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Il ciclo di vita della memoria. I profughi al Memoriale della Shoah di Milano: rappresentazione, rotte, cartografie possibili di Anna Chiara Cimoli e Stefano Pasta

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Il ciclo di vita della memoria
I profughi al Memoriale della Shoah di Milano: rappresentazione, rotte, cartografie possibili
di Anna Chiara Cimoli e Stefano Pasta

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© Flaviana Robbiati.

Liliana Segre, che a tredici anni è partita per Auschwitz, ha voluto che all’ingresso del Memoriale della Shoah di Milano fosse impressa la parola “indifferenza”, a caratteri cubitali. Il più grande nemico: più dell’odio, della rabbia, dell’ignoranza.
Il Memoriale della Shoah è l’unico luogo che ricorda la partenza degli ebrei per i campi di concentramento proprio dove queste partenze sono avvenute.
L’immigrazione non è una novità. Ma quando l’ondata di profughi dall’Africa e dalla Siria si è presentata, nella primavera del 2015, la Comunità di Sant’Egidio di Milano ha proposto a Liliana Segre di curare l’ospitalità dei profughi negli spazi del Memoriale.
Sono arrivati eritrei, etiopi, siriani, palestinesi, ma anche sudanesi, libici, nigeriani e persone di altre nazionalità. Bambini, adulti e anche vecchi (qualche anziana eritrea da sola, sarebbe bello capire che progetto ha), persone sane o malate o disabili. Quasi tutti si sono fermati una sola notte, partendo il giorno dopo per la Germania, la Scandinavia, l’Inghilterra. Con loro tanti volontari, musulmani, ebrei, cristiani, buddisti, agnostici, studenti e pensionati, amici di amici, persone le cui finestre affacciano sul Memoriale e che si sono chiesti: e io che cosa posso fare?
La notte passano alcuni treni, e per qualche secondo trema tutto. La luce è fioca, si parla piano, sono tutti stanchi. I bambini resistono fino a notte fonda: giocano, disegnano, ciondolano.
I grandi: fumano, telefonano, mangiano, si lavano, poi dormono.
Le donne, però: si disfano e rifanno le treccine, cercano i vestiti giusti per il viaggio, li provano, li scambiano. Qualcuna, meravigliosa, si dà lo smalto alle unghie.
Il Memoriale vive questa storia dalle otto di sera alle otto del mattino. In queste ore Adil, che lavora per il progetto, distribuisce il cibo e i vestiti, prepara i letti, cura che tutti abbiano il necessario per lavarsi. Poi, quando la maggior parte degli ospiti è andata a dormire, ascolta chi ha voglia di parlare, e sotto la luce di una lampada da tavolo trascrive le storie.
Questi racconti, queste mille e una notte tengono a bada l’angoscia e festeggiano l’approdo: perché essere arrivati fin qui è già una conquista, è un nuovo inizio.
Alcuni dicono: sono nato oggi.
È il primo giorno della mia nuova vita.
È il mio compleanno..

Così scrivevamo a caldo, in una sorta di diario quotidiano, per raccontare il poche parole l’esperienza di accoglienza dei profughi al Memoriale della Shoah, che si è svolta fra il 22 giugno e il 14 novembre di quest’anno.
Quasi da un giorno all’altro, per una decisione fulminea dettata dall’urgenza degli sbarchi e dalla chiusura temporanea delle frontiere italiane con Austria e Francia, lo scorso giugno il Memoriale si è aperto all’accoglienza di una quarantina di profughi a notte, per un totale di circa 5.000 persone. L’accoglienza, iniziata con mezzi semplici e grazie alla collaborazione informale fra la Fondazione Memoriale della Shoah, che gestisce il luogo, e la Comunità di Sant’Egidio, un’associazione cattolica attiva a livello mondiale nella lotta alla povertà, ha in poco tempo acquisito un respiro più imponente e un senso più profondo. Tutta l’ospitalità, seppur svolta in collaborazione con la rete di accoglienza per profughi in transito realizzata del Comune di Milano (84.500, di cui 16.700 minori, i profughi accolti da ottobre 2013 a ottobre 2015), non ha avuto costi per le istituzioni e si è basata sull’aiuto gratuito di molti cittadini, le cui donazioni sono inoltre servite a pagare l’unico operatore retribuito del progetto.
Siamo stati attivi in questa accoglienza lungo tutto il periodo; l’abbiamo vissuta, osservata e raccontata strada facendo, anche nella concitazione degli eventi. Ora che il Memoriale ha chiuso questo capitolo – essendo calato il numero degli arrivi con il sopraggiungere dell’inverno – e ripreso il suo ritmo abituale, quello di un luogo di memoria vocato soprattutto all’educazione dei giovani e alla diffusione della storia della Shoah, possiamo riflettere sull’esperienza nel suo complesso: su come conservarne la traccia e integrarla nel più grande tema della giustizia, del diritto, della testimonianza che anima il luogo.
Ci interessano soprattutto due aspetti,che corrispondono ad altrettante domande: la rappresentazione di una pagina di storia densa di eventi, storie, frizioni (come raccontare?) e i flussi delle persone che hanno sostato al Memoriale, in un momento di enorme fluidità delle normative e degli equilibri geopolitici (come cartografare?).
Da un lato, infatti, la ridondanza di informazioni sul tema dei profughi che ha caratterizzato la scorsa estate, e la risposta molto significativa dei cittadini, ci hanno confortato sulla visibilità del fenomeno e sulla sua quasi naturale “comunicatività”. Dall’altra, l’eccezionalità della situazione del Memoriale, dove il tema del luogo testimoniale legato alla Shoah si mescola intrinsecamente con quello di una nuova pagina di posizionamento civile, ci ha interpellato sulla necessità di raccontare con strumenti più specifici. Strumenti tuttavia delicati, pertinenti, non invasivi.
Un recente articolo di Nick Sacco [https://pastexplore.wordpress.com/2015/11/20/when-fun-and-entertainment-overshadow-understanding-at-historical-sites/] sulle visite nei luoghi della memoria solleva una domanda fondamentale sui limiti della divulgazione, sul rispetto delle storie individuali e delle loro intime reticenze. Su quello che si può fare o non fare nei luoghi di memoria.
Quella del Memoriale della Shoah è stata un’esperienza del tutto eccezionale, da questo punto di vista, perché ha comportato la trasformazione di parte degli spazi in dormitorio e un vero riadattamento delle funzioni. Con la collaborazione della Protezione Civile sono state sistemate delle brande da campo; sono state predisposte delle docce nei bagni; una catena auto-organizzata di cittadini ha procurato i pasti caldi (la cena e la colazione, essendo il luogo aperto solo dalle 20 alle 8 del mattino); molti hanno portato vestiti, medicinali, alimenti per neonati, giochi.

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© Rocio Abrego.

Memoria/azione civile
Il Memoriale testimonia della partenza degli ebrei milanesi per i campi di concentramento fra il 1943 e il 1945, ed è collocato nel corpo stesso della Stazione Centrale di Milano, alla quota di terra, lungo il binario da cui i vagoni venivano sollevati per essere portati al livello superiore e da lì partire. L’operazione che ha portato al riconoscimento dell’importanza storica del luogo, alla creazione della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, alla trasformazione architettonica (a opera dello Studio Morpurgo de Curtis Architetti Associati) e infine all’apertura al pubblico, ha occupato diversi anni e un grande impegno economico. L’ultima tranche dei lavori è terminata nel gennaio 2013; manca ancora il completamento di alcune parti, per le quali è in corso un processo di fundraising.

Tuttavia, l’attività didattica prosegue, e costituisce il cuore della programmazione, insieme a un calendario di conferenze, concerti, spettacoli e manifestazioni. Tutti gli anni, in occasione della Giornata della Memoria, la Comunità di Sant’Egidio organizza una cerimonia nel corso della quale porta la sua testimonianza Liliana Segre, partita da qui tredicenne il 30 gennaio 1944 con il padre, che sarebbe stato ucciso ad Auschwitz. Insieme a quella della Shoah si celebra la memoria degli altri genocidi del XX secolo, con un’attenzione ai conflitti contemporanei attraverso testimonianze che di volta in volta hanno fatto ascoltare la voce dei rom, dei perseguitati politici, degli immigrati di seconda generazione, delle vittime del genocidio armeno e di quello cambogiano. La parola “indifferenza”, scritta a caratteri cubitali all’ingresso del Memoriale proprio per volontà di Liliana Segre, è il tema attorno a cui ruota tutto il progetto, in uno spirito di attenzione vigile al presente.
Ed è questo il punto che vogliamo sottolineare. Quanti luoghi di memoria europei si sono aperti, in questi mesi, all’accoglienza dei profughi? O almeno hanno avuto ruolo di “antenna”, di catalizzatore di attenzione, di altoparlante? Quanti statement abbiamo letto, quanti appelli, quante sollecitazioni provenienti dai sites of conscience? Purtroppo molto pochi, e questo ci ha indotto a riflettere sulla agency dei luoghi di memoria nel contemporaneo, sul loro ruolo effettivo in un’azione di rivitalizzazione della memoria attraverso una messa in discussione del presente, non importa quanto “povera”, fatta dal basso, perfettibile.
Ci sono stati alcuni esempi di azioni intraprese dai luoghi della cultura in termini di accoglienza e di aiuto concreto: pensiamo per esempio alle biblioteche pubbliche [http://publiclibrariesonline.org/2015/11/refugees-supported-by-public-libraries-in-europe/] che, soprattutto in UK, hanno messo in campo azioni concrete che vanno dalla distribuzione di cibo e vestiti alle traduzioni, dall’acquisto di libri nelle lingue di provenienza dei rifugiati all’apertura di sportelli informativi. La Museums Association, la più importante rete museale del Regno Unito, ha pubblicato un Practical Advice on Working with Refugees [http://www.museumsassociation.org/museum-practice/museums-and-refugees/16122013-practical-advice-on-working-with-refugees] (accessibile solo ai membri del network) e in generale dedica una costante attenzione al tema, concentrandosi tuttavia più sui rifugiati già stabilizzati che sui neo arrivati1. Lo scorso febbraio lo Horniman Museum and Gardens di Londra ha ospitato una conferenza dal titolo Connecting Museums with Refugee and Asylum-‐Seeker Organisations, organizzata con Counterpoint Arts, portando l’attenzione sul fondamentale tema del potenziamento della rete di competenze e saperi. Ne è emerso un importante documento [http://www.platforma.org.uk/wp-content/uploads/2015/05/Connecting-Museums-with-Refugee-and-Asylum-Seeker-Organisations.pdf] che contiene un manifesto, totalmente condivisibile, del lavoro con i rifugiati e richiedenti asilo.

Nel 2014, i membri siriani della International Coalition of Sites of Conscience hanno realizzato il Syrian Oral History Project, illustrato da Anuj Shrestha, per raccogliere le storie di esodo dalla Siria e curarne una corretta rappresentazione; l’argomento della fuga verso l’Europa è stato oggetto di molte Conscience Conversations, i forum online mensili organizzati dalla Coalition [http://www.sitesofconscience.org/2015/04/conscience-conversations/]. A parte queste azioni di informazione e di riflessione teorica, tuttavia, i memoriali non sembrano aver reagito in prima persona al tema dell’arrivo di profughi a migliaia in Europa.
Tanto più, la vicenda del Memoriale ci sembra unica, e da rappresentare, raccontare, mantenere viva. Ma come farlo? Con che parole, immagini, segni? E come farlo mentre l’”emergenza” premeva e chiedeva velocità, coordinamento, efficienza; mentre l’imprevedibilità degli arrivi alla Stazione imponeva di reagire rapidamente alle situazioni; mentre la stanchezza di chi arriva suggeriva più spesso silenzio che parole, discrezione che avvicinamento?

Rappresentare
Da un lato ci sono dei limiti tecnici. Il Regolamento di Dublino prevede, come noto, che il paese competente per l’esame di una domanda di asilo sia il primo in cui si arriva. Essere fotografati, dunque identificati in Italia, significa potenzialmente vedere annullata qualunque speranza di continuare il proprio viaggio in altri paesi europei più appetibili (principalmente Regno Unito, Germania e Scandinavia). Ecco perché le impronte, prese in modo casuale alle frontiere, sono lo spauracchio più terribile per i neo-arrivati, e per qualcuno una sorta di condanna.
Dall’altro lato ci sono dei limiti impliciti, che si colgono empaticamente, dettati dalla stanchezza, dalle perdite recenti e tragiche, dal timore.
Rappresentare, dunque. Vuol dire raccogliere e trasformare. Quando non è possibile, almeno ascoltare attentamente. E all’oralità si è affidata gran parte della trasmissione, in lunghe serate in cui alcuni profughi non volevano o potevano dormire e raccontavano volentieri, spontaneamente, le loro storie. Le abbiamo raccolte, dapprima trascrivendole noi, poi facendole scrivere direttamente a loro. Se ne è occupato Adil, il mediatore marocchino che ha lavorato al memoriale tutte le notti curando l’accoglienza e gestendo i flussi degli ospiti. Ora abbiamo una raccolta importante di testi scritti in arabo (parlato dai siriani, dalla maggior parte degli eritrei ed etiopi, dai libanesi, sudanesi, da molti africani sub-sahariani) , inglese, tigrino, qualcuno in un italiano un po’ incerto. Quelli tradotti confluiranno in un volume sulla storia del Memoriale che intreccia la memoria della Shoah alla vicenda dell’accoglienza ai profughi, che verrà pubblicato nei prossimi mesi.
Questi racconti, tutti molto diversi uno dall’altro, hanno alcune caratteristiche comuni. La prima è il senso dell’approdo. Per molti era la prima notte al sicuro dopo giorni, mesi, per qualcuno anni.

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Ci hanno portato sul barcone nel cuore della notte, eravamo in 680 a bordo, c’erano uomini, donne, bambini. Il giorno dopo, a mezzogiorno sono arrivate delle navi militari proprio mentre nel barcone stava entrando acqua. Ci hanno salvato, grazie a Dio, per fortuna nessuno si è fatto male.

Ci hanno portato a Lampedusa, dove ci hanno trattato bene. Il secondo giorno ci hanno trasportato in un albergo che si chiama Scania ad Agrigento, e dopo due giorni sono partito verso Milano, sono arrivato e ci hanno ospitato al centro di accoglienza, ci hanno offerto cibo e acqua e un posto dove dormire. Dopo due giorni ora sto partendo verso la Germania come profugo che scappa dalla guerra in Siria per poter vivere con mia moglie e i miei due figli in sicurezza e stabilità, lontano dalla guerra e dalle uccisioni.

Finalmente ci hanno portato al mare e ci hanno caricato in 700 su un barcone. Dopo solo 24 ore di navigazione la barca ha iniziato a imbarcare acqua, e tutti abbiamo pensato che saremmo morti; ma lo scafista ha chiamato la Croce Rossa e grazie ad Allah ci hanno salvati e ci hanno portati in Italia. Qui inizia la mia nuova vita. 

Qui a Milano ci siamo trovati benissimo, siamo stati accolti e abbiamo dormito bene, mangiamo e beviamo in abbondanza, non ci manca nulla.

Forse ci separeremo e io partirò; forse ci vedremo ancora o forse non ci vedremo più, ma una cosa sola rimarrà nel mio cuore per sempre: il ricordo del vostro aiuto..

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Il disegno, realizzato da un minore egiziano non accompagnato, descrive il momento del salvataggio in mare.

Per molti, l’arrivo al Memoriale ha significato lo scampato pericolo, il senso dell’essere sopravvissuti. Molti hanno dato una lettura religiosa di questa loro sopravvivenza (“A chi diceva di voler stare prendevano subito le impronte. Tutti abbiamo detto che volevamo andare via. Io ho detto: voglio andare via dall’Italia. Io credo in Dio e credo che ognuno di noi, dove è destinato ad arrivare arriverà. Per esempio: ad alcuni di noi che hanno detto di voler andare via hanno preso comunque le impronte; a me no”).
E qui si colloca il tema della frizione con la realtà europea, con il tema delle frontiere, che fra l’altro si è modificato lungo i mesi dell’accoglienza al Memoriale. Il tema della percezione della libertà, e dell’impatto con i regolamenti. Questo, per esempio, il racconto di Moubarak, un ragazzo eritreo arrivato come minore non accompagnato e oggi residente in uno studentato in Svizzera, passato più volte dal Memoriale per accogliere parenti appena arrivati:

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Vengo dall’Eritrea, ho 16 anni.
Ho attraversato il cosiddetto “triangolo egiziano” (che si trova fra Ciad Egitto Libia e Sudan) passando per le mani di moltissimi intermediari, quelli piccoli –meno importanti- e quelli grandi, che sono in genere sudanesi. Fra trafficanti c’è una gerarchia: i somali sono i più rispettati, poi vengono i sudanesi. I trafficanti eritrei ci hanno chiesto 400 dollari solo per portarci dal trafficante che ci avrebbe guidato deserto. Ci hanno raccolto in tanti, poi ci hanno portato dagli intermediari più grandi, che ci hanno chiesto 1700 dollari. Una volta raggiunto l’accordo c ci hanno caricato in un camion tipo quelli militari; ad affiancare questi camion c’erano dei pick-up con uomini armati che vanno in avanscoperta, e c’era anche un militare.
Ci hanno portato verso il triangolo egiziano dove ci hanno consegnato ai libici. Quando i libici hanno preso in mano la situazione è iniziata la violenza. Delle donne sono state violentate davanti a tutti. Per attraversare il deserto abbiamo pagato altri 1700 dollari; dopo venti giorni nel deserto ci hanno portato in una città libica che si chiama Ajedabiya; poi ci hanno spostato a Tripoli, e dopo 24 ore di viaggio siamo arrivati nel Nord della Libia. Ci hanno messo dentro a un container per non farci vedere dalla polizia e poter essere trasportati in una casa colonica che aveva all’interno un grande giardino. Non si poteva entrare col container, allora hanno usato altre jeep e macchine. Quando siamo arrivati nella casa hanno cominciato a chiedere di nuovo dei soldi, il prezzo del viaggio in mare: altri 1700 dollari.
Intanto, è iniziato intanto il Ramadan. Subito il comportamento dei trafficanti verso di noi è cambiato: ci lasciavano fare la preghiera fuori, ci portavano l’iftar tutte le sere, portavano altro cibo prima della prima preghiera del giorno, arrivava cibo anche per i cristiani, insomma eravamo rispettati e trattati bene. Non sappiamo perché, forse perché la casa era sotto il controllo di una persona particolarmente importante e rispettata che ha deciso questo per noi.
Finalmente, un giorno, ci hanno portato in spiaggia per farci salire sulla nave. La nave aveva tre piani. Il viaggio è iniziato, ma dopo un paio d’ore si è rotto il motore. Abbiamo lanciato l’SOS e ha risposto la Guardia Costiera; dopo 10 ore di attesa sono venuti a prenderci, ci hanno portato in Sicilia, poi a Milano, abbiamo comprato i biglietti del treno e io sono partito per la Svizzera.
Questa prova è la più difficile che io abbia sperimentato, è un viaggio di vita o di morte. E’ vero, è una strada di morte, il deserto ti distrugge mentalmente e fisicamente. Dal deserto al barcone della morte nel Mediterraneo: io ritengo questa la più pericolosa delle sfide. L’Europa non merita questo rischio. Questo è il Paese dei sogni, ma è il Paese dei sogni finti, irrealizzabili. Ho capito questo da quando ho messo piede nella città di Milano, dove i profughi dormono come i senza tetto nelle vie della città, sotto il freddo, sotto il caldo. Di sicuro è un Paese dei sogni irrealizzabili.
Gli svizzeri pensano che noi clandestini siamo come degli animali che uccidono il Paese, la Svizzera si pone come il Paese che tutela i diritti umani ma alcuni cantoni non ci danno il permesso di entrare in luoghi pubblici: in Svizzera non possiamo fare tutto quello che vogliamo, per esempio andare in piscina o allo stadio, siamo trattati bene ma ci sono molte limitazioni alla nostra libertà..

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© Rocio Abrego.

Ma per la maggior parte delle persone, l’arrivo al Memoriale è stato un momento di festa, che molti hanno chiamato “una nuova nascita”. Con il passare dei giorni, abbiamo capito che era importante celebrare questo sentimento, fissarlo. Abbiamo attaccato ai muri grandi fogli di carta da pacco, che si sono riempiti di scritte, disegni, preghiere. Con l’aiuto degli studenti del liceo artistico Caravaggio abbiamo chiesto a molti ospiti di disegnare quello che volevano; la maggior parte dei disegni rappresenta il momento del salvataggio in mare, o dell’approdo in Italia. Una serie è stata realizzata da minori egiziani non accompagnati: sono disegni infantili, bellissimi.
Su un cartellone tutti – milanesi e profughi – hanno ricalcato una mano e scritto il loro nome. C’è anche quello di Ilaria, quinta superiore del Caravaggio, che è stata diverse sere con i profughi: «La prima ho giocato con i bambini di una famiglia irachena, la seconda ho distribuito il cibo a dei ragazzi che parlavano inglese e mi hanno raccontato la loro storia. La sera dopo, sono tornata a trovare degli amici, i profughi». Ilaria si era accorta che mancava la musica, ha portato una chitarra ed è emerso, a sorpresa, un repertorio comune. Nella sua e in altre scuole milanesi, come il liceo Berchet, ragazzi e professori hanno raccolto vestiti e cibo per i profughi. Un esempio interessante: in altre scuole milanesi si è scelto il silenzio, non si è parlato del flusso che ha attraversato la città, forse cambiando l’Europa, e che in futuro sarà studiata sui libri di scuola. Occorreva forse andare “fuori programma”, vincendo quella separazione tra scuola e vita che don Lorenzo Milani denunciava già nel 1967.
Sempre nelle sere e nelle notti al Memoriale un collettivo di registi ha realizzato delle riprese, pur fra mille difficoltà dettate dal timore dei profughi di essere riconosciuti, dalla loro poca dimestichezza e dunque dalla diffidenza rispetto alla tecnologia, e anche dai ritmi convulsi dell’accoglienza. Un importante grafico ha realizzato con generosità il progetto di un “racconto per immagini” che coglie soprattutto l’aspetto di grande vitalità di questa storia; stiamo cercando un editore per pubblicarlo.
Abbiamo raccolto tutto, insieme agli elenchi delle presenze, perché, anche se non è ancora chiaro che cosa questo materiale diventerà, ci sembra fondamentale che il Memoriale conservi anche una traccia di questa pagina: una pagina che ci sembra valorizzare la vocazione più intima del luogo e ridefinirla, anche a contrasto con il silenzio di altre istituzioni analoghe, a livello italiano ed europeo. E che dà pieno senso alla richiesta così seria e definitiva di Liliana Segre: mai più indifferenza.

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Il racconto di viaggio scritto da una profuga eritrea.

Rotte
È interessante come il Memoriale della Shoah, che identifica nella permanenza del luogo il valore della sua memoria, sia stato attraversato in questi mesi dalle rotte di tanti. Non si può dettagliare una statistica degli arrivi nei paesi del Nord Europa, ma a partire da un approccio biografico provare a elaborare alcune considerazioni.

Va innanzitutto chiarito l’“equivoco” alla base dell’accoglienza dei profughi in transito avviata dalle istituzioni milanesi nell’ottobre 2013, all’interno della quale – seppur senza un accordo formale – si inserisce l’esperienza del Memoriale. È noto che l’Italia non ha fotosegnalato tutti i profughi sbarcati sulle coste nazionali e, soprattutto, non ha ostacolato (se non favorito) la loro uscita dal territorio nazionale verso il Nord Europa, nonostante nell’allegato del 25 ottobre 2014 alla circolare “Emergenza immigrazione, indicazioni operative” del Ministero dell’Interno si leggesse: «in ogni caso la polizia procederà all’acquisizione delle impronte digitali, anche con l’uso della forza se necessario» (e il ministro Angelino Alfano dichiarasse il 9 ottobre 2014, dopo le proteste dei colleghi europei, «la polizia italiana ha stretto ancora di più i bulloni dell’organizzazione»).
Tale scelta, avvenuta in violazione delle normative europee, ha da un lato “alleggerito” l’Italia dell’accoglienza a cui gli obblighi nazionali e internazionali le avrebbero imposto di ottemperare, ma dall’altro ha rispettato il progetto migratorio dei singoli, seppur non siano mancate denunce di atteggiamenti violenti da parte delle forze dell’ordine (“l’uso della forza” prescritto dalla Circolare del Viminale) e, soprattutto, ha esposto i “fotosegnalati” al successivo rinvio in Italia in base al Regolamento di Dublino III.
Quanto all’accoglienza milanese, attuata dal Comune in accordo con la Prefettura, si aggiunge un ulteriore elemento all’“equivoco”, caso unico in Italia con tali modalità. Spinti da motivazioni umanitarie e dal voler evitare che i profughi stazionassero durante la notte in spazi non adeguati (i siriani in Stazione Centrale; gli eritrei, etiopi e sudanesi nel quartiere di Porta Venezia), le istituzioni hanno avviato un’accoglienza per i giorni di transito – in media 4-5 – garantendo ai profughi che non sarebbero stati fotosegnalati (sono richiesti i dati identificativi, ma nessun documento che ne attesti la veridicità): si tratta, anche questa, di un’operazione che non rispetta le regole europee.
In caso contrario, peraltro, i profughi non avrebbero accettato l’accoglienza, proprio per non compromettere il loro progetto migratorio. Il carattere “illegale” (ma nel rispetto del progetto migratorio) dell’operazione aumentava nel momento in cui i protagonisti erano minorenni non accompagnati, afghani ed eritrei soprattutto. Si parla di un numero consistente di persone: 84.500, ovvero più del doppio dei 40.000 profughi da distribuire in due anni nei 28 Stati dell’UE, al centro delle accese discussioni del Consiglio Europeo dello scorso giugno.
Nonostante l’illegalità degli attraversamenti all’interno dell’Europa, tutti i 5.000 profughi ospitati al Memoriale sono riusciti a lasciare l’Italia, sia in maniera autonoma (con treno o macchine), sia affidandosi ai trafficanti. All’irrigidimento dei controlli delle frontiere corrispondeva la crescita della percentuale di profughi che si doveva affidare ai trafficanti invece che comprare autonomamente il biglietto del treno, e l’aumento delle tariffe dei trafficanti stessi.
Certo, Dublino III espone chi è stato fotosegnalato a un possibile rinvio in Italia, ma i percorsi migratori di chi è transitato da Milano nei due anni precedenti dimostrano che la regolarizzazione nel paese di arrivo è de facto possibile; dal Memoriale stesso sono passati dei “dublinanti”, ovvero richiedenti asilo politico rimandati all’aeroporto di Malpensa perché precedentemente segnalati; ma si è trattato di un’esigua minoranza (4 persone in tutto). Più difficile potrebbe essere la condizione dei cosiddetti “migranti economici” perché di nazionalità di cui è difficile l’ottenimento dell’asilo politico (pachistani, bengalesi, ghanesi, gambiani, nigeriani, egiziani, tunisini…): una volta giunti nel paese di destinazione, dovrebbero tentare la regolarizzazione in base alla normativa nazionale, pena il rinvio nel paese di origine (non in Italia).

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Il gap nelle informazioni dato dal periodo trascorso in viaggio, nonostante la tecnologia abbastanza diffusa fra i migranti, ha spesso causato una sorta di scarto, di sfuocatura fra le informazioni raccolte prima della partenza e la realtà dei regolamenti, accresciuto dalla distorsione prospettica data dalla dimensione del desiderio e dell’aspettativa. Nei mesi dell’accoglienza al Memoriale le destinazioni finali sono variate, con grande rapidità, a seconda delle notizie più o meno vere che giungevano ai migranti, sia sulla facilità di passaggio alle frontiere (con le due opzioni, quella austriaca e quella francese), sia sulle condizioni di accoglienza nei paesi di destinazione. Se Svezia e Germania sono sempre state le nazioni più ambite, nei mesi estivi la Danimarca è stata una meta piuttosto considerata, fino ad essere sostituita, in autunno, dall’Olanda, a causa dell’irrigidimento delle autorità danesi. Anche Norvegia e Svizzera (quest’ultima soprattutto per i costi inferiori del viaggio) sono state destinazioni di alcuni migranti, mentre la Gran Bretagna è stata la meta più ambita dai profughi eritrei (non dai siriani) dopo Svezia e Germania.
Se in alcuni casi la destinazione era stabilita da subito, talvolta la sosta al Memoriale è stata l’occasione per la ridefinizione del tragitto e anche della meta finale attraverso la raccolta di pareri e informazioni tra i compagni di viaggio, residenti delle varie nazionalità incontrati a Milano e, soprattutto, le telefonate, i messaggi WhatsApp e le comunicazioni via Facebook di connazionali che avevano percorso in precedenza la rotta verso nord. “Meglio l’Olanda o l’Inghilterra?”, chiedevano a settembre alcuni profughi ai volontari, mentre a luglio il dubbio era tra Germania e Svezia. Inoltre, l’assonanza tra le parole Sweden e Switzerland ha, talvolta, prodotto dei malintesi in questo flusso di conversazioni.
In alcuni casi, la decisione è stata quella di partire per la Germania e rimandare la decisione se fermarsi o proseguire più a nord. La rotta francese, invece, teneva aperta la possibilità di proseguire verso la Gran Bretagna, oppure puntare verso nord-est (Olanda, Danimarca, Germania), mentre l’ipotesi di fermarsi in Francia era considerata solo dagli afghani di etnia pashtun. Allo stesso modo, l’interesse per la Danimarca era legato anche alla vicinanza con la Germania e, soprattutto, con gli altri paesi scandinavi. Un’Europa con più “transiti”, insomma.
È noto come la via principale fosse quella dal sud Italia verso il nord Europa. Tuttavia, il Memoriale ha incrociato altre rotte. Quelle di chi tornava perché respinto alle frontiere e che rimandava di qualche giorno un nuovo tentativo, poi concluso con successo. Con il boom della rotta balcanica, da settembre sono transitati dal Memoriale anche diversi afghani, solo uomini, spesso minorenni non accompagnati, di etnia pashtun. Si tratta di un caso abbastanza unico rispetto ai flussi delle altre nazionalità poiché gli afghani avevano spesso la Francia come destinazione finale e quindi, giunti in Slovenia o in Austria, passavano “al contrario” la frontiera. Di quei ragazzi colpivano i piedi, pieni di bolle per i tanti chilometri percorsi camminando.

Oltre a quelle geografiche, le rotte che hanno attraversato il Memoriale sono quelle delle relazioni instauratesi tra i profughi e i volontari milanesi. O meglio, tra un profugo e un volontario. Spesso queste rotte hanno continuato a incrociarsi via WhatsApp o Facebook (e la funzione associata di Messanger), social network sempre più importanti nell’accompagnare i tragitti dei migranti; in alcuni casi, anche con Viber, Skype e chiamate telefoniche a un numero di cellulare del Memoriale.
Alcune di queste relazioni continuano a distanza di mesi: Dejen, ventenne eritreo arrivato in Germania, chiama “bro” (fratello) l’amico conosciuto a Milano e scrive via Facebook della fatica di stare in Germania (“fredda”), una volta passata l’euforia per l’arrivo. Altri raccontano pezzi della loro vita: la gioia per l’ottenimento dei documenti e le ansie per l’attesa, ma anche dettagli apparentemente minori, come Merhawi, sedicenne eritreo arrivato a Londra, che invia la foto del nuovo taglio di capelli: la normalità, finalmente. Sì, perché, soprattutto i giovani, vivono il viaggio come un’impresa individuale ma collettiva al tempo stesso, che già i protagonisti degli harraga dal Nord Africa avevano raccontato. Masoud, diciassettenne curdo di Aleppo, tiene vicino a sé un oggetto inaspettato: Hai capito qual è la mia passione?, sorride indicando la chitarra che è riuscito a portare con sé dalla Siria. Spesso questa carica di desiderio di futuro si mescola alle sofferenze – a volte anche fisiche, come indicano le ferite e i segni dei proiettili – che i profughi portano con sé, insieme ai racconti (esplicitati o fatti intuire) di violenza, case distrutte, parenti uccisi, stupri, viaggi pericolosi, preoccupazioni per il futuro e per parenti e amici di cui non si conosce la sorte.

Il web, i social network e i numeri di telefono vengono però usati soprattutto per comunicare agli amici conosciuti a Milano le tappe della rotta. Weldu chiama per dire che è a Calais, il porto francese da cui, nascosto in un tir, proverà a raggiungere l’Inghilterra. Alidad avvisa via WhatsApp che è a Copenaghen diretto in Svezia, mentre Masoud, il curdo con la chitarra, posta su Facebook una bandiera della Germania per annunciare al mondo che ce l’ha fatta. Qualche settimana prima, Merhawi, da Londra, aveva postato quella del Chelsea.
Così scrivevamo a metà agosto:

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Muhsin non aspetta l’invito di Adil, parla inglese e ha molta voglia di raccontare la sua storia a persone amiche. Ha solo 16 anni e arriva da Aleppo, la città più popolosa della Siria. Insieme guardiamo una foto del suk di adesso e di prima della guerra. Da qualche giorno manca ancora l’acqua, dice mostrando un messaggio spedito da un suo amico rimasto nella città sotto assedio dal luglio 2012. I bollettini internazionali lo confermano: Aleppo è nuovamente senz’acqua potabile, con temperature tra i 40 e i 50 gradi. Intanto, il 9 agosto colpi di mortaio nel centro e in una scuola della periferia che ospita i profughi hanno fatto 30 morti, il 60% della città è controllato dalle forze governative, mentre il resto è conteso da vari gruppi in guerra tra di loro, compresi l’Isis e Jabhat al-Nusra. Due anni fa – dice Muhsin – siamo scappati in Egitto con la mia famiglia. Sei mesi fa mio papà ha preso il barcone per arrivare in Svezia, dove ora ha ottenuto i documenti. Eravamo d’accordo che andasse prima lui per vedere la situazione e per permettermi di finire la scuola”. Con l’estate è arrivato il suo turno, mentre la madre e la sorella sono per ora rimaste al Cairo. Muhsin ci mostra le foto che ha scattato sulla barca, mentre vicino al Memoriale della Shoah mangiamo un gelato alla ricerca di un po’ di normalità. La mattina successiva si parte con un treno diretto verso nord. Tre giorni dopo manda via WhatsApp una sua foto da Copenaghen. Passano 48 ore e arriva una nuova foto da Göteborg. È sorridente, insieme a una zia. Tutto bene –scrive – sono con mio papà. Poi però aggiunge: Un po’ mi manca mia madre, spero arrivi presto.

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© Rocio Abrego.

L’Europa cambia ancora volto
Le rotte geografiche e quelle relazionali. Ma il Memoriale è stato al centro anche di un’altra rotta, quella che ha attraversato l’anima dell’Europa. Nell’estate 2015, l’economia, lo spread e la Grexit, temi al centro del dibattito europeo fino alla primavera, sono stati sostituiti dai flussi dei profughi (oggi quasi scomparsi dall’agenda: si parla di sicurezza e la Francia annuncia che non rispetterà più la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo).

Quei mesi si possono raccontare con la costruzione di nuovi muri in Ungheria, fili spinati alle frontiere, numeri identificativi marchiati sulle braccia in Repubblica Ceca, morti in mare di potenziali richiedenti asilo politico per l’assenza di vie legali di ingresso in Europa. Ma soprattutto con svariati gesti di xenofobia e di ostilità verso i profughi, epifenomeni di una cultura che insegna l’odio2.
Quegli stessi mesi possono essere anche raccontati con l’Inno alla Gioia cantato alla stazione ferroviaria dai tedeschi che accolgono i siriani, con il corteo di automobili partito dall’Austria per andare a prendere i profughi bloccati oltrefrontiera, con gli ungheresi che regalano bottigliette d’acqua ai profughi in transito, con l’accoglienza “illegale” dei profughi in transito a Milano.
Liliana Segre, commentando gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, ha invitato gli insegnanti “ad avere il coraggio di spiegare ai nostri ragazzi cosa è accaduto. Dicendo la verità e senza ripararli dal dolore e dal pericolo. Perché le nuove generazioni qui in Italia sono state troppo protette e isolate dal concetto di sofferenza, che invece fa parte del reale”. In questa direzione, nell’estate 2015 il Memoriale della Shoah, crocevia delle rotte dei migranti, ha permesso a tanti milanesi, giovani e meno giovani, di percorrere una rotta. Di collocarsi. Scegliendo quale delle due Europe – quella dell’ostilità e quella della solidarietà – volevano contribuire a costruire..

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© Rocio Abrego

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I principali contributi, anche se ormai datati, sono Katherine Goodnow, Jack Lohman e Philip Marfleet(a c. di), Museums, the Media and Refugees. Stories of Crisis, Control and Compassion, e Hanne-Lovise Skartveit e Katherine Goodnow (a c. di), Changes in Museum Practice: New Media, Refugees and Participation, Berghahn Books, Oxford 2010. Un contributo recente e molto documentato è quello di Perla Innocenti (a c. di), Cultural Networks in Migrating Heritage. Intersecting Theories and Practices across Europe, Ashgate, Farnham 2015.
il 19 agosto 2015, Matteo Salvini pubblica su Facebook una foto in montagna ai piedi di una cascata e scrive: “Buon pomeriggio Amici, almeno qui niente clandestini! E voi dove siete?”. Dalle spiagge della Sicilia, C.P., da poco maggiorenne, posta una foto che la ritrae con le amiche sulle spiagge siciliane e risponde: “Pronte per andar al mare e per affogare i clandestini, vogliamo ben vedere se sanno nuotare senza il loro gommone”.

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Anna Chiara Cimoli è una storica dell’arte specializzata in museologia. Si occupa di inclusione sociale nei musei, di progetti di co-curatela e di partecipazione ai processi culturali.
Ha lavorato come ricercatrice per diverse istituzioni (Politecnico di Milano, CASVA-Comune di Milano, Università Cattolica). Ha collaborato come ricercatrice indipendente con il progetto MeLa*-European Museums in an age of migrations, studiando i musei delle migrazioni e curando fra l’altro la mostra La memoria del mare: oggetti migranti nel Mediterraneo. Per ABCittà-Officina del futuro si occupa, dal 2001, di musei e diversità culturale, collaborando in particolare con il Museo del Novecento e con il Mudec di Milano.

Stefano Pasta,  laureato in Storia contemporanea,  è ricercatore presso il Centro di Ricerca sulle Relazioni Interculturali e dottorando in Pedagogia all’Università Cattolica di Milano; collabora con il Centro di Ricerca sull’Educazione ai media dell’Informazione e alla Tecnologia. Si occupa in particolare di migrazioni, rom, razzismi e discriminazioni, hate speech, educazione alla cittadinanza interculturale, didattica della Shoah. Ha curato il progetto “Giving memory a future. Rom e Sinti in Italia e nel mondo”.
Giornalista professionista, collabora con diverse testate (Famiglia Cristiana, la Repubblica.it, Corriere della Sera.it, Il Fatto Quotidiano, Avvenire).

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