NONDETTI

Leonardo, sei mio. Breve indagine etnografica al museo, tra mito e scienza. di Simona Casonato

i non-detti del museo
Leonardo, sei mio.
Breve indagine etnografica al museo, tra mito e scienza.
di Simona Casonato

Animatore: “Secondo voi che lavoro faceva Leonardo?”
Bambina: “Il genio!”
(I.lab Leonardo, 26/2/2017, in Costantino, 2017)

Origini di un progetto di documentazione
Leonardo da Vinci nasce nel 1452 e si spegne nel 1519. Cinquecento anni dopo, i due anniversari di vita e di morte segnano la storia del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia [1] di Milano, a lui dedicato. Il Museo viene inaugurato, concludendo le celebrazioni dell’anno precedente, il 15 febbraio 1953 con la mostra “Scienza e Tecnica di Leonardo” che esponeva i celebri modelli di macchine costruiti tra il 1952 e il 1956 come dispositivi di interpretazione del lavoro di Leonardo, frutto di una tradizione di studio scientifico dei suoi disegni cominciata negli anni Trenta (Giorgione, 2009; 2015) e che costituiscono ancora oggi la sua collezione più rinomata.

Galleria di Leonardo 1953 (Archivio Storico Museo Scienza Milano)

La Galleria di Leonardo, dall’aspetto essenziale e rarefatto, con la sua lunga sequenza enciclopedica di macchine, è rimasta quasi immutata fino a luglio 2018, quando, in previsione dell’attuale anniversario, si sono avviati i lavori per un suo completo rifacimento.

Galleria di Leonardo 2018 (A. Nassiri, Archivio Museo Scienza, Milano)

Il 2019 è ancora un anno cruciale nella vita del museo: vedrà nascere un progetto espositivo nuovo per la sua collezione fondante, con un allestimento immersivo e narrativo, di segno opposto al precedente [2].
Con questo progetto il museo intende assumersi nei confronti di Leonardo da Vinci la «responsabilità di restituire al mondo le interpretazioni più recenti della sua opera di ingegnere e tecnologo» (Le Nuove Gallerie Leonardo, NGL, 2017).
Per il museo “nazionale” dedicato alla cultura scientifica, tuttavia, Leonardo non è solo uno dei molti fronti di lavoro dell’offerta culturale, dell’azione educativa e della salvaguardia del patrimonio tecnico-scientifico [3]. La figura di Leonardo è investita di un valore simbolico, tramite la dedica istituzionale. Questa attribuzione di valore affonda le sue radici, come hanno mostrato studi recenti, nel fenomeno tipicamente novecentesco del “mito di Leonardo”. L’impostazione attuale della curatela mira a superare le narrative del passato, spesso venate di nazionalismo, in cui Leonardo è geniale anticipatore del presente; ma chi si occupa di Leonardo a contatto con il pubblico (curatori, animatori scientifici, comunicatori) riscontra una vitalità del mito e della sua eredità ancora molto presenti.
In vista della transizione di quest’anno, è sembrato importante interrogarsi sulle modalità con cui il fenomeno si manifesta. Nel 2017 c’è stata l’occasione di coinvolgere un’antropologa, Elena Costantino, in una breve indagine etnografica che provasse a cogliere come questa relazione tra storia e immaginario si articoli nella vita quotidiana del museo. Chi scrive ha avuto modo di seguire il lavoro della ricercatrice e di prendere parte ad alcune fasi attive [4]. Cosa cercano le persone quando varcano la soglia del museo “in nome” di Leonardo? Che idea ne hanno? Quale Leonardo portano con sé, e da dove viene? Come entra in dialogo con il lavoro degli operatori museali?
È evidente che una ricerca simile andrebbe intrapresa su una varietà di fronti, con scale temporali lunghe ed elaborazioni complesse, come mostrano alcuni esempi di applicazione dello sguardo etnografico alla museologia scientifica (Macdonald 2002; Basu e Macdonald, 2007). Noi abbiamo concepito il nostro tentativo, in un campo abbastanza nuovo per l’istituzione, come un test di metodo e un’occasione di pensiero. Le considerazioni che seguono mettono quindi in pubblico una proposta per una riflessione interna, senza alcuna pretesa di esaustività. A difesa della loro natura non finita e limitata, invoco la nozione di “messiness” che Macdonald associa al complesso intreccio di implicazioni etiche e culturali nella restituzione di esperienze simili (2002, p. 16).
Un obiettivo concreto era creare un documento che “materializzasse” la relazione tra il museo e i suoi utenti, una traccia oggettivata di un fenomeno effimero, allo scopo di storicizzarlo [5]. Vista la natura sperimentale del test, abbiamo preferito limitare il raggio d’azione ad una specifica situazione: alcune attività del laboratorio interattivo dedicato a Leonardo, detto “i.lab Leonardo”, partendo dalla considerazione che esso sia uno spazio-tempo dedicato ad un incontro con il personaggio, in cui ciò che eventualmente si pensa di lui si possa anche agire, e di conseguenza essere osservato.

Il “mito di Leonardo” e il museo della scienza: passato e presente di un legame simbolico
Non è semplice definire i contorni di un fenomeno che affonda le radici nei primi tentativi di raccontare la grandezza di Leonardo da Vinci già nel XVI secolo, per consolidarsi tra XIX e XX secolo nella narrativa «del “genio universale, profeta inascoltato nei suoi tempi, precursore dello straordinario progresso tecnologico e scientifico dell’età industriale, e al tempo stesso misterioso eroe romantico e decadente» (Bertelli, 2019, p.56). Già a partire da Vasari, Leonardo viene continuamente “reinventato” in funzione del presente di chi ne parla, finendo per incarnare valori che trascendono la sua particolarità storica (Turner, 1992). Nei confronti di Leonardo, due spinte intuitivamente opposte, quella ermeneutica e quella mitopoietica, appaiono profondamente connesse: «tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il progressivo approfondimento storico e biografico su Leonardo coincidono paradossalmente con l’ingigantirsi del suo mito» (Bertelli, 2019, p.56).
Il fenomeno si intreccia con la storia del Museo. Vari studi hanno messo a fuoco la dialettica che si riflette nel percorso di fondazione dell’istituzione ed è all’origine della collezione dei modelli leonardeschi (Giorgione, 2009; Redemagni, 2011; Giorgione, 2015; Canadelli, 2016, 2019a, 2019b; Beretta, Canadelli, Giorgione, 2019). Il fondatore del Museo, l’ingegnere milanese Guido Ucelli (1885-1964) maturò l’idea di un museo scientifico rivolto “alle grandi masse” nell’intervallo tra le due guerre. In quel contesto, mentre si moltiplicavano le iniziative che enfatizzano la retorica dei “primati della scienza” che l’Italia poteva vantare nel panorama mondiale (Paoloni, Reali & Ronzon, 2018; Canadelli, 2019), si ampliava il panorama di studi rigorosi e azioni divulgative che approfondivano il contributo tecnico e scientifico dell’opera di Leonardo. Su questa base, in epoca fascista Leonardo era proposto come «simbolo per celebrare l’autarchia e il primato del genio italico» (Giorgione, 2009, p.17). Ucelli partecipò attivamente ai lavori per la grande mostra di Leonardo da Vinci e delle invenzioni italiane, allestita al Palazzo dell’Arte di Milano nel 1939, che per la prima volta esponeva l’opera artistica di Leonardo insieme a macchine concepite per fornire un’interpretazione dei disegni dei taccuini ad un pubblico non specializzato. La mostra accostava Leonardo alla contemporaneità, con una presentazione delle “invenzioni italiane” collegata idealmente alla sua eredità.
Con l’apertura del Museo, nel dopoguerra, Guido Ucelli «reinterpretava il fortunato mito […] di un Leonardo insieme artista e scienziato, genio universale, precursore e nostro contemporaneo, in un continuo cortocircuito tra storia e modernità» e contemporaneamente contribuiva «a scrivere una delle pagine più interessanti della storiografia vinciana, dalle importanti ricadute sul discorso pubblico riguardante Leonardo» (Canadelli, 2019b). Nel neonato museo, nel 1953, Leonardo fu di nuovo investito di un ruolo simbolico che da un lato richiamava le attribuzioni precedenti, dall’altro si aggiornava alla nuova epoca di ricostruzione industriale: egli era «paradigma dell’eccellenza e della creatività italiana, della capacità di risolvere problemi in maniera ingegnosa, dell’indipendenza dell’industria italiana» (Giorgione, 2009, p. 23).
I brevi accenni a questa storia complessa permettono già di intravvedere una dinamica ricorrente. Nel presente, la curatela affronta il «compito arduo […] di smontare il mito del Leonardo inventore e profeta del futuro e di riconsiderarne invece la grandezza nello stretto dialogo con il contesto storico» (Giorgione, 2019, p.15) in una lettura aderente allo stato dell’arte degli studi vinciani. A livello istituzionale, viene mantenuto un richiamo simbolico che porta Leonardo “fuori” dal discorso specifico che lo riguarda e lo pone al di sopra di esso, rinnovando la dedica; questo, in un Museo che, oggi come ieri, si occupa di scienza e tecnologia a tutto tondo, con riferimenti al passato ma anche molto attivo nel presente. Il primo dei macro-obiettivi enunciati oggi dall’istituzione è «riscoprire il portato della dedica a Leonardo da Vinci come simbolo dell’unione delle due culture (umanistica e scientifica) e come punto di partenza per costruire una visione basata sull’incontro dei saperi e sulla loro connessione» (Annual Report, 2018).
La figura di Leonardo si ripropone come perno di una circolarità tra aspetti storico-scientifici e aspetti simbolici. Da un lato il Museo “subisce” la divaricazione tra mito e realtà storica, nei cui confronti avverte il dovere di contro-proporre la propria competenza; dall’altro occorre fare i conti con l’eredità di essere esso stesso, in parte, un prodotto del processo di mitizzazione. Non sempre l’azione “demitizzante” è accolta con favore dai visitatori. Come riportato talvolta dai colleghi, alcuni interlocutori possono manifestare delusione e spiazzamento nell’apprendere che Leonardo era debitore di pensieri coevi o che alcune sue intuizioni alla prova pratica sono fallimentari. Per alcuni può essere difficile comprendere la grandezza di Leonardo, nel momento in cui vengono meno stereotipi legati al mito. Può essere utile allora cercare di riconsiderare il fenomeno del “mito” sotto un’altra luce, in cui emergono aspetti diversi nella costruzione dell’“icona culturale globale” (NGL, 2017) in cui il museo è coinvolto.

Mito in che senso? Un cenno ad approcci teorici utili
Per citare un grande classico d’epoca, che però rimane efficace nel permetterci di inquadrare meglio il concetto, il Leonardo icona pop, che popola ossessivamente film, programmi televisivi, romanzi, parchi di divertimento, pubblicità, giocattoli ed ogni genere di prodotto mediatico, può ricordare i “miti d’oggi” descritti da R. Barthes. Lo studioso fa ricorso alla semiotica, “scienza dei valori” in cui i fatti sono definiti ed esplorati come un valant-pour (Barthes, 1957, p.184). Occorrerebbe quindi considerare non solo i discorsi che fanno del personaggio storico di Leonardo un contenuto fantasioso o meno, ma anche le prassi e le forme di pensiero che fanno di Leonardo un contenitore: una “forma” che si presenta come discorso di meta-livello e che va osservata non solo per ciò che esprime, ma anche per il modo e i contesti in cui lo fa (ivi, pp.188-89).
La tensione tra “mito” e all’autorità scientifica dell’istituzione si può far risalire all’accezione che nel secondo dopoguerra, la parola “mito” aggiunge ai suoi significati tradizionali, come sottolineano Leghissa e Manera in Filosofie del mito nel Novecento: qualcosa di attraente ma irraggiungibile, «non vero, […] con sfumature che sottendono il suo essere inesistente, falso e pericoloso». Secondo gli studiosi, per comprendere meglio le sue dinamiche, l’attenzione verso il mito come «ciò che designa una qualche sostanza andrebbe abbandonata a favore dell’attenzione al materiale mitologico, ossia agli oggetti empiricamente analizzabili […] che incorporano la miticità» (Leghissa e Manera, 2015, p.20). Per poter afferrare il mito, comprenderne le dinamiche minute, occorre provare a farne emergere delle istanze concrete, individuando il “materiale mitologico” che lo incorpora: questo era il presupposto per l’analisi delle attività del nostro i.lab.

La ricerca sul campo: Leonardo in laboratorio
I laboratori interattivi sono le aree attrezzate dentro il museo in cui vengono messi in pratica i principi dell’educazione informale adottati dai servizi educativi del museo, tramite attività rivolte a scuole e pubblico generico guidate da animatori scientifici formati ad hoc. Nei percorsi dell’i.lab Leonardo, i visitatori possono sperimentare in prima persona percorsi relativi all’arte e al contesto storico (affresco, disegno, scrittura) e all’ingegneria (tramite le ricostruzioni interattive di macchine), con un coinvolgimento non solo intellettuale ma anche fisico.

iLab Leonardo, 2018 (P. Soave, Archivio Museo Scienza Milano)

Nelle note che seguono, selezionerò alcuni dei punti emersi dalla relazione finale come spunto per alcune considerazioni (citando alcune delle parole dei presenti) [6].
Il primo elemento di interesse che è emerso grazie all’osservazione partecipante è stata la dimensione di co-costruzione narrativa che riguarda la biografia e l’epoca di Leonardo, che coinvolge sia l’animatore/trice che i visitatori presenti.
La metodologia informale delle attività educative del Museo è strutturata in modo non frontale e dialogico, secondo un copione suggerito durante la fase di formazione degli animatori, i quali sono invitati poi a trovare un proprio modo (Xanthoudaki, 2016) di interpretare la mise en scène laboratoriale. Nel laboratorio non sono presenti ritratti o immagini di Leonardo, la sua presenza è letteralmente “evocata” tramite un intreccio, sempre vario, di momenti narrativi, dialogo con il pubblico, azioni pratiche e anche, talvolta, rivelazioni introspettive da parte di chi guida l’attività. Emerge infatti il rapporto personale, quasi affettivo, che gli animatori hanno con un personaggio che “frequentano” quotidianamente. Alcuni topoi narrativi ricorrenti sono trasversali ai percorsi tematici: una presentazione di Leonardo, con un invito ad immedesimarsi nella sua storia e nella sua epoca come aggancio all’esecuzione di una serie di attività pratiche che evocano le sue condizioni materiali di lavoro (dipingere un affresco, scrivere con la penna d’oca, usare carrucole, ecc.); la sua “umanizzazione”, ossia la decostruzione del mito della genialità universale; la riflessione sulla frammentarietà delle fonti storiche e sul grande sforzo interpretativo richiesto agli studiosi. Idealmente, i vari punti vengono toccati facendo emergere ciò che i visitatori già sanno e instaurando momenti di discussione collettiva; sicché il gruppo, facilitato dall’animatore, fa emergere in modo performativo e collegiale una “vulgata” della storia di Leonardo, situata in quella data occorrenza dell’attività di laboratorio.
Notiamo che in questo processo è impossibile per chiunque – animatori in primis – non attingere a immaginari che, per quanto fondati storicamente, non mettano in gioco anche fantasie e proiezioni personali (“Immaginate quanto potessero puzzare le botteghe dell’epoca”, “Leonardo […] io l’ho sempre immaginato come uno che voleva sapere sempre di più”, “Immaginate di avere un’idea in testa e di non poterla realizzare: che frustrazione!”, “Leonardo era un precisino, e lento quando dipingeva”.). Nell’evocazione, un immaginario “vale” l’altro: nel confronto, l’animatore fa emergere, in modo maieutico, la narrativa autorevole del museo e la riconsegna all’uditorio.
Interviste dirette ai visitatori hanno permesso di approfondire ulteriormente quali narrative essi avessero in mente. Come prevedibile, sono emersi molti stereotipi veicolati dai media: il grande inventore, il genio italico, il tuttologo, l’anticipatore, la figura enigmatica. Ma è anche emerso che l’uso di espressioni fatte è spesso oggetto di reinterpretazioni, con connotazioni valoriali personali: “Vogliamo far vedere alle bambine fin dove l’uomo può arrivare, spronarle ad andare avanti anche quando le loro idee sembrano assurde”; “Rappresenta per me il genio a 360°, una mente fuori dalla routine, simbolo di come l’essere al di fuori della regola crei genialità, la rottura e la novità. Solo essendo diversi, si possono creare capolavori”; “Io sono ignorante, ma per me Leonardo era un genio perché applicava un pensiero per realizzare i sogni”; “La tuttologia di Leonardo sarebbe impraticabile oggi, c’è troppa specializzazione. Eppure, le idee nuove nascono dalla connessione tra le cose”; “il genio secondo me è una persona che […] non decide sempre prima dove arrivare”.
Le accezioni della parola “genio”, che il personale usa con parsimonia, rivelano un ampio spettro di connotazioni, che fanno emergere più l’aspetto re-interpretativo che non una tendenza a subirne passivamente l’influsso. “Genio” diventa sinonimo di curiosità, coraggio, anticonformismo, il frutto di un allenamento intellettuale più che una caratteristica innata e sovrumana. Tenuto conto che gli intervistati erano tutti genitori o educatori, Leonardo assume spesso la valenza di un esempio pedagogico. La presunta universalità dei suoi interessi, e la narrativa di un Leonardo “outsider”, portano qualcuno a riflettere sul senso dell’approccio olistico alla conoscenza e sul valore educativo di esplorare nuovi orizzonti. Il setting del laboratorio introduce un pensiero sul valore della manualità nell’era delle tecnologie digitali. Per molti degli intervistati, Leonardo rappresenta la possibilità di riflettere sul significato e sul valore di una ricerca della conoscenza che sia disinteressata, esperienziale, basata sull’osservazione diretta e libera nell’andare oltre la norma vigente.
Interpellati sulla provenienza delle loro conoscenze su Leonardo, adulti e bambini citano film, cartoni animati, esperienze di visita in luoghi leonardeschi, musei, ricordi scolastici, esperienze ludiche. Anche agli incontri con le rappresentazioni più “pop” di Leonardo viene spesso attribuito un portato utile di conoscenza, pur nella consapevolezza della loro natura fantastica. Un’adolescente ricorda che ha “conosciuto” Leonardo a 6 anni grazie al film Cinderella, in cui egli compare come improbabile aiutante di una principessa: «[la fiaba] ha reso più vicina a me una figura lontana» (A. Tennant, 1998). Elementi fantastici sono emersi anche se le interviste sono avvenute dopo lo svolgimento dell’attività: nessuno sembrava avere problemi ad accostare il “proprio” Leonardo a quello “storicamente accurato” proposto dagli animatori.
Al termine dell’esperienza, ci è parso che la rappresentazione di Leonardo che emergeva complessivamente dai nostri dati avesse alcune caratteristiche ricorrenti: Leonardo è simpatico, non suscita timori reverenziali: è artigiano, è più un genio del fai-da-te che del pensiero astratto, le sue basi cognitive sono alla portata di tutti, se coltivate; è proteiforme, riesce ad essere un riferimento valido per ogni valore personale; Leonardo è utile, il suo esempio visionario aiuta ad approcciare le sfide della modernità. L’evocazione di Leonardo che avviene nella performance dell’i.lab procede grazie all’incontro e della negoziazione tra piani immaginari e narrazione storiografica, in un’esperienza ricercata come gratificante e significativa. Il Leonardo che emerge dal dialogo tra i visitatori e il Museo è un’icona portatrice di alcuni significati e valori culturali condivisi ed è anche uno strumento di riflessione. I visitatori declinano la vecchia narrativa del ‘genio’ in una sensibilità nuova: «Leonardo diventa così un simbolo grazie al quale le persone possono orientarsi nella contemporaneità, comprenderla e darle un senso» (Costantino, 2017).

Conclusioni
L’indagine si è inserita in una riflessione, tutt’ora in corso, su come far emergere in modo più esplicito terreni di dialogo tra istituzione e pubblico anche sul piano dell’eredità storica della cultura tecnico-scientifica. Ricerche recenti hanno messo in luce come le dinamiche sociali dell’immaginario collettivo siano fondamentali nel dialogo tra esperti e non esperti in questo campo (Paura, 2019). In tempi in cui la distinzione tra i due gruppi è fluida e porosa come non mai (Bucchi, 2017) e in cui si cerca di approfondire le radici storiche del “disagio” della scienza nella sfera pubblica (Nieto-Galan, 2016), ci sembra importante meditare su strategie di ricomposizione narrativa che collochino le diverse voci, pur nella loro differenza, in un panorama comune.
Nel caso di Leonardo, può essere interessante pensare a esperti e visitatori come makers e users (Oudshoorn & Pinch, 2003) museali, coinvolti in una co-(ri)costruzione delle narrative, tra mito e storia. Il mito può essere visto come dispositivo che “produce forme di conoscenza”, attivo sia a livello collettivo che individuale: «ognuno di noi è una macchina mitologica, che elabora immagini e rappresentazioni, ri-semantizzandole in concetti e agiti personali, inseriti nella diverse macchine mitologiche della cultura» (Jesi, in Leghissa & Manera, 2015, p.235). Rimane il tema di come dare il giusto spazio, nel patrimonio del museo, a tutto il cumulo di rappresentazioni “affettive” e “simboliche”, estraneo al processo rigoroso di studio delle fonti, ma non meno significativo per capire la persistenza e il significato dei discorsi su Leonardo nella contemporaneità. Forse, ci si potrebbe rivolgere al concetto di patrimonio culturale intangibile, che mette l’accento sulla valorizzazione delle prassi, piuttosto che dei beni materiali. Gli stessi tangibilissimi modelli di macchine sono in realtà concrezioni dei processi di studio, e di immaginazione di chi le ha realizzate (Bertelli, 2019; p.57). Il “patrimonio” del museo non è solo l’oggetto fisico: risiede anche nel custodire la competenza maturata nel materializzare, interpretandolo, il pensiero espresso da Leonardo, tramite labili tracce. I modelli della mostra leonardesca del 1939 vanno distrutti in un naufragio nel 1942, ma nel dopoguerra il sapere prodotto per la prima mostra è riattualizzato nella costruzione dei modelli odierni. Viene in mente che, forse, la tradizione giapponese del Shikinen Sengu, in cui complessi sacrari lignei vengono distrutti e ricostruiti ogni vent’anni (Kirshenblatt-Gimblett, 2004, p. 59) non è così diversa dal lavoro continuo di ricerca, costruzione e decostruzione della figura Leonardo da Vinci che vede al centro il “suo” museo: un lavoro che stimola a perpetuare il dialogo con la sfera pubblica e la connessione tra i diversi orizzonti non solo disciplinari, ma anche sociali, del sapere.

iLab Leonardo, 2018 (P.Soave, Archivio Museo Scienza, Milano)

Note
[1] In origine “della Tecnica”. Dal 2000, il termine viene sostituito con “Tecnologia”.
[2] Il nuovo progetto, curato da Claudio Giorgione si avvale della supervisione scientifica di Pietro Cesare Marani e di Paolo Galluzzi e della museografia di François Confino.
[3] A oggi il Museo custodisce circa 18.000 beni tecnico-scientifici e artistici, afferenti a vari campi disciplinari ed epoche.
[4] Questo scritto è in totale debito con le competenze di Elena Costantino, che mi ha permesso di attingere alle sue note. Antropologa indipendente, specializzata sugli aspetti socioculturali dell’alimentazione, è stata co-curatrice dell’esposizione permanente #Foodpeople, aperta dal Museo nel 2015.
Colgo l’occasione per ringraziare i molti altri colleghi a cui sono ugualmente debitrice: Claudio Giorgione, Simone Bertelli, Eleonora Scola, Carlo Puoti, che ci hanno lasciato entrare dietro le quinte del loro lavoro; Laura Ronzon e Maria Xanthoudaki che hanno creato le condizioni per questo piccolo esperimento. Infine, sono debitrice ad Elena Canadelli per la condivisione “in anteprima” delle sue preziose ricerche d’archivio e per i grandi stimoli di pensiero.
[5] Con la consapevolezza dello sguardo inevitabilmente soggettivo che questa operazione comporta (Olivier de Sardan 2009, p.32)
[6] La ricerca si è avvalsa della modalità dell’osservazione partecipante e della conduzione di brevi interviste ai visitatori, per un totale di 19 sessioni (pomeriggi o mattine), condotte tra gennaio e marzo 2017. È stata data priorità alle attività del weekend, che vedono la partecipazione di famiglie, rispetto alle attività della settimana, dedicate alle scuole. Interviste al curatore Giorgione e alla responsabile dell’i.lab Eleonora Scola hanno completato il quadro.

Bibliografia
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Beretta M., Canadelli E., Giorgione C., (a cura di) Leonardo 1939. La costruzione di un Mito, Editrice Bibliografica, Milano, 2019.
Bertelli S., Il mito di Leonardo, in Beretta, M., Canadelli, E., Giorgione C. (a cura di) Leonardo 1939. La costruzione di un Mito, Editrice Bibliografica, Milano, 2019.
Canadelli E., Le macchine dell’«ingegnere umanista». Il progetto museale di Guido Ucelli tra fascismo e dopoguerra, in «Physis». Rivista internazionale di storia della scienza, 2016, a. 51, n. 1-2, pp. 93-104.
Canadelli E., (a) Science versus Technology. The Exhibition of Universal Science in E42 Rome and the Museum of Science and Technology in Milan, in E. Canadelli, M. Beretta, L. Ronzon (eds.), Behind the Exhibit. Displaying Science and Technology at World’s Fairs and Museums in the Twentieth Century, Smithsonian Institution Scholarly Press, 2019, pp. 132-156.
Canadelli E., (b) Dalla Leonardesca al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica di Milano in «Beretta», Canadelli, Giorgione 2019.
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Olivier de Sardan J., La politica del campo. Sulla produzione di dati in antropologia, in Cappelletto F. (a c. di), Vivere l’etnografia, SEID, Firenze 2009, pp. 27-63.
Oudshoorn N., and Trevor P., (eds) How Users Matter: The Co-Construction of Users and Technologies, MIT Press, Cambridge, 2003.
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Xanthoudaki M., Museums, innovative pedagogies and the twenty-first century learner: a question of methodology, Museum & Society, March 2015. 13 (2) 247-265.
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Simona Casonato lavora al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano dal 2003, dove segue progetti di documentazione e ricerca sul patrimonio storico. Ha partecipato alla preparazione di oltre 40 esposizioni su temi tecnico-scientifici e artistici, curando in particolare la produzione di storie orali e la documentazione audiovisiva. Collabora con diversi atenei per docenze e ricerche in media studies, storia della scienza e public history.

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