ISSN 2039-5426
Periodico Quadrimestrale
ANNO VIII, n.28, maggio-agosto 2018
/Four-monthly Magazine
Year VIII, n.27, May-August 2018

anno 5, n. 20 novembre 2015 – gennaio 2016
(IM)MOBILITY

a cura di Viviana Gravano

“Va’ via, via, ma non per terra.
Salpa, salpa, ma non per mare.
Vola via, vola via, mio bravo,
ma non toccare l’aria.”

(Wislava Szimborska, Discorso all’ufficio oggetti smarriti, Adelphi, Milano, 2004)

Nel 1985 in una piccola città del Lussemburgo, Schengen, i paesi che al tempo formavano il Benelux insieme alla Repubblica Federale di Germania e alla Repubblica di Francia, strinsero un accordo che, in maniera progressiva, doveva portare all’apertura di tutte le loro frontiere interne, consentendo così la libera circolazione di merci e esseri umani tra i paesi firmatari. Il trattato ebbe la sua completa attuazione nel 1995 con l’adesione prima di tutti gli stati dell’allora Europa Occidentale e, dopo la caduta del muro di Berlino, anche di molti stati dell’Europa dell’ex-Est. Leggendo nel dettaglio gli articoli dell’accordo di Schengen non si parla solo dell’apertura delle frontiere interne, ma si fa chiara menzione del fatto che le frontiere “esterne” del gruppo di paesi che avevano aderito al trattato, sarebbero state chiuse e controllate attraverso regole condivise, in particolare allo scopo di respingere l’immigrazione clandestina, e possibili attacchi di paesi esterni (articoli 7 e 17). L’accordo dunque non era solo un presunto atto di libertà, ma era ed è una precisa presa di posizione che pone l’Europa come blocco chiuso e non penetrabile dall’ “esterno”.

L’Europa di Schengen ha deciso di impedire l’accesso a cittadini di alcuni altri paesi. Tale decisione, che può apparire legittima in quanto presa da stati sovrani nel “loro” territorio, in realtà ha conseguenze molto complesse sulla vita dell’intero pianeta. Impedire a intere popolazioni di muoversi, quale che ne sia il motivo, vuol dire violare un diritto essenziale che è appunto quello al movimento, ma anche solo più semplicemente al viaggio.
I “clandestini” sono figure create da questa impossibilità di movimento. Se le frontiere fossero normalmente aperte all’attraversamento, ogni cittadino, da qualsiasi paese provenga, potrebbe arrivare in Europa per via legale, provare a trovare lavoro e decidere di restare, o magari tonare indietro, o anche cambiare ancora paese, come del resto fanno tanti giovani cittadini europei che si spostano liberamente per realizzare i proprio progetti in Europa e negli altri paesi del mondo.
Schengen è un gap, un’interruzione, un buco nero nella naturale mobilità delle popolazioni, che non si giustifica in nessun modo, non solo eticamente, ma anche economicamente. La macchina della cosiddetta “ospitalità” è nata e si alimenta (spesso anche illegalmente) solo perché la chiusura delle frontiere impone a chi fugge da una guerra, o a chi vuole legittimamente provare a cambiare vita, di farlo in maniera clandestina. Già il termine “ospitalità”, apparentemente positivo, propone un’idea di subalternità tra chi si trova in un luogo perché vi è nato, e chi vi arriva per scelta in un certo momento della propria vita.

Le merci, l’arte, il mercato sportivo, la prostituzione, la pedofilia, i commerci illeciti, il commercio di organi, la musica, il pensiero: tutto questo viaggia liberamente attraversando tutte le frontiere. Ma, paradossalmente, una parte cospicua di esseri umani non può scegliere di muoversi liberamente.

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Go ‘away, away, but not on the ground.
Sail away, sail away but not for the sea.
Fly away, fly away, my good,
but do not touch the air. “

 (Wislava Szimborska, Speech lost property office, Adelphi, Milan, 2004)
t.a.

In 1985 in a small town in Luxembourg, Schengen, the Countries that once formed the Benelux together with the Federal Republic of Germany and the Republic of France, shook an agreement that, in a progressive manner, should lead to the opening of all their borders interior, allowing the free movement of goods and human beings among the signatory countries. The treaty had its full implementation in 1995 with the accession before all the states of the Western Europe and, after the fall of the Berlin Wall, also of many States of the former East. Reading in detail the articles of the Schengen Agreement does not speak only of the opening of the internal borders, it becomes clear mention of the fact that the borders “outside” the group of Countries that had entered Treaty, would be closed and controlled through agreed rules, in particular in order to reject illegal immigration, and possible attacks from Countries outside (Articles 7 and 17). The agreement, therefore, was not just an alleged act of freedom, but it was and it is a clear stance that puts Europe as a closed block and not penetrable by “the outside”.
The Europe of Schengen has decided to prevent access to citizens of some other countries. Such a decision, which may appear legitimate as taken by sovereign States in “their” territory, actually has very complex implications on the life of the entire planet. Prevent entire populations to move, regardless of their motive, it means violating a basic right which is precisely what the movement, but even more simply to travel.
The “illegals” are figures created by the impossibility of movement. If the borders were normally open crossing, every citizen, from any Country comes from, could arrive in Europe by judicial, try to find work and decide to stay, or maybe thunder back, or even change the country yet, as indeed do many young European citizens who move freely to realize their projects in Europe and the other countries of the world.
Schengen is a gap, a stop, a black hole in the natural population mobility, which cannot be justified in any way, not only morally, but neither economically. The machine of the so-called “hospitality” was born and nourished (often illegally) just because the closure of borders requires those fleeing from a war, or those who want to legitimately try to change their lives, to do so clandestinely. Already the term “hospitality”, apparently positive, proposes an idea of ​​subordination between those who are in a place just because is where they were born, and whoever comes to choosing a certain point in their lives.

The goods, art, sports market, prostitution, pedophilia, businesses, illicit trade in organs, music, thinking: all this travels freely across all borders. But, paradoxically, a large proportion of human beings cannot choose to move freely.