1979) è un curatore indipendente. Conseguito il Master di II livello per Curatore d’arte contemporanea nel 2010 all’Università di Roma La Sapienza, ha collaborato con Cesare Pietroiusti per il Museo dell’arte contemporanea italiana in esilio, con Giorgio de Finis per il Maam – Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia e con il gruppo Lu Cafausu per la Festa dei vivi che riflettono sulla morte. Ha preso parte alla prima edizione della Free Home University a San Cesario di Lecce. Attualmente vive a Palermo dove lavora come barman/curatore presso il Caffè Internazionale.