§Re-incanti
Algoritmi esoterici e Tecnologie del reincanto: una mostra per fronteggiare il disincanto assoluto
di Arianna Forte

È stato previsto, o meglio calcolato, che il prossimo venerdì 13 novembre dell’anno in cui stiamo entrando sarà il Doomsday: il giorno del giudizio. Nello specifico, questo calcolo matematico è stato operato da Heinz von Foerster, emerito fisico, sistemista, filosofo e padre della seconda ondata della cibernetica, che ci ha lasciati qualche anno fa, decretando questa data come il momento in cui la popolazione mondiale sarà cresciuta a dismisura e le risorse del pianeta staranno ufficialmente scarseggiando, segnalandoci la tanto attesa fine del mondo.

Ennesima profezia apocalittica?

Intanto, ciò che sappiamo è che abbiamo varcato la soglia del 2026 avendo sulla bocca –  e soprattutto nelle tasche e nelle nostre protesi varie, smartphone, orologi, computer, automobili, ma soprattutto nelle nostre interiorità e nelle nostre infrastrutture – algoritmi, intelligenze artificiali, sistemi computazionali predittivi, autonomi e generativi. Tutto questo prospetta un affollamento più-che-umano del pianeta, in cui esseri viventi (affamati o meno) avranno sempre più a che fare con esseri tecnici.
In questo scritto  propongo le nozioni di “algoritmi esoterici”, “tecnologie del reincanto” e “disincanto assoluto” come spunti per immaginare nuovi modi di relazionarsi con il presente a partire da dispositivi artistici. Nello specifico, si farà riferimento ad alcune opere presentate nella mostra Esoteric Algorithms and Re-Enchanted Technologies, che ho recentemente co-curato con Noemi Garay presso la panke.gallery a Berlino [1].

Perché “algoritmi esoterici”?

Non rappresentano forse la computazione e le scienze “dure” la realizzazione ultima della razionalità moderna: il trionfo della logica booleana, la realtà tradotta in zeri e uno, il mondo reso leggibile dal calcolo algoritmico [2].
Come sappiamo, infatti, gli algoritmi sono alla base del funzionamento delle macchine digitali che affolano assieme a noi il nostro pianeta. Potremmo definirli dei processi logico-formali  per risolvere problemi di ogni tipo ed entità e, a loro volta, i problemi devono essere tradotti in processi matematici, informatici ossia devono essere “sintetizzati”, ridotti (Ippolita, 2019, p. 15).
Eppure, gli algoritmi funzionano anche come forme di “esoterismo”: sistemi opachi, accessibili a pochi e dotati di una pretesa conoscenza predittiva e assoluta. L’esoterismo qui è inteso come «una costellazione di pratiche, cosmologie e strategie simboliche che permettono a individui e gruppi di interagire con forze invisibili, produrre senso, potere e trasformazione. […] Tradizioni e fenomeni caratterizzati da pretese concorrenti di autorità rivelativa, fondate sulla presunta detenzione di una conoscenza segreta» (Asprem e Strube, 2020, p.36).
La metafora della black box ne rivela la natura ambigua, segnalando la volontaria occultazione dei loro meccanismi e delle strutture di potere che li sostengono. Legittimati dall’autorità istituzionale delle corporation, gli algoritmi proprietari riproducono la logica di un sapere superiore e universale: la stessa che, storicamente ha, in alcuni casi, sostenuto visioni del mondo elitarie, razziste e suprematiste (Hale, 2022).La storia dell’esoterismo, tuttavia, è duplice. Da un lato, è stata dominio di élite bianche, prevalentemente maschili e alfabetizzate. Qui si fa riferimento alla cosiddetta “tradizione esoterica occidentale, intesa come presunta saggezza universale o perenne trasmessa a iniziati, e incentrata sui principali teorici europei dello gnosticismo, dell’alchimia, della magia rinascimentale, dell’ermetismo e dell’occultismo moderno (Hale, 2021). Dall’altro lato, l’esoterismo ha rappresentato per donne e soggettività marginalizzate una forma di resistenza epistemica incarnata, praticata all’interno dei confini imposti dalle strutture di potere dominanti [3].  Come sostengono l’antropologa Stefania Consigliere (2023) e la studiosa Silvia Federici (2015), la cancellazione delle pratiche magico-stregonesche da parte della modernità ha distrutto un cosmo relazionale, femminile e non produttivo, ostile alla razionalizzazione del lavoro e alla logica del profitto. Questa visione magica, anarchica e molecolare del potere era intollerabile per la nascente classe capitalista, poiché ostacolava la meccanizzazione del corpo e il principio di responsabilità individuale. Il disincanto ha prodotto un sofisticato sistema di controllo volto alla totalizzazione nelle sue pratiche e nei suoi presupposti: la scomparsa delle intenzionalità non umane, la patologizzazione del sensibile, la squalificazione dell’alterità, la chiusura dell’individuo su se stesso, la declinazione della libertà come distacco e l’oggettivazione del mondo.
Lo studioso Wouter Hanegraaff osserva che, parallelamente alla nascita del mondo moderno, forme di conoscenza centrali per la cultura, la scienza e la religione medievali e rinascimentali, tra cui alchimia, astrologia e magia, furono respinte come eretiche durante la Riforma protestante o considerate irrazionali secondo i criteri dell’Illuminismo. Proprio in virtù di questo rifiuto, esse finirono per essere associate tra loro (Brown, 2021 p.78).
Questo processo è letto da Consigliere come una reductio ad unum: una riduzione violenta dei regimi ontologici, epistemologici, economici e immaginari a un unico ordine razionale, mascherato dall’ideologia del progresso. Un ordine che vige tuttora nell’epoca del capitalismo della sorveglianza, in cui gli algoritmi svolgono un ruolo centrale.

Flavia Dzodan, in Algorithms as Cartomancy, afferma: «I nostri algoritmi, ossia l’insieme dei sistemi che costituiscono l’ossatura delle nostre tecnologie e delle nostre culture, operano su paradigmi pseudoscientifici. È per questo che considero gli algoritmi una forma di esoterismo, non diversa dalla cartomanzia, dall’astrologia o dalla predizione attraverso la geometria sacra. In tutti questi casi, tali tecnologie condividono non solo un’origine comune — legata sia alle istituzioni sia agli individui che le hanno sviluppate in relazione al loro interesse per l’occultismo — ma anche il fatto che gli algoritmi sono generalmente percepiti come oracoli infallibili, capaci di prevedere esiti sulla base di operazioni che restano inaccessibili allo sguardo non addestrato» (Dzodan, 2019).

Difatti è dalla latinizzazione del cognome di Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, matematico, geografo e studioso persiano attivo attorno all’820 d.C che deriva il termine algoritmo. al-Khwarizmi non era solo un matematico ma soprattutto un astrologo, e gli storici ritengono che il califfo al-Maʾmūn  sosteneva la sua attività scientifica anche per assicurarsi la quotidiana lettura dell’oroscopo. Le origini dell’algoritmo, quindi, affondano in un sapere di origine non occidentale e non conforme alle scienze “esatte”, per non dire esoteriche.
In secondo luogo, Dzodan mette in luce ciò che oggi è ormai evidente: gli algoritmi non operano in modo neutrale [4]. I problemi che “computano” e le soluzioni che producono sono inevitabilmente legati a chi li progetta, agli scopi per cui vengono costruiti, ai contesti culturali e politici in cui prendono forma. Anche questi sono saperi situati, storicamente e materialmente determinati. Uno dei principi fondamentali del funzionamento algoritmico è la clusterizzazione: la suddivisione del mondo in categorie. Tra i precedenti storici di questa logica classificatoria possiamo ricordare le prime tassonomie. Fu il botanico Carl Linnaeus a elaborare il sistema tassonomico ancora oggi in uso per classificare le forme di vita, pubblicando la prima edizione del Systema Naturae nel XVIII secolo. Questo sistema binomiale, che ha rigidamente inscritto l’umanità in due soli generi e intrecciato sessualità e normatività, classificò anche le “varietà” della razza umana, fornendo un fondamento pseudo-scientifico alle ideologie che giustificarono sessismo, schiavitù, colonizzazione e gerarchie razziali.
L’algoritmo esoterico si muove in una natura contraddittoria: affonda le sue radici in saperi non occidentali e in scienze “non esatte”, opera in maniera non neutrale e perpetua dispositivi classificatori che hanno prodotto esclusione, gerarchia e violenza epistemica da parte delle élite dominanti. In altre occasioni ripropone la carica contro-egemonica delle tradizioni stregonesche delle subalterne e l’agentività dal basso dell’alterità. 

Disincanto assoluto e Tecnologie del reincanto

È in questa tensione che la nozione di algoritmo esoterico si inscrive come chiave critica per re-introdurci al disincanto, inteso come compimento di ciò che Max Weber già nel 1919  definiva Entzauberung der Welt: la vittoria del pensiero utilitaristico e calcolante e la cancellazione dei saperi magici, delle entità transmundane e delle forme alternative di vita.

Da questa distruzione deriva ciò che può essere definito disincanto assoluto dell’epoca contemporanea: l’algoritmo come emblema di una razionalità che genera caos; la predizione che produce ingovernabilità; la tecnoscienza come infrastruttura bellica dell’estrazione, della sorveglianza e delle logiche anarcocapitaliste delle piattaforme. In continuità con le riflessioni espresse dall’artista Hito Steyerl nel suo ultimo libro (2025), l’ascesa dei fascismi globali procede parallelamente alla diffusione capillare delle intelligenze artificiali generative, insieme all’ingiustizia sistemica che possiamo testimoniare secondo dopo secondo attraverso i nostri feed digitali.
Nel momento storico in cui l’informatica del dominio si fa esplicita e si schiera con i governi più reazionari, la tecnologia diviene veicolo dell’automazione nei conflitti mondiali, nella profilazione criminale, nell’ottusaggine burocratica governativa o nella psichiatria algoritmica: un punto di vista sul mondo in cui la prospettiva di chi programma si impone e si naturalizza.

Eppure, in questa crisi si apre la possibilità di un reincanto critico: la riattivazione di forme plurali di conoscenza, relazione e cura, uno strumento di resistenza alla razionalizzazione capitalista, patriarcale e coloniale, e una modalità per riaffermare agentività e mondi alternativi all’interno del presente tecnologico e del capitalismo cognitivo. Come ricorda Stefania Consigliere, superare il disincanto non significa abbandonarsi a un incanto privo di rischi, ma accettare una realtà complessa, molteplice e contraddittoria senza cedere alla disperazione.

Come può operare, allora, il reincanto critico?

In questa prospettiva, propongo alcune pratiche artistiche contemporanee come tecnologie del reincanto: dispositivi che intrecciano magia e computazione, occultamento e rivelazione, trasformando l’algoritmo da strumento di dominio a spazio di agentività. L’antropologo britannico Alfred Gell ha definito, forse in maniera un po’ ingenua, il sistema dell’arte stesso come una tecnologia dell’incanto, intendendo che «le società umane dipendono dall’acquiescenza di individui socializzati all’interno di reti di intenzionalità, in cui ciascuno, perseguendo i propri obiettivi, serve necessità comprensibili solo a livello collettivo. Da questa prospettiva, l’arte funziona come dispositivo capace di garantire la partecipazione a tali reti di senso e intenzione» (Gell, 1994).
Questo riferimento è utile perché mostra come l’arte possa legare energie sociali e aprire spazi di relazione. A ciò si può affiancare il pensiero di Consigliere, quando osserva che «quello dell’arte è un quadrante di mare sempre agitato, di marosi fra arti maggiori o minori, estetica, politica, musei e strada. Non a caso qui la modernità ha gettato tutto ciò che è vicino all’incanto per essere preso sul serio, ma troppo potente per restare a piede libero, confinandolo e disarmandolo nel bell’inferno delle gallerie, dei musei, dei teatri, delle passerelle» (Consigliere, 2023 p.14).
La mostra Esoteric Algorithms and Re-Enchanted Technologies ha cercato di mettere alla prova questo “bell’inferno”. Di seguito propongo tre di questi dispositivi che ne hanno fatto parte.

RYBN.ORG (w__b01, Femke Herregraven, Brendan Howell, Martin Howse, Nicolas Montgermont, Horia Cosmin Samoila, Antoine Schmitt, Marc Swynghedauw, Suzanne Treister), ADM XI, 2015

La prima opera che propongo come tecnologia del reincanto è la piattaforma di trading algoritmico sperimentale ADM XI, sviluppata dal collettivo che fa base a Parigi  RYBN.ORG. Qui la nozione di algoritmo esoterico diventa letterale: i mercati finanziari, pur sostenendo un’aura di scientificità, incorporano da sempre qualità irrazionali e quasi oracolari. Black swan, bolle speculative, dipendenza da forze invisibili: ciò che viene presentato come calcolo oggettivo funziona spesso come pratica divinatoria, promettendo previsione mentre opera dentro una profonda incertezza.

RYBN.ORG, ADM XI, 2015, Dettaglio su GPS-Mantic di Martin Howse, presso panke.galley ph Galya Feierman

Il collettivo RYBN.ORG esplora la crescente algoritmizzazione della finanza nell’era del trading ad alta frequenza: sistemi di transazione che si basano su formule matematiche complesse e programmi informatici ultraveloci per elaborare strategie borsistiche poi eseguite su piattaforme elettroniche. La loro indagine si concentra sulle radici della teoria finanziaria, speculazioni su prezzi e liquidità, presunta efficienza dei mercati, rapporto tra segnale, rumore e casualità, mostrando come, nonostante il lessico rigoroso, essa si fondi su correlazioni che sfiorano un pensiero logico-magico. Non è un caso che, nella storia della teoria finanziaria, a cui gli artisti fanno riferimento, una delle figure più influenti della cosiddetta chart analysis sia stato William Delbert Gann, la cui fama deriva anche dall’aver attraversato con successo il crollo del mercato del 1929. Il suo lavoro, fondato su cicli temporali, geometrie simboliche e corrispondenze astrologiche, mostra come l’idea di previsione finanziaria sia storicamente intrecciata a forme di conoscenza che eccedono la razionalità statistica.
È in questo contesto che ADM XI opera un gesto di reincanto critico: non si limita a denunciare l’oracolarità dei mercati, ma la espone e la devia. La piattaforma immette nel mercato algoritmi le cui strategie non si basano su modelli economici convenzionali, ma su procedure “eretiche” e spudoratamente irrazionali, rendendo visibile quanto il confine tra previsione scientifica e pratica esoterica sia già strutturalmente instabile. ADM XI fa parte della serie Antidatamining, avviata nel 2006. È la terza, e conclusiva, parte della trilogia sulla finanza algoritmica, iniziata con ADM 8 (2011) e proseguita con ADM X. The Algorithmic Trading Freakshow (2013). Nel 2015 l’idea si radicalizza contaminando le trading rooms con algoritmi “non cooperativi”, progettati per operare in direzione diametralmente opposta a quelli usati nella finanza. RYBN.ORG invita artisti e collettivi a unirsi al progetto, condividendo accesso ai mercati e ai dati: nasce così ADM XI, che riunisce dieci modelli per sfidare le regole del mercato.
I modelli proposti riattivano apertamente tradizioni divinatorie e cosmologie: GPS-Mantic di Martin Howse, che usa quattro satelliti per “tirare i dadi” e rimettere in scena la geomanzia; Hades di Nicolas Montgermont, che osserva Plutone, al confine tra astronomia e astrologia, per prevedere il prezzo dell’oro; Femto-Black-Pool di b01, che tenta di entrare nei mercati oscuri e “far saltare tutto” (teoria del caos); Psychic Interface di Horia Cosmin Samoila, che sfrutta anomalie nei generatori di numeri casuali del SETI Institute per comprare o vendere azioni Google; Volatility Storms di Femke Herregraven, che investe nei Catastrophe Bonds sulla base di previsioni sul cambiamento climatico; Quantum V_ di Suzanne Treister, che tenta di penetrare il multiverso attraverso una porta quantica psichedelica; HeidiX di Marc S., che usa le cime montuose per “allucinare” le proprie posizioni; Harmony of the Spears di Brendan Howell, che investe analizzando le forme d’onda delle hit musicali contemporanee; The Electric Dreamer di Antoine Schmidt, un algoritmo che sogna. Tra questi, cinque modelli sono stati codificati e lanciati in una competizione all’interno di una sandbox con dati di mercato simulati in tempo reale, rendendo osservabile la performance collettiva.

W.D. Gann’s chart. In riferimento all'opera RYBN.ORG, ADM XI, 2015

In ADM XI, i benefici non vengono generati da prezzi o strumenti di mercato, ma da organismi macchinici viventi, sistemi di conoscenza antichi e pratiche associate alla magia, alla geomanzia o alla divinazione. Il lavoro mette così in crisi la convinzione dominante secondo cui i modelli matematici costituirebbero metodi oggettivi e scientifici di decisione: ciò che emerge, al contrario, è l’incertezza strutturale che governa la finanza e la natura profondamente esoterica dei suoi oracoli computazionali. Che le decisioni seguano strategie “accurate” o logiche apertamente irrazionali, perfino un algoritmo basato sul ritmo di una canzone di Britney Spears, alla fine fa poca differenza di fronte all’imprevedibilità del mercato. Ed è proprio in questa frizione che ADM XI funziona come tecnologia del reincanto: non maschera il funzionamento della macchina con un’aura incantatoria, ma mostra e gioca con gli ingranaggi della macchina stessa, facendo leva sulla sua natura esoterica. La piattaforma web è accessibile [5] e l’andamento degli algoritmi può essere documentato in tempo reale, inoltre è stata creata una vera e propria “tassonomia” degli algoritmi di trading con le informazioni e i dati relativi ai diversi artisti coinvolti, che possono essere ispezionati e studiati in maniera aperta. In questo caso sono gli algoritmi ad essere classificati.

Tega Brain, An Orbit, 2016

L’altra opera proposta è quella dell’artista australiana Tega Brain, che nella serie Being Radiotropic del 2016, parte dall’assunto che gli esseri viventi sono influenzati dai campi magnetici e dall’esposizione di determinate radiazioni: le piante sono “fototropiche” ossia si orientano verso la luce e per analogia potremmo dire che noi esseri umani, nel nostro divenire cyborg, ci orientiamo verso le zone di connessione alla rete internet. Brain produce una serie di router che esplorano questa sensibilità e che si interrogano su come potremmo progettare in modo diverso le nostre infrastrutture wireless

Tega Brain, An Orbit, 2016, presso panke.gallery ph Galya Feierman

An Orbit reindirizza l’incanto verso registri ecologici, percettivi e cosmologici.  L’opera consiste in un router dall’aspetto di una pietra di selenite che sincronizza la connettività Internet con il ciclo lunare. Per un giorno al mese il segnale Wi-Fi raggiunge la massima intensità, per un altro si interrompe completamente, mentre negli altri giorni cresce e decresce seguendo un ciclo di ventotto giorni. In questo modo, An Orbit introduce una temporalità altra all’interno dell’infrastruttura digitale, riallineando la vita connessa ai ritmi cosmici e biologici anziché a quelli della produttività continua, rifiutando esplicitamente il paradigma capitalista del funzionamento 24/7. Brain trasforma il router – emblema della connettività invisibile e sempre attiva – in un dispositivo sensibile, situato, ritmico, che rende percepibile l’arbitrarietà delle logiche computazionali dominanti. An Orbit funziona così come una tecnologia del reincanto: non disattiva la rete, ma ne ridefinisce le condizioni di accesso, aprendo spazi di lentezza, intensità e sospensione. La possibilità di connettersi effettivamente al router, che “indica” il proprio stato attraverso il ciclo lunare, trasforma l’atto della connessione in una pratica di attenzione e di ascolto, sottraendolo alla dimensione automatica e compulsiva. Il reincanto qui coincide con una ri-educazione percettiva e temporale, che rimette in gioco il rapporto tra umani, macchine ed ecosistemi. 

Ginevra Petrozzi, Congregation of Mysteries, 2024

Ginevra Petrozzi, artista italiana che ha impostato la sua ricerca artistica sul digital esoterism, in quanto digital witch indaga il potenziale apotropaico e rituale delle tecnologie contemporanee, mettendo in relazione pratiche magiche ancestrali e dispositivi digitali. Congregation of Mystery del 2024, opera recentemente acquisita dalla collezione della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma, reinterpreta la tradizione degli ex-voto traslandola nell’universo delle infrastrutture digitali. L’opera si concentra su amuleti, talismani ed ex voto, intesi come antiche “tecnologie” di protezione, desiderio e agentività, progettate per allontanare spiriti, pericoli e sguardi invidiosi. 

Ginevra Petrozzi, Congregation of Mysteries, dettaglio, (Amulet #2), 2024 presso panke.galley ph Galya Feierman

In Amulet #2, uno dei pezzi della serie, il riferimento iconografico centrale è quello degli eyed-kylix dell’antica Grecia: recipienti decorati con grandi occhi apotropaici, destinati a proteggere il bevitore, il vino e il vaso stesso durante il simposio. Lo sguardo illustrato sulle coppe era da monito per chi volesse “avvelenare” il bevitore e fungeva anche come segno scaramantico. Petrozzi accosta questi oggetti a dispositivi contemporanei come le coperture per le webcam dei laptop, stabilendo un parallelo diretto tra strumenti antichi e moderni di difesa dallo sguardo. Disegnando occhi apotropaici su un computer inserito in una struttura che richiama l’architettura dei data center, l’artista trasferisce la funzione magica nelle infrastrutture digitali, trasformandole in luoghi di intervento rituale auspicando che questi grandi occhi impressi nello schermo del laptop proteggano la privacy del computer e i nostri dati. L’algoritmo da sistema di sorveglianza e cattura viene qui affrontato con strumenti simbolici e materiali che mirano a restituire agency agli utenti. La tecnologia del reincanto rende accessibile la possibilità di intervenire sui suoi regimi di visibilità e di controllo.
Un altro lavoro della serie, che purtroppo non è stato presente nella mostra, aggiorna ulteriormente il significato degli oggetti votivi attraverso un riferimento diretto alla piattaforma WikiLeaks. L’opera consiste in un ex voto che raffigura l’immagine della clessidra, logo del sito web, dedicato alla liberazione del suo fondatore, il giornalista Julian Assange, avvenuta il 24 giugno 2024, dopo cinque anni di detenzione in un carcere di massima sicurezza britannico e un lungo calvario giudiziario. Fondata nel 2006, WikiLeaks ha reso pubblici milioni di documenti governativi: dai dossier su Guantánamo alle guerre in Afghanistan e Iraq, rivelando la dimensione sistemica della violenza statale e dell’opacità istituzionale. Qui il pegno votivo viene riattivato come gesto politico: dalla sua origine latina: ex voto suscepto, “a seguito di una promessa”, l’oggetto simbolico diventa un pegno per una “grazia” ricevuta che non riguarda una guarigione o un desiderio personale ma i diritti digitali, la libertà di informazione e la possibilità di sottrarre dati e verità ai regimi di sorveglianza. In questo senso, Petrozzi trasforma l’ex voto in una tecnologia del reincanto, capace di articolare una relazione affettiva, simbolica e politica con sistemi informatici e integra un evento che celebra un successo giudiziario nella agenda dei diritti digitali nel suo altare.
Nel loro insieme, le opere di Congregation of Mystery interrogano la possibilità che pratiche magiche, rituali e apotropaiche possano ancora oggi restituire agentività a soggettività che abitano sistemi computazionali. Il reincanto è una riconfigurazione simbolica e materiale dell’infrastruttura: un modo per abitare il presente tecnologico, riaprendo spazi di protezione, desiderio e relazione all’interno dell’informatica del dominio.

Ginevra Petrozzi, Congregation of Mysteries, dettaglio 2, Jan van Eyck academie 2024

All’interno di questo quadro, le opere menzionate mostrano come l’incanto possa essere inteso come capacità collettiva di sentire, decidere e agire e soprattutto di immaginare relazioni con esseri tecnici che possono essere giocose, eretiche o alternative.
Abbiamo bisogno di nuove epistemologie e questi progetti artistici funzionano come degli spunti, delle speculazioni, degli squarci su immaginari possibili e delle materializzazioni sensibili di relazioni di coesistenza altra con le macchine che abitano questo presente di disincanto assoluto.

Vorrei concludere questo scritto con due citazioni di due recenti pubblicazioni che fanno da eco a questo orizzonte.

Nel libro Macchine Neurodivergenti, Ippolita e Goodman esplorano in maniera totalmente originale la nozione di “neurodivergenza”, “queerness” e “orgoglio crip” applicato agli algoritmi e alle macchine. «E se la nostra epoca è dominata da algoritmi che calcolano, sorvegliano, disciplinano – e talvolta annientano – allora il gesto più radicale non sarà tanto quello di educarli all’etica, quanto quello di immaginare con loro forme di vita che non abbiano bisogno di essere riconosciute e incluse, ma in grado di disinnescare la necessità di controllo e produzione. Forme di vita che si concedano di sottrarsi, decentrarsi, errare, creare attrito. E da quel margine, da quella frizione, far nascere mondi altri» (Ippolita e Goodman, 2025, p.11).

Ed è la direzione che mi auguro che le tecnologie del reincanto, opere d’arte o dispositivi celibi possano prendere. Infine, Hyto Steyerl in Medium Hot, tra le altre, cose ci dice: «Più cose possiamo prevedere, più le cose sfuggono al nostro controllo. E c’è una spiegazione razionale per tutto questo: tutelarsi dai rischi futuri genera problemi nel presente. In altre parole, più si cerca di prevedere il futuro, più il presente ci sfugge di mano» (Steyerl 2025, p. 9).
Forse, allora, la vera risposta al Doomsday non consiste nel confutare la profezia, nella smania di previsione insita nelle dinamiche del capitalismo digitale e dell’algoritmo esoterico, ma nel sottrarsi al suo imperativo. Imparare a vivere dentro l’incertezza, a riaprire l’incanto come gesto politico e a immaginare, insieme alle tecnologie, forme di esistenza che non abbiano bisogno di essere previste per essere possibili.

Note

[1]  Per informazioni sulla mostra visita il sito panke.gallery
[2] «I fondamenti dell’informatica si sviluppano a metà degli anni ’30, in un momento felice di congiunzione tra due correnti operative e di pensiero bene distinte: da una parte c’era chi inseguiva il sogno millenario di una macchina per fare calcoli in modo automatico; dall’altra c’era ci si occupava dei fondamenti logici e assiomatici della Matematica, sognando una sorta di “meccanicizzazione” della stessa che consentisse di ricavare i teoremi di una certa teoria matematica a partire dai suoi assiomi e dalle regole di inferenza (…)» (Forte P., 2021 p.98) . In questa seconda linea di ricerca si colloca il lavoro del britannico George Boole, che nel XIX secolo elaborò un sistema formale: l’algebra booleana, basato su sole due possibilità, vero e falso, rappresentate da 1 e 0. Le operazioni fondamentali non sono aritmetiche, ma logiche (AND, OR, NOT), e consentono di scomporre qualsiasi ragionamento in una sequenza di decisioni elementari. Proprio questa capacità di riduzione rende la logica booleana il fondamento della computazione digitale e spiega come il mondo possa essere tradotto, nel calcolo algoritmico, in una struttura binaria formalmente trattabile.
[3] «Le credenze e le pratiche esoteriche erano e sono probabilmente semplicemente parte del tessuto stesso di vite già marginalizzate. La magia è il modo in cui le persone in situazione di necessità riescono a far accadere le cose, e gli esseri invisibili sono soltanto una componente del mondo in cui le persone vivono. Queste tattiche e prospettive sono fondamentali per le cosmologie esoteriche, soprattutto se si adottano le definizioni operative dell’esoterismo proposte da Faivre, che includono le corrispondenze, la natura vivente, l’immaginazione e la mediazione, e la trasmutazione» Hale A., Essays on Women in Western Esotericism. Beyond Seeresses and Sea Priestesses, Palgrave Macmillan, 2021.
[4] C’è un’enorme letteratura in riferimento. Per affinità in lingua italiana consiglio gli scritti di Ippolita, Carlo Milani, Salvatore Iaconesi e Oriana Persico.
[5] La piattaforma è accessibile al LINK 

Bibliografia

Asprem E., Strube J., New Approaches to the Study of Esotericism, Hardback, 2020
Consigliere S. Materialismo magico. Magia e rivoluzione. DeriveApprodi, 2023
Dzodan F., Algorithms as Cartomancy, in Io D., Copley C. Schemas of Uncertainty: Soothsayers and Soft AI, Sandberg Instituut, 2019
Federici, S., Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria. Mimesis Edizioni, 2015
Forte P., La macchina di Turing e il pensiero computazionale in Il fascino della Matematica e delle sue applicazioni, Edizioni CompoMat, 2021
Gell A., The Technology of Enchantment and the Enchantment of Technology, in Coote J., Anthropology, Art, and Aesthetics. Oxford, Clarendon Press,1994
Goodman A., Ippolita, Macchine neurodivergenti. Relazioni postumane e algoritmi queer, Ombre corte, 2025
Hale A., Communist witches and cyborg magic: the emergence of queer, feminist, esoteric futurism, Burlington Contemporary, 2022
Hale A., Essays on Women in Western Esotericism.Beyond Seeresses and Sea Priestesses, Palgrave Macmillan, 2021
Ippolita, Tecnologie del dominio. Lessico minimo di Autodifesa Digitale, Meltemi, 2019
Reincantamento, Arcane Affinities, servus -Kunst & Kultur im Netz, 2025
Steyerl H. Medium Hot. Intelligenza artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale, Timeo, 2025
Weber M. Il lavoro intellettuale come professione: Quattro conferenze per la Libera alleanza studentesca, München und Leipzig, Verlag von Duncker & Humblot, 1918

Arianna Forte è una curatrice indipendente, ricercatrice e produttrice culturale con base a Roma. La sua ricerca indaga il potenziale politico ed estetico delle pratiche artistiche che mettono in discussione le strutture del sapere tecnoscientifico, esplorando fenomeni come i rituali computazionali e la cyberstregoneria. Queste indagini si collocano all’interno di una metodologia interdisciplinare che intreccia materialismo magico, critica del capitalismo delle piattaforme e culture digitali. Attraverso questo approccio, attiva letture alternative della tecnologia, interrogandone le implicazioni sociali, affettive e politiche.

Il suo lavoro curatoriale ha ottenuto riconoscimenti, tra cui il finanziamento alla ricerca dell’Italian Council – XII edizione per il progetto Casting a Spell in Computational Regimes: Ritual Practices for a Trans-Feminist “Counter-Apocalypse”. Recentemente ha co-curato la mostra collettiva Esoteric Algorithms and Re-Enchanted Technologies presso panke.gallery (Berlino, 2025) e il programma Casting a Spell presso SomoS (Berlino, 2024). Ha curato mostre, tra l’italia e l’estero: International Festival of Computer Arts. 31 MFRU (Maribor, Slovenia), TABOO-TRANSGRESSION- TRANSCENDENCE 2025; la_cápsula (Zurigo); Mz Baltazar’s Lab (Vienna); Romaeuropa Festival 2023 e AlbumArte (Roma). Ha condotto laboratori e corsi in istituzioni quali Link Campus University di Roma,  Accademia delle Belle Arti di Reggio Calabria, Naba- Nuova Accademia delle Belle Arti Roma, DIARC – Università degli Studi di Napoli Federico II, Università degli Studi Roma Tre, La Sapienza (Design, Comunicazione Visiva e Multimediale), Trinity College Rome Campus e RUFA – Rome University of Fine Arts.