from roots to routes
Laboratori di possibilità.
Appunti per un progetto d’arte relazionale
di Michele Gentili e Giulia Pettinari

Sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello,
un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove

Marguerite Yourcenar

10 febbraio 2018
Era la mattina di sabato 10 febbraio quando visitammo per la prima volta le tre case di accoglienza gestite dal Comitato di Macerata della Croce Rossa Italiana[1]. Programmavamo quel sopralluogo già da tempo con l’intenzione di iniziare a conoscere quella realtà e il suo lavoro nel territorio, nonché le persone con le quali avremmo condiviso del tempo nei mesi successivi. Allora la Croce Rossa di Macerata ospitava all’incirca settanta richiedenti asilo, tutti uomini, generalmente molto giovani, provenienti da diverse zone del mondo, dall’Africa Occidentale al Sud-Est Asiatico passando per il Medio Oriente, in un piccolo ma intrecciato groviglio di lingue e di culture, di religioni e di storie. Arrivammo nella prima residenza alle 10 circa. Come le altre due che avremmo visto di lì a poco, questa era un bel casolare immerso nella campagna maceratese a pochi chilometri dal capoluogo. Ad accoglierci, proprio davanti all’uscio, c’erano Selvaggia e Adnan, giovani operatori della CRI che nei mesi successivi ci avrebbero guidato in ogni fase del progetto. In casa, in quel momento, c’era chi stava ai fornelli, chi si occupava della pulizia, chi parlava al telefono con i familiari lontani. L’odore di cucinato si mescolava a quello della candeggina, un po’ come il suono delle parole si perdeva tra la musica di qualche cellulare e i rumori della vita quotidiana. Gli operatori ci presentarono uno ad uno i ragazzi e ci parlarono del loro lavoro, dei passi fatti dalla Croce Rossa nel maceratese, del bello delle loro giornate e dei problemi da affrontare quotidianamente. Ci accorgemmo fin da subito che i ragazzi in casa erano meno di quanti ci aspettassimo. Scoprimmo che la maggioranza di loro quella mattina era a lavoro e che più della metà degli ospiti della CRI, in quel momento, aveva un contratto in essere. La maggioranza lavorava come bracciante nelle aziende agricole limitrofe. Nel poco tempo libero i ragazzi frequentavano le lezioni di italiano tenute da Alice, mediatrice linguistico-culturale e insegnante di lingua italiana L2, o erano soliti prendere il bus per Macerata e fare una passeggiata in centro. Ma da qualche giorno, ci dissero, preferivano starsene a casa e non uscire. Avevano paura. Avevano paura anche di compiere il breve tragitto casa-lavoro.

Mentre eravamo lì, tra una stretta di mano e un sorriso, da tutta Italia arrivavano a Macerata decine di pullman e migliaia di persone per partecipare alla grande manifestazione antifascista organizzata in prima linea dal centro sociale Sisma come risposta all’attentato che qualche giorno prima aveva gettato la città nel terrore. Un giovane di estrema destra, Luca Traini, la mattina del 3 febbraio, dall’interno della sua auto, iniziò a sparare colpi di pistola in vari punti della città, mirando alle persone di origine africana che incontrava nel suo tragitto e ferendone sei, cinque uomini e una donna, provenienti dal Ghana, dalla Nigeria e dal Mali. Quel pomeriggio del 10 febbraio avremmo anche noi manifestato a Macerata insieme ad altre ventimila persone, intorno alle mura di un centro storico letteralmente blindato, per riaffermare i valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’accoglienza.
Una cosa era certa il nostro piccolo progetto, ora, assumeva una preminenza diversa.

Estate 2018
Nei mesi successivi il nostro progetto andò via via definendosi: l’idea di fondo era quella di creare momenti di condivisione attraverso una pratica laboratoriale incentrata sul modello relazionale. L’arte così poteva farsi dispositivo per un incontro tra voci umane differenti impegnate in una creazione artistica collettiva e partecipata. Per noi era dunque chiaro che le opere finali non sarebbero state da intendersi come dei manufatti, quanto come un processo di scoperta dell’altro. Ed era altrettanto chiaro quali metodologie laboratoriali non avremmo voluto seguire: escludevamo la via dell’attività creativa come forma d’intrattenimento e quella formativa per cui qualcuno avrebbe insegnato nozioni teoriche o tecniche. Puntavamo piuttosto a cercare nella creazione artistica un luogo di prossimità e vicinanza. Partendo da queste idee e coerentemente con le finalità perseguite dalla nostra associazione ci orientammo verso il coinvolgimento di artisti che avessero già esplorato nel loro percorso professionale dinamiche di creazione artistica sul modello dell’arte relazionale. I quattro artisti coinvolti, ovvero Nicola Alessandrini, Alisia Cruciani, Alessio Santoni e Chiara Valentini, tutti marchigiani e profondamente toccati dalle vicende di cui il nostro territorio era stato triste scenario, svilupparono nel corso dell’estate le idee per laboratori finalizzati alla realizzazione di un’opera collettiva.

Mentre ognuno di loro rifletteva su come avviare e strutturare questi momenti di condivisione artistica, la situazione politica italiana era cambiata. E mentre in Italia si discuteva di sicurezza, migliaia di persone morivano in mare. Come se non bastasse, sulla terraferma, seguiranno e seguono ancora oggi, deportazioni, smantellamenti di sistemi di accoglienza e percorsi di inserimento sociale, sgomberi coatti verso tutte quelle realtà partite dal basso che hanno accolto e assistito migliaia di migranti. Di giorno in giorno viviamo un inasprimento sociale, un aumento di atti di razzismo, un crescendo di odio nei confronti dei più deboli legittimato da certi mezzi di comunicazione e dalla classe politica al potere.
Poi, in un pomeriggio d’estate, poco prima del tramonto, uno stormo di uccelli attraversò il cielo di Macerata. Questa immagine di viaggio e di collettività ci donò il titolo di questo progetto: Passaggi.
Passaggio come uno spostamento, una migrazione.
Passaggio come il frammento di una storia, la piccola parte di un racconto.
Passaggio come la transizione di un’epoca, un cambio di stato.
Passaggio come l’attraversamento un po’ distratto di chi sa dove andare.

Autunno 2018
Laboratori di possibilità: così Rosaria Del Balzo Ruiti, presidentessa del Comitato Maceratese della CRI, ci propose di chiamare la prima fase del progetto Passaggi. Avevamo pensato a questi laboratori come un possibile punto di partenza per intraprendere nuovi percorsi, un’occasione per generare diversità e per aprirsi raccontandosi agli altri. In fondo, come ogni progetto, il nostro aveva già lo sguardo in avanti e nelle radici del suo presente custodiva i germi di inedite possibilità. Ogni laboratorio si sarebbe svolto nella stessa grande sala di una della residenza, generalmente impiegate per i corsi di lingua italiana, e avrebbe coinvolto un piccolo numero di ragazzi. La loro adesione fu spontanea e alcuni di loro parteciparono ripetutamente alle nostre proposte. Iniziammo a ottobre con i primi appuntamenti. In noi un coacervo di smanie e di timori. C’era la voglia di aprirsi all’altro, di raccontare e di impegnarsi personalmente in qualcosa che avrebbe potuto essere una piccola ma sentita risposta a quanto stava succedendo nello scenario politico, una risposta collettiva ma assolutamente personale a provvedimenti attuati in nostra rappresentanza ma che non sentivamo nostri. Allo stesso tempo avevamo paura di essere incompresi. Temevamo di acuire le distanze praticando una lingua incomprensibile. Un idioma che non era né l’arabo né l’italiano, né una qualsiasi altra lingua africana. Era la lingua dell’occidente, della sua cultura e delle nostre idee sull’arte. Come mondi così distanti potevano incontrarsi? Come potersi capire quando si cercava di definire cos’è l’arte, di determinare il suo valore o quando ci si confrontava sui molteplici modi di fruire un’opera? Eppure ogni nodo si sbrogliò facilmente quando ci trovammo tutti intorno ai grandi tavoli da lavoro. Ascoltando, domandando, mettendoci l’un l’altro in discussione: ancora una volta il dialogo e la vicinanza avevano annientato ogni timore.

I laboratori di possibilità partirono con quello condotto da Alisia Cruciani, un’artista che da anni focalizza la sua attenzione intorno al valore dell’oggetto come dispositivo di memoria. L’idea alla base del laboratorio è stata quella di riflettere su quanto una cosa in nostro possesso parli di noi e della nostra vita. La condizione umana del migrante ha di certo imposto la necessità di lasciare nel proprio paese di origine gran parte degli oggetti posseduti: ognuno, prima di partire, ha dovuto compiere la scelta su cosa portare con sé, mosso da umana affezione o da principi di semplice utilità. Attraverso il tradizionale genere della natura morta si è cercato di costruire un’immagine fotografica che parlasse di questa particolare condizione umana, di partenze e di ricordi, di vite interrotte bruscamente e di percorsi che continuano altrove, lontano da dove tutto era cominciato. Un tema, quello della natura morta, che è stato discusso e analizzato proprio a partire dall’osservazione di celebri esempi della storia dell’arte occidentale. Esempi che nonostante la loro distanza culturale, geografica e temporale, da chi li osserva, si sono rivelati inaspettatamente vicini. Dietro la scelta su quali oggetti immortalare nel suo still life, l’artista ha voluto raccontare delle storie, descrivere condizioni o riflessioni individuali, dichiarando sempre, inevitabilmente, la propria e la nostra inconfondibile umanità. A condurre il secondo laboratorio è stata Chiara Valentini, una scultrice particolarmente legata alla lavorazione delle fibre tessili e che in molte opere ha fatto del cucire la sua pratica espressiva prediletta. Per Passaggi, Valentini ha proposto ai partecipanti una riflessione simbolica sulla “terra”, intesa come idea, materia e luogo universalmente condiviso: elemento che dal nord al sud del pianeta, senza distinzioni, dà nutrimento, lavoro e vita alle persone. Tutti viviamo grazie ai suoi frutti e tutti poggiamo i nostri piedi sullo stesso suolo. Partendo dalla condizione lavorativa dei ragazzi ospitati dalla CRI, Valentini ha scelto di lavorare sulla figura dello spaventapasseri: un fantoccio dalle sembianze umane impiegato in tutto il mondo per generare paura e proteggere il raccolto, un’arma di difesa per la propria terra da una minaccia esterna. Nei diversi incontri ciascuno dei partecipanti ha così realizzato uno spaventapasseri a propria immagine e somiglianza che in mostra verrà impiegato in un’installazione corale e interattiva. Solo attraverso la prossimità con il visitatore questi fantocci riveleranno la propria umanità e smetteranno di farci così paura. Sempre da una riflessione sull’attuale condizione lavorativa dei richiedenti asilo ospitati dalla CRI si è mosso Alessio Santoni, artista interessato a pratiche relazionali incentrate su tematiche quali i rapporti di comunità, la memoria dei luoghi e l’analisi antropologica del lavoro. All’origine del percorso, egli ha avviato un confronto collettivo basato sulla discussione di dicotomie quali quelle di natura-cultura e città-campagna. Tali tematiche, centrali al percorso laboratoriale proposto dall’artista, sono volte alla riflessione sui principi alla base del nostro sistema di accoglienza e sul valore del lavoro come necessario mezzo di sussistenza e emancipazione. Negli incontri i ragazzi hanno prodotto gli strumenti necessari per ricostruire, attraverso una performance collettiva nello spazio urbano, la quotidiana attività lavorativa nei campi, al fine di rivelare i compromessi e i pregiudizi che si nascondono nelle nostre posizioni, nelle convinzioni della nostra abbiente e informata civiltà occidentale. A chiudere questa prima fase del progetto è stato il laboratorio ideato e condotto dall’illustratore e street artist Nicola Alessandrini. Egli ha chiesto ai ragazzi di condividere di volta in volta ricordi, suggestioni e aneddoti rispetto a particolari esperienze e momenti di vita: la casa e l’infanzia, la partenza e il viaggio, l’arrivo in Italia e il presente. Così facendo, attraverso il segno grafico, grandi fogli bianchi si sono pian piano riempiti di parole e immagini, pensieri e flussi di coscienza. I segni apposti pian piano, stratificandosi, si sono intrecciati, sovrapposti, confusi, colmando sempre più il vuoto bianchissimo del foglio alle pareti. Volti di madri, barche sul mare, nomi di città e di amici incontrati nel percorso, il profilo della loro casa a Macerata: tutto concorre a segnare la storia di ognuno, come rughe di un volto di un ritratto in divenire, come orme in un sentiero che va avanti, nonostante tutto.

15 marzo 2019
Da quando Passaggi ha avuto avvio, il Comitato di Macerata della Croce Rossa Italiana non ha registrato nessun nuovo ingresso e il numero dei migranti ospitati si sta di giorno in giorno riducendo. Le case di accoglienza gestite dall’associazione, nel territorio maceratese, delle tre che erano, ora sono solo due. Da quando abbiamo concluso i laboratori, in poche settimane, sono diversi i ragazzi che hanno deciso di abbandonare autonomamente il progetto di accoglienza, tanta è la paura di un mancato rinnovo e quindi del rimpatrio forzato. Questa situazione ci ha portato ad anticipare i tempi della mostra che pensavamo dovesse suggellare la fine di un progetto che forse fine poteva non averne, con il timore di non poter godere tutti insieme di quello che sarà un ulteriore e gioioso momento di festa e di condivisione.
La mostra inaugurerà il 27 aprile e sarà ospitata nelle sale del Museo di Palazzo Ricci, nel cuore del centro storico maceratese. In un dialogo tra l’interno del museo e gli spazi aperti della città, la mostra racconterà il percorso umano e artistico affrontato nel tempo da tutti coloro che hanno partecipato, in una veste o nell’altra, a questo progetto. [2]
E seppur ogni singola unità di questo stormo nel prossimo futuro intraprenderà una rotta differente, nessuno potrà fermarne il volo.

NOTE
[1] Ringraziamo Rosaria Del Balzo Ruiti, Presidentessa del Comitato di Macerata della Croce Rossa Italiana per aver accolto con entusiasmo il nostro progetto. Un grande grazie a Selvaggia Sperandini, Alice Magi, Adnan Khurshid e Nicola Mengoni operatori e mediatori culturali, per la passione e il prezioso sostegno donato in ogni fase delle attività.
[2] La mostra, oltre a contenere quanto prodotto dalla collaborazione tra gli artisti e i richiedenti asilo, esporrà un ricco apparato documentativo dell’intero progetto realizzato da Luna Simoncini e Emanuele Bajo. L’allestimento, invece, sarà curato dall’architetto Paolo Chiacchiera.

Michele Gentili è uno storico dell’arte e curatore indipendente. Diplomato alla Scuola di Specializzazione in Beni Storici-artistici dell’Università di Bologna si occupa prevalentemente di temi legati all’arte pubblica e relazionale nonché dello sviluppo di progetti site-oriented in collaborazione con giovani artisti. È co-fondatore dell’Associazione Culturale McZee, organizzazione non-profit per la promozione delle arti visive. Vive nelle Marche, dove insegna storia dell’arte.

Giulia Pettinari è una storica dell’arte e ricercatrice indipendente in outsider art. Si è diplomata presso la Scuola di Specializzazione in Beni Storici-artistici dell’Università di Bologna. Collabora con il laboratorio artistico Il Mattone (Genzano) e con l’associazione Costruttori di Babele. Ha pubblicato articoli su riviste di settore e saggi in cataloghi di mostre. È co-fondatrice dell’Associazione Culturale McZee, organizzazione non-profit per la promozione delle arti visive. Vive a Roma, dove lavora nel settore dell’accoglienza turistica.


Associazione Culturale McZee
nasce a Macerata nel gennaio 2017 dall’incontro tra giovani storici dell’arte e artisti con lo scopo di promuovere l’arte e la cultura attraverso una progettazione a sostegno della creatività emergente, la ricerca storico-artistica e la realizzazione di eventi di mediazione e didattica del patrimonio.

Nicola Alessandrini
(Macerata, 1977) si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Macerata e ha lavorato attivamente nella parte underground del mondo artistico nazionale e internazionale collaborando con gallerie, festival e riviste indipendenti. Vive e lavora vicino Macerata.

Alisia Cruciani
(Recanati, 1989) si è laureata al corso magistrale di Teatro e Arti Visive dell’Università IUAV di Venezia. Dopo tre anni all’Accademia di Belle Arti di Bologna, in cui studia e sperimenta vari linguaggi, si dedica principalmente alla pratica dell’installazione ambientale. Vive e lavora tra la Puglia e le Marche.

Alessio Santoni
(Montegranaro, 1980) ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata dove ha conseguito il diploma triennale in Grafica e la specialistica in Scultura. Dopo anni di esperienze nel Regno Unito, si dedica ora maggiormente a opere che indagano particolari tematiche sociali riferibili al suo territorio d’origine. Vive e lavora a Montegranaro (FM).

Chiara Valentini
(Fermo, 1981) si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna e i suoi lavori si focalizzano nell’ambito della scultura e dell’installazione. Negli ultimi anni questa ricerca trova espressione nel mondo del tessile, nel quale l’utilizzo di questo materiale si intreccia con le tematiche introspettive del suo lavoro. Vive e lavora tra l’Italia e la Grecia.