§Re-incanti
Risonanze dell’invisibile: arte, sogno e magia come vie di reincanto del mondo.
di Fabrizio Ajello

La cultura è ciò che resta in noi dopo che abbiamo dimenticato
tutto ciò che avevamo imparato.
(G. Salvemini in una lettera indirizzata a Lina Cavazza) 

Quanto di seguito è un inevitabile intrico di verità e finzione, intrico involontario s’intende. Scrivere di sé è allo stesso tempo rischio e artificio “curativo”. D’altro canto la tenera età e la disfunzione mnemonica di ciò che è accaduto nel passato (in parte una benedizione dell’anti protagonismo della tecnica del pensiero) sono ingredienti fondamentali del nostro fare mondo (worlding) e della nostra manipolazione dell’esistenza. Da Henri Bergson, con la sua memoria ricostruttiva [1] alle ricerche di Frederic Bartlett [2] e il fenomeno dei falsi ricordi scandagliato da Elizabeth Loftus [3], possiamo tranquillamente affermare che rievocare il passato equivale a ritrattarlo e riproporlo in chiave sempre alternativa al suo effettivo fattuale. Il Teatro della memoria o l’arte della memoria di Giulio Camillo, trattata nel suo L’idea del Theatro chiarisce come e quanto la memoria, in quanto artificio, interviene attivamente sulla realtà modificandola. Sicuramente nel mio caso abbiamo un evento-origine da cui partire. Tutto ebbe inizio in una rinascita dai tratti alquanto misteriosi. Alla mia prima nascita, incasellata burocraticamente nel primo pomeriggio di un afoso diciotto settembre del 1973, fece seguito una seconda “venuta al mondo” meno ortodossa e per niente documentata. 1976, Riomaggiore, provincia della Spezia in Liguria. La sorella di mia nonna viveva lì con Salvatore, il marito sardo. Di quella fredda giornata di fine settembre sul lungomare rimangono soltanto alcune foto ingiallite e stropicciate che precedono l’evento. Nessuno si era preoccupato di testimoniare l’avvenimento, dal momento che tutte le attenzioni erano concentrate sulle mie condizioni di salute e così la certezza dell’accadimento diverge nella varietà dei racconti dei presenti. Un naufragio istantaneo nell’immensa animalità ben organizzata delle onde.  Il mare dà, bisogna saper ricevere. «È importante (saper) vedere il proprio naufragio, incagliarsi in piena luce, conoscendo il luogo, le circostanze e le risorse che restano» (Michelet, 1992). Effettivamente rileggendo uno dei libri più interessanti sul mare, l’omonimo saggio di Michelet, nel tempo mi sono convinto che il vero protagonista di questa esperienza singolare sia stato proprio il mare, essenza in movimento, come noi esseri animali, nel letterale senso di essere animati da movimento ed esseri in divenire, testimoni dell’invisibile. Il mare è profondamente connesso alle misteriose radici dinamiche del racconto. L’immaginazione di un movimento in effetti, così come le onde e per l’appunto il racconto che hanno identica natura, è una sottile variazione o un accrescimento della riconfigurazione della materia. Bachelard, in tal senso, affermava che: «alla descrizione puramente cinematica di un movimento […] bisogna sempre aggiungere la considerazione dinamica della materia in cui opera il movimento» (Bachelard, 1942).  

Ma ecco cosa accadde: come spesso accade, nell’emozione del ritrovare i propri e cari e nella frenesia del raccontarsi capita di perdere di vista i più piccoli e così mentre i miei erano impegnati sulla battigia a chiacchierare con zii e nonni, io mi allontanai probabilmente alla ricerca di ciottoli colorati e resti portati a riva dalla risacca. Quando mia madre si accorse della mia assenza, guardandosi intorno si rese conto che di me non c’era traccia. Allarmata, insieme al resto della famiglia, cominciarono a chiamarmi a gran voce, correndo avanti e indietro lungo la costa. Ero scomparso nel nulla. Nella disperazione generale, mia nonna si accorse di qualcosa di scuro che tra le onde si muoveva verso la riva ad una decina di metri di distanza. Ero proprio io che completamente zuppo e in lacrime guadagnavo la riva e l’abbraccio dei miei. Cosa sia successo di preciso non è dato saperlo. Nonostante le ricerche nessuno mi aveva nè visto nè sentito, nonostante sia riapparso proprio dove si erano raccolti a chiacchierare i miei parenti. Un evento che nessuno di loro è mai riuscito a chiarire. L’unico vago ricordo che mi resta dell’accaduto è il colore scuro del mare di quel giorno fatidico. Un’acqua fatale. Mare tenebrarum. Una sorta di clessidra orizzontale, il rischio del movimento, la profondità che conteniamo e percepiamo in risonanza dentro di noi. Penso spesso che noi italiani per lo più abbiamo una stravagante relazione esclusivamente balneare con il mare, quando invece quel permeabile confine liquido, radice umida di tanti miti, ci connota e richiama anche (e soprattutto) nella distanza. D’altronde a pensarci bene l’acqua è uno stato d’animo. 

io, nonna, zio Salvatore e zia Enrica

Da bambino le ore notturne erano per me un segmento angosciante della giornata agitato da ombre, presenze, compagnie a volte scomode, altre spaventose, altre ancora rassicuranti. Non riuscivo a prendere sonno e in lacrime indicavo ai miei genitori allibiti queste figure scure, evanescenti nella stanza. L’incredulità mista alla stanchezza si trasformava in rimproveri e in una ritirata forzata nei rispettivi letti. Poi stremato crollavo. La notte seguente il rito delle apparizioni si ripeteva. «Ebbi l’impressione che la mia camera fosse portata via con me in uno spazio immenso, terrificante, tutti i miei pensieri si urtavano». Così il poeta tedesco Tieck racconta un sogno esprimendo perfettamente quella sensazione che mi attraversava in quelle notti (Béguin, 1937). Io chiamo ancora quel periodo nero l’età delle tenebre. Erano emanazione di una concretezza notturna? Emissari di uno spazio alternativo? Quando tutto taceva il buio appariva. «Mentre lo spazio chiaro si cancella di fronte alla materialità degli oggetti, l’oscurità è “spessa”, essa tocca direttamente l’individuo, lo avvolge, lo penetra e addirittura gli passa attraverso» (Caillois,1998). Forse la questione è proprio questa che Caillois è riuscito ad intercettare. La materialità dell’invisibile, del buio denso, attivo. L’assenza pullula di presenze. Queste prime esperienze della paura abitavano anche i miei sogni, più incubi che sogni a dire il vero. Tant’è che l’indagine sul sogno e sul suo potere aggregante e trasformativo, in quanto incubatore di immaginari interattivi e relazionali nel tempo, mi ha portato a coinvolgere negli anni, studenti, ma anche curiosi di differenti ambiti ed età a dialogare e processare abissi onirici in sessioni di incontro e disegno condiviso e collettivo. Senza pregresse conoscenze il piano onirico apre all’intimità e consente di aggirare i preliminari, le presentazioni, gli impacci delle verticalizzazioni sociali. Si è insieme in una modalità alternativa e anche se non risulta subito semplice e confortevole, in poco tempo si scopre che invece è proprio necessario. I sogni come tutti i luoghi intermedi d’incontro de-verticalizzati sono spazi magici, proprio nell’accezione che ne dà Isabelle Stengers quando si riferisce al “reincantare” il mondo, ossia spazi di pensiero comune, di speculazione comune, di azione comune e soprattutto di vita comune.
Sono forme di autodifesa e di fuga dall’assoggettamento, istituzionale e non solo, di ciò che amiamo fare (insieme). «Gli uomini sono mortali, ma nella trasmissione delle immagini, in qualità di genitori o educatori, giocano un ruolo che oltrepassa i loro limiti esistenziali. Come donatori ed eredi delle immagini sono legati ad un processo dinamico nel quale queste immagini vengono trasformate, dimenticate, riscoperte e reinterpretate» (Belting H., 2011). Ogni rapporto è necessariamente responsabilità, ogni relazione è un patto di accudimento, una costruzione delicata, a cui dare massima attenzione e cura estrema. Questo modello dinamico e in evoluzione è ancora in atto nei processi di elaborazione e condivisione che mi accompagnano nelle mie ricerche e nei miei progetti.  

progetto HOLY!
Nodi, IUAV, Venezia, Terreno Comune, 2025

Una notte nella casa di Isola delle Femmine, la residenza estiva dei miei genitori, avvenne qualcosa di inspiegabile. Mio padre era via per lavoro e chiesi a mia madre se fosse possibile dormire nel lettone con lei. Acconsentì. Nel cuore della notte, tra la veglia e il sonno, tutti i cani del vicinato cominciarono ad abbaiare all’unisono. Mi accorsi che lenzuolo e coperta erano ai piedi del letto, nel gelo della stanza feci per tirarle su, ma sembravano impigliate da qualche parte. Tiravo ma qualcosa tirava nella direzione opposta. Mi ritrassi di colpo. Un’ombra dal bordo del letto stava effettivamente tenendo in tensione il grumo di coperte e lenzuola appallottolate. Paralizzato dallo spavento mi rannicchiai contro la schiena di mia madre e chiusi gli occhi, mi forzai a prendere sonno. Al nostro risveglio, con grande sorpresa trovammo spalancata sia la porta di camera che la porta esterna di casa. Nessuno però era entrato o uscito da casa durante la notte. Questi testimoni dell’invisibile accompagnano da sempre la mia esistenza, rivelando le strutture mistiche dell’immaginario in quanto interruzione della ripetizione degli eventi, attraverso quello che potrebbe essere un piano ulteriore. Incontri notturni che nel corso degli anni iniziarono a emergere anche in chiave diurna. 

Passavo interi pomeriggi nel salone dei miei nonni. Un’ampia stanza con arazzi alle pareti, cimeli singolari nelle loro stranezze, quadri anneriti dal tempo a completare i vuoti delle pareti e tre lunghi divani ad incorniciare un basso tavolo in metallo con piano in vetro temperato trasparente. Era il mio diaframma perfetto tra questo e l’altro mondo, quel mondo abitato dalle presenze con cui spendevo la maggior parte del mio tempo. Lì, le presenze, come sagome d’ombra, stavano oltre quello schermo brillante, allungate silenziose, accompagnando i miei giochi, i miei discorsi con il vuoto alto del grande salone dei nonni. Stavano oltre, ma erano anche e soprattutto “immagini” interiori, proiezioni, trasmissioni che se in precedenza sgomentavano, adesso erano compagnie accoglienti, discrete, non giudicanti. «Un’‘immagine’ è più di un prodotto della percezione. Nasce come il risultato di una simbolizzazione personale o collettiva» (Belting, 2011). Probabilmente queste presenze silenziose in chiave d’immagine erano il risultato di molte altre energie rispetto ad un’esclusiva simbolizzazione. Sembravano la bava di un’età che stava concludendosi, la scia residua di un potenziale percettivo che con la maggiore età si rischia di perdere per eccesso di realtà tangibile. Queste ombre sono emerse inconsciamente in alcuni dipinti che ho realizzato negli anni Novanta a Palermo. Molti anni dopo, rivedendo questi lavori, ho compreso quanto l’esperienza dell’invisibile e la repressione in forma di immagine si fondessero in un precipitato di unità mediale. Un’immagine traduzionale, intesa come tentativo di emersione dell’esperienza visiva fondante dell’età delle tenebre. Una fuga dal corpo, forse, per comunque sempre ri-definirsi in esso, contro, attraverso.

Due dipinti realizzati nel 1997

Mia nonna portava un monumentale reggiseno color carne, dal quale ciondolavano minuscoli e imprecisi santini di stoffa, brevi, piccoli ex voto in cera, di latta, mani, un cuore fiammeggiante, la Madonna del latte in una goccia di vetro, un paio di ritagli fotografici, suo marito, mio nonno e la sorella monaca di clausura, la famosa zia monaca di clausura in odore di santità, che mi sussurrava da dietro le grate bada che i fessi non ci vanno in paradiso, foto rovinate dal tempo e dallo sfregare delle maglie di lana, o almeno così mi ricordo, nei miei primi ricordi. Un reggiseno agghindato a festa, un reggiseno con cui mia nonna parlava come se si trattasse di una persona in carne e ossa. Pratica figurativa che manteneva forti gli anelli deboli della vita. Materiale organico vivo e plasticamente manipolato. Aggiunte, sovraincisioni, una scultura polimaterica rituale dal profumo inconfondibile di rosa. Io rimanevo ore, sempre alle ultime luci del giorno, a contemplare lo sciamanico movimento cadenzato, accompagnato da parole che non comprendevo ma che mi ubriacavano, giurgintano e aretino, una mescolata nenia che a volte mi spegneva in un sonno profondissimo. L’intimo era a protezione, in una corazza di memoria e interdizione al male. La credenza nei miei nonni non spartiva il cristianesimo dal paganesimo. Vivevano un sincretismo inconsapevole che rimescolava antiche usanze ed energie segrete al fine di proteggere, curare, stringere a sé il nodo familiare. Per loro non c’era religione senza possessione. Bastava allungare le mani per toccare l’invisibile. L’ex-voto e la rimodulazione in differenti materiali e ambiti di intervento sarebbe tornato più volte come elemento determinante della mia pratica artistica, soprattutto nell’ambito di interventi di arte pubblica. Il progetto Spazi docili, da me fondato insieme all’artista Christian Costa nei primi anni duemila, ha elaborato a più riprese il concetto di ex-voto, sia in qualità di oggetto trans-figurativo, sia in qualità di elemento indicativo e simbolico nel rapporto tra spazio pubblico e cittadinanza. Trasformando un complesso oggetto votivo in un formidabile segno di riconoscimento e richiesta da parte del quartiere nei confronti di immobili storici abbandonati, preda dell’incuria e di speculazioni edilizie. Lo spazio interno di queste porzioni di città risultava come un bubbone incancrenito in attesa di uno sguardo attentivo e di un’autentica cura, in grado di restituire questi spazi alla cittadinanza. Realizzati insieme questi ex-voto ci hanno accompagnato in una riscoperta della città, in una mappa dei desideri inascoltati di chi vive lo spazio sociale quotidianamente, hanno creato una comunità interattiva spontanea in grado di esprimersi e riconoscersi attorno ad un simbolo “povero” che da sempre ricuce due mondi, molto più connessi di quanto si riesca a comprendere. 

Spazi docili, Materia politica, Certaldo, 2015 - Immagine 7 Spazi docili, In disciplina loci, Ex monastero di Sant’Orsola, intervento per la Triennale Architetti Firenze, 2009

A proposito di cure e liberazioni, ricordo che mio nonno mi scocciava il ventre con capi d’aglio all’altezza dell’ombelico prima di addormentarmi. «Per i vermi e per i diavoli, per cu arriva e sinni va, a nuttata passerà, così ripeteva durante l’operazione. L’insorgere dei vermi come malattie dipende dalla rottura di un loro primigenio equilibrio, dovuta principalmente a uno spa­vento: scantu. A causa di uno spavento, vengo i vermi, a matrazza o matri sbarata, a gianara. U scantu  può essere inteso come malattia. In seguito ad uno scantu possono penetrare nel corpo anche gli esseri anime di passaggio oppure entità ma­leficamente intenzionate da una fattucchiera […] Chistu è u scantu, è fattura» (Guggino, 1983). Il male fisico era emanazione del male impalpabile, eterodiretto, malocchio. Si trattava di paure ancestrali e di perversioni della normalità dello scorrere dell’esistenza. Ricordo queste immagini dipinte su legno che raffigurano una donna sdraiata su di un letto con la bocca eccessivamente spalancata da cui emergono esserini e diabolici, simili a diavoli di ombre. Il male e perfino la morte doveva essere addomesticata, addolcita, stemperata. Sempre mio nonno, voleva, per il suo funerale, una gigantesca corona di buccellato, dolce tipico siciliano, al posto della corona di fiori. Non mancavano mai le ossa di zucchero o i pupi di zucchero per la festa dei morti, i regali, i giochi portati dai parenti che tornavano dall’aldilà per festeggiare con i vivi. Anche il gioco era una partita con l’invisibile, con la figurabilità della precaria vita terrena. Mi parlava della responsabilità delle carte. Ed è venuto a mancare, addormentandosi con un sorriso, proprio mentre giocava a carte. Per lui la scaramanzia, la credenza e la religione comandata erano una cosa sola. La cura stava dell’incomprensibile, nel mistero di rituali che si negavano in pubblico e praticavano in privato.  Nel 2015, in residenza artistica a Sticciano presso Certaldo, vengo in contatto con un’anziana curatrice del fuoco di Sant’Antonio. In un primo momento, sospettosa, non mi degnò di molta attenzione, anzi sembrava proprio non voler parlare dell’argomento, ma col passare delle settimane, la nostra intesa cominciò a crescere. Alle prime luci del giorno, ci recammo insieme alla confluenza dei tre fiumi che si incontrano fuori il paese per raccogliere le “erbe”. Mi parlò di altre donne in grado di curare, non solo a Certaldo, ma anche in altre parti della Toscana e decisi che era il caso di approfondire la conoscenza di questo mondo e delle “streghe” di cui avevo sempre sentito parlare. Il mio contatto era senza dubbio Ippolita (Franciosi), amica fotografa che aveva realizzato uno straordinario documentario fotografico sulla stregoneria in Toscana. La incontrai a Bologna, mi sussurrò senza pensarci troppo su: comincia con la signora Giovanna, vai da lei. Mi spiegò come arrivare e la settimana seguente mi trovai in Garfagnana. Da Borgo a Mozzano scendo per seguire il fiume Lima, trovo il punto indicatomi da Ippolita, ripiego i vestiti e posti sulla testa guado l’acqua gelida per inoltrarmi nel bosco. Girai per ore, niente. Niente di niente. Proverò altre volte a trovare la signora Giovanna senza riuscirci, ma senza arrendermi decisi di registrare i miei spostamenti, le voci, gli incontri, le ricerche a vuoto, le sorprese, l’energia tellurica di certi luoghi e di certi abitanti di spazi magici fuori dal tempo. Non sarò solo in questa ricerca. Non si è mai veramente soli nella ricerca. I contrafforti del monte Giovo nella notte, l’Orrido di Botri e il sabba su a Pratofiorito, Lucchio e le eroine, L’albero della Madonna e le streghe sul monte Rondinaio, la “pastora” e il castello del Terziere. «Come nella memoria si costellano fatti lontani fra loro formando mulinelli nel flusso dei ricordi, così capita nella vita che si aprano vortici dove roteano svasati  in una coincidenza, in una simultaneità inspiegabile, elementi che dovrebbero essere separati dal tempo e dallo spazio» (Zolla, 1995). Condivido queste incursioni con Licia per un paio di anni. Ci avventuriamo in appuntamenti cadenzati nel freddo degli inverni, combattendo la resistenza di forze invisibili. Il diluvio che inonda la stanza nel pieno della notte sommergendo vestiti, telecamere, macchine fotografiche e quaderni di appunti. Inspiegabili sparizioni di intere sessioni di ripresa e interviste copiate su più hard disk. Persone che, dopo averci dato diversi appuntamenti, si negano per mesi, fino a cambiare abitazione senza lasciare traccia.

Due frame del documentario sperimentale incompleto Sancta Sanctorum, 2018

Tutto sembrava complottare contro il progetto di portare a termine un’indagine scomoda. Un fallimento che aveva i connotati dell’apertura verso un altrove ancora indefinito, più che della perdita vera e propria. «Il fallimento è l’irruzione improvvisa del nulla nel pieno dell’esistenza e sperimentarlo significa iniziare a vedere le lacerazioni nel tessuto dell’essere. Esso s’impone e agisce nella vita psichica del soggetto e ne condiziona il suo stare al mondo» (Macrì, 2017). Il rischio di perdersi nella magia di questi luoghi e di questi incontri si trasforma nel rischio di perdere lentamente la possibilità di restituire la complessità di un mondo fuori dal mondo. Cercammo di resistere, di tornare a riprendere ancora, di montare ciò che rimane, di ripercorrere i nostri passi con l’aiuto di una presenza che possa placare l’energia opposta, che possa ripercorrere i nostri passi, ma ancora una volta la resistenza ha la meglio. La pandemia per Covid-19 congelò i nostri sforzi. Il nostro lavoro è attualmente un crogiuolo di frammenti enigmatici tanto quanto la ricerca che lo ha prodotto. Il tentativo di ordine nel caotico disordine delle avversità non ostili. E’ un fuoco che arde in silenzio dentro minuscole costruzioni mnemoniche silenti. Pronto per un altrove, per un’alternativa emergenza. D’altronde, «ogni ordine è abitato dall’eventualità del disordine, ogni ritmo può essere interrotto da un accadimento straordinario» (Consigliere, 2020). 

Note

[1] Si fa riferimento soprattutto al capitolo di Bergson H. Materia e memoria. Saggio sul rapporto tra il corpo e lo spirito, Editori Laterza, Bari 2009
[2] Si fa riferimento alle analisi sugli esperimenti inerenti la riproduzione seriale e il celebre caso di The War of the Ghosts, tratti dal III e V capitolo del saggio di Bartlett F. C. Remembering: A Study in Experimental and Social Psychology
Cambridge, Cambridge University Press 1932
[3] Loftus E. F. & Palmer J. C., Reconstruction of Automobile Destruction: An Example of the Interaction Between Language and Memory in «Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior», 1974, pp. 585–589.
[4] «Reincantare il mondo non significa restaurare credenze perdute o abbandonare il rigore del pensiero, ma creare le condizioni affinché possano emergere pratiche di pensiero e di azione capaci di produrre mondi comuni, contro la pretesa di una razionalità che si vorrebbe neutra e universale». Tratto da Stengers I., Nel tempo delle catastrofi. Resistere alla barbarie che viene, Ombre Corte, Verona 2015, pp. 58–59.

Bibliografia 

Bachelard G., L’Eau et les Rêves : Essai sur l’imagination de la matière, José Corti, Paris, 1942
Béguin A., L’Âme romantique et le rêve, Édition des Cahiers du Sud, Marseille, 1937
Belting H., Antropologia dell’immagine, Carocci editore, Roma, 2011
Caillois R., Il mito e l’uomo, Bollati Boringhieri, Torino, 1998
Consigliere S., Favole del reincanto, DeriveApprodi, Roma, 2021
Guggino E., Uomini e vermi. Credenze e pratiche magico-mediche in Sicilia, in La Ricerca folklorica, Grafo, Palermo, 1983
Macrì T., Fallimenti, Postmedia, Milano, 2017
Michelet J., Il mare, Il Melangolo, Genova, 1992
Salvemini G., Carteggi (1895-1911), Feltrinelli, Milano, 1968
Zolla E., Aure, Marsilio, Venezia, 1995

Fabrizio Ajello (Palermo, 1973) è un artista e ricercatore che riflette e interviene attraverso diversi media sulle dinamiche dei modelli culturali, investigando in particolare i temi del sacro, delle Vanitas, della memoria individuale/collettiva e del rapporto tra spazio materiale e virtuale. Nel corso degli anni, ha reinventato l’uso di mezzi tradizionali come disegno, fotografia, scultura, per produrre interventi site-specific e installazioni. Attualmente, la sua attenzione è focalizzata sul rapporto tra processi onirici e modelli di interazione e rimediazione attraverso le applicazioni T.T.I. (Text to Image Software). Nel 2024 è stato pubblicato per la casa editrice Castelvecchi il suo primo saggio L’immagine leggera.