Qualche tempo fa ho deciso di rileggere Il Meraviglioso Mago di Oz, il celebre romanzo per ragazzi di L. Frank Baum, pubblicato nel 1900 e diventato presto un best seller e un classico della letteratura statunitense. Questa favola moderna, che inizia nelle aride praterie del Kansas, vede come protagonista la piccola Dorothy, che vive con gli zii e l’amato cane Toto. Quando un ciclone arriva all’improvviso e sradica la casa, portandosi con sé la bimba e il cagnolino, i due si troveranno catapultati in un mondo lontanissimo, governato da un potentissimo stregone: il Grande e Potente Oz. Per tornare a casa, Dorothy dovrà attraversare tutto il regno, accompagnata da tre nuovi amici, per chiedere udienza al mago, l’unico che in virtù dei suoi poteri potrà esaudire il desiderio della bambina di tornare a casa. Ma le cose non vanno come previsto: chi ha letto il libro – ma anche chi non l’ha letto, poiché la trama di questo classico è ormai common knowledge – sa che Oz si rivelerà essere tutt’altro che grande e potente.
Rileggendo il romanzo mi sono balenate in testa alcune riflessioni, che proverò a sistematizzare quanto più possibile ordinatamente qui sotto. L’idea centrale è che alcuni aspetti della storia del Meraviglioso Mago di Oz possono essere riletti come metafore dell’imposizione del potere coloniale europeo. La natura fiabesca del testo lo rende adatto all’interpretazione allegorica, e infatti i critici si sono spesi in diverse interpretazioni dei suoi possibili significati metaforici: sovente la storia è stata letta come metafora del capitalismo finanziario, altre volte della politica interna statunitense. Non ho mai trovato, però, interpretazioni del testo come allegoria del colonialismo.
Sia chiaro, però, che l’obiettivo di questa mia analisi non è né filologico, né interpretativo: non è mia intenzione ricostruire storicamente il rapporto di Baum col suo romanzo, né ricostruirne l’intenzionalità, quanto piuttosto usare Il Meraviglioso Mago di Oz come pretesto narrativo per riflettere su colonialismo epistemologico, genocidio culturale, disincanto e reincanto, e il ruolo politico della magia.


Un Dio caduto dal cielo
«Come sei arrivato fin qua?» chiede un’incredula Dorothy al Mago, quando lui le confessa di essere statunitense come lei, originario del Nebraska. Il vecchio le racconta che lavorava come ventriloquo per un circo: alzatosi in volo per sbaglio su una mongolfiera, si era trovato catapultato nel lontano regno di Oz, dove i nativi, avendolo visto cadere dal cielo su un trabiccolo sconosciuto, avevano iniziato a venerarlo; lui, facilitato dal loro timore reverenziale, si era potuto imporre come nuovo regnante. «Mi sono ritrovato in mezzo a degli sconosciuti che, vedendomi venir fuori a quel modo dalle nuvole, hanno pensato che fossi un Grande Mago» (Baum, 1990, p. 79).
Più che le parole di un personaggio letterario, sembra di leggere i racconti dei conquistadores spagnoli, i pionieri della conquista delle Americhe: Cristoforo Colombo scrive in una lettera del 16 dicembre 1492, riferendosi ai nativi, che essi «Pensano e credono che ci sia un Dio in cielo, e sono sicuri che noi veniamo dal cielo» (Todorov, 1984, p. 50). Il filosofo Tzvetan Todorov, in un lungo saggio sulla conquista dell’America, analizza lo “scarto percettivo” tra conquistatori e conquistati, sostenendo che gli spagnoli apparissero ad alcune popolazioni mesoamericane come esseri sovrumani: dei, centauri, o reincarnazioni di antenati di cui era stato predetto il ritorno (ibid) [1].
Oggi non possiamo sapere se questa storia sia vera o no: gli unici resoconti scritti che ci sono arrivati sono quelli dei conquistadores, e sono pochissimi i documenti che raccolsero la voce dei nativi. Non sappiamo, dunque, se davvero i nativi temettero gli europei come dei, o se semplicemente agli spagnoli piacque pensarlo: quello che sappiamo, però, è che i conquistadores fomentarono questa narrazione, volgendola a loro vantaggio e fomentandola al bisogno. Proprio come fa il Mago di Oz, che subito puntualizza: “Io, naturalmente, gliel’ho lasciato credere, perché avevano paura di me e promettevano di fare ciò che volevo” (Baum, 79). Il mago, “tanto per divertirsi e tenere occupati quei poveretti”, mette subito al lavoro gli abitanti del regno, ordinando loro “di costruire questa città e il mio palazzo: loro l’hanno fatto volentieri e bene”. Chissà se gli abitanti della Città Smeralda sarebbero d’accordo con quel “volentieri”!
La magia funziona sui bianchi?
Torniamo alla colonizzazione delle Americhe: secondo Todorov, viene riportato che l’arrivo e la vittoria dei conquistadores sarebbero stati predetti da numerose profezie, spesso anticipate da presagi funesti. In un pensiero, come quello indigeno mesoamericano, che dava molta importanza al pensiero divinatorio, il testimoniare l’avveramento della profezia causò un immobilismo terrificante, che contribuì alla creazione di un immaginario apocalittico (1984, 71). In fondo, come ricorda De Martino (1977), la fine di un mondo è sempre anche la fine del Mondo, e le colonizzazioni sono sempre apocalissi culturali: per questo, spesso, sono state raccontate attraverso miti della fine [2].
All’arrivo dei conquistatori, il mondo all’improvviso non è più decifrabile: i re diventano schiavi, i sacerdoti perdono i loro poteri, i testi sacri non parlano più, gli dei sembrano non fare nulla per proteggere gli umani. Scrive ancora Todorov che alla vigilia della caduta di Città del Messico, «avendo esaurito ogni altro mezzo, Cuauhtemoc decide di ricorrere all’arma suprema: quale? Il magnifico abito di piume, lasciatogli in eredità dal padre, al quale si attribuiva la misteriosa virtù di mettere in fuga il nemico con la sua sola apparizione; un valoroso guerriero se ne riveste e viene scagliato contro gli spagnoli. Ma le piume di quetzal non recano la vittoria agli aztechi» (Codice Fiorentino, XII, 38 in Todorov, 1984, p. 96).
Le piume magiche di quetzal, davanti agli spagnoli, diventano solo delle semplici piume: ecco un esempio del famoso processo di “disincanto” che ha permesso alla modernità occidentale di imporsi violentemente sulle altre cosmovisioni (Consigliere, 2020). Gli oggetti sacri diventano cianfrusaglia da distruggere o vendere, o prezioso oro da portare alla Corona Spagnola.
Anche nel mondo di Oz i saperi magici locali sembrano disinnescati all’arrivo del mago-colonizzatore. Ai quattro angoli remoti del regno, infatti, abitano quattro streghe: la Strega del Nord, la Strega del Sud, la Strega dell’Est e la Strega dell’Ovest. Queste, al contrario del mago, hanno dei poteri “veri”, che infatti sono assolutamente efficaci su tutti gli abitanti del regno. Anche Oz ne è consapevole, quando ammette che «una delle mie paure più grandi era costituita dalle Streghe, perché, mentre io non avevo alcun potere magico, ben presto mi sono reso conto che le Streghe erano davvero capaci di fare cose prodigiose» (Baum, 1900, p. 80). Eppure, il mago non deve preoccuparsi, perché i poteri delle streghe non sembrano in grado di fargli del male: inconsapevoli che egli è solo un imbroglione, esse lo temono, e il terrore reverenziale che provano verso di lui le rende impotenti. I poteri si disattivano.
I poteri delle streghe non sono inefficaci solo sul Mago, ma apparentemente su tutti gli stranieri. Tant’è che, per uccidere le due streghe che Baum connota come “cattive” – la Strega dell’Est e quella dell’Ovest – servirà l’arrivo di un’altra abitante del Kansas, la piccola Dorothy, che le uccide quasi per sbaglio, tanto i loro poteri sono inefficaci su di lei. La prima viene schiacciata dalla casa della bambina, gettata dall’uragano proprio sopra la sua testa, mentre la seconda viene sciolta nell’acqua che Dorothy, esasperata, le butta addosso. Dorothy, addirittura, le chiede perdono, mortificata di averla annientata così facilmente:
«“Mi dispiace davvero tanto!” disse Dorothy, che era assai spaventata alla vista della Strega che le si stava squagliando davanti agli occhi come zucchero di canna. “Non sapevi che l’acqua per me è mortale?” chiese la Strega, con voce lamentosa e disperata. “Certo che no,” rispose Dorothy. “Come facevo a saperlo?”» (Baum, 1900, p. 67).
Bastava così poco, per uccidere questa strega invincibile? Un poco di acqua? Questa scena ricorda quegli immaginari hollywoodiani pregni di rappresentazioni orientaliste ed infantilizzanti dei vari personaggi razzializzati che l’eroe incontra sul suo cammino: un uomo sguaina una spada per fronteggiare Indiana Jones nel mezzo di Nuova Delhi e lui lo fredda facilmente con un colpo di pistola, in Avatar gli abitanti di Pandora confidano nell’aiuto degli antenati ma sono costretti ad assistere inermi alla violazione dei loro luoghi sacri da parte dei Marines. Dorothy, come altri eroi yankee, non ha bisogno di comprendere le cosmovisioni altrui: sono queste a disattivarsi con facilità ogni qualvolta si trovino ad intralciare i suoi piani – che siano guidati da mire espansionistiche oppure, come nel caso della bambina, dal desiderio di lasciare quella terra selvaggia e tornarsene in Kansas.
Nel mondo di Oz, così come nella realtà, questa è la realtà paradossale che rappresenta la verità terribile e apocalittica vissuta da tutti i popoli colonizzati. Di fronte all’arrivo dei colonizzatori, gli stregoni tradizionali, gli indovini, i sacerdoti, i maghi locali sembravano perdere poteri, e perfino gli dei che componevano i pantheon delle cosmogonie tradizionali sembravano all’improvviso incapaci di fermarne l’avanzata.


Never trust an illusionist
Potremmo concludere qui questa lettura allegorica de Il Mago di Oz come metafora del colonialismo, concludendo che le credenze magico-religiose svelano la loro natura irrazionale e superstiziosa all’incontro con la razionalità europea. Forse, però, c’è ancora un particolare che richiede la nostra attenzione: chi è Oz? Il colonialista caduto dal cielo, nuovo padrone del regno, non è uno scienziato, né un militare, né un burocrate, né un ingegnere – ma un illusionista. Un prestigiatore, un circense, un ventriloquo. Un mago. Questo non dovrebbe stupirci. In fondo, tutte le forme di dominio sono sempre in qualche modo basate su trucchi e trucchetti. Non diversamente, anche il potere di Oz è di natura illusionistica: egli crea un grande impianto scenografico-architettonico degno della migliore propaganda. Fa costruire una grande Città, ma per far credere agli abitanti che questa sia fatta tutta di smeraldo, li obbliga a indossare continuamente degli occhiali verdi. Si cela dietro le quinte del suo castello: non dà udienza a nessuno, ma quando lo fa, compare sempre sotto forme diverse (una Grande Testa, una Bella Dama, una Belva Terribile, una Palla di Fuoco), grazie all’aiuto di maschere e costumi. Grazie alle sue capacità da ventriloquo, modifica la voce per farla suonare più altisonante e autorevole.
Continuiamo ad indugiare in questo parallelismo tra la storia del Mago di Oz e quella dei primi colonizzatori delle Americhe: Cristoforo Colombo, nel febbraio 1504, è arenato sulla costa giamaicana da più di otto mesi. Gli indigeni non si dimostrano molto collaborativi nel procurare viveri per lui e il suo equipaggio. Il comandante, dunque, grande conoscitore di astronomia, li minaccia di rubar loro la luna: la sera dell’eclissi, comincia a mettere in scena il grande furto sotto gli occhi terrorizzati dei giamaicani… che decidono immediatamente di assecondare le sue richieste (Todorov, 1984, p. 30). Nulla commenta meglio questo episodio che una citazione presa dal testo Modern Enchantments del teorico dei cultural studies Simon During: «In certi momenti e in certi luoghi, i colonizzatori hanno esplicitamente opposto il potere della ‘loro magia’ a quella delle popolazioni indigene» (During, 2002, p. 10). Con questa frase l’autore si riferisce allo scontro tra la religione cristiana cattolica e le credenze religiose locali, intendendo che non esiste nessuna differenza sostanziale tra i culti che definiamo religiosi e quelli che definiamo magici: è la Chiesa che, nei millenni, ha operato un grande lavoro di separazione politica tra “la sua magia” e “le altre magie”, attraverso la creazione di una distinzione tra le pratiche “bianche” – ovvero sacre – e quelle “nere” – ovvero profane, pagane, eretiche, diaboliche. “Woodoo”, “totem”, “santeria” e altri termini impropri hanno arricchito la rappresentazione della magia cattiva, che non a caso è separata da quella buona da una “linea del colore”[3] con le stesse sfumature cromatiche di quella razzista: bianco e nero (ibid). Anche nel Meraviglioso Mago di Oz esiste questa distinzione tra magia buona e cattiva, ma invece che dividere colonizzatori cristiani da stregoni locali, divide le streghe che Baum definisce come buone (Strega del Nord e del Sud) e quelle che definisce come cattive (Strega dell’Ovest e dell’Est) [4].
La “magia” dei colonizzatori di cui parla During si può intendere non solo nella sua valenza religiosa, ma anche da una prospettiva laica: il progetto stesso della modernità occidentale, costruita sulla conquista imperialista, è un grande gioco di prestigio. In questo senso, la magia che i colonizzatori opporrebbero alla magia dei colonizzati, non sarebbe costituita solo dal proselitismo cattolico, ma dal progetto stesso della modernità capitalista. D’altronde, metafore prese dall’illusionismo e dalla prestigiazione per spiegare l’ideologia capitalista in Europa sono state ampiamente usate da Marx nei suoi lavori per descrivere quegli aspetti ingannevoli dell’ideologia economica del capitale (Consigliere e Bartolini, 2019) [5].
Il capitalista è un illusionista: ovvero l’unico regista di un gioco truccato, di cui solo lui conosce le regole. Un demiurgo in grado di spostare l’attenzione del pubblico a piacimento, direzionandola su un nuovo mercato. Sembra esporsi ad un azzardo, come l’illusionista, ma sa bene cosa fa: perché il banco non perde mai. Quando un illusionista ci invita a pescare una carta e la indovina, ai nostri occhi si svolge il miracolo, ma ai suoi accade l’unico scenario possibile: quello orchestrato da lui. «Se l’illusionista è il manipolatore per eccellenza, allora il capitalista è l’illusionista per eccellenza. Colui che guida un gioco truccato, di cui solo lui conosce il funzionamento reale» (K-assandra, 2021).
Torniamo nel Regno di Oz, che, come detto sopra, sembrerebbe diviso dalle magie buone e cattive delle streghe. E la magia illusionistica di Oz, allora? È buona o cattiva? Nessuna delle due. Nella rappresentazione che ne dà lo scrittore, la magia di Oz sembra posizionarsi super partes. Come nel realismo capitalista (Fisher, 2017), nel regno si instaura una sorta di dittatura del “Realismo Illusionista”: la modernità capitalista e coloniale secolarizza il pensiero magico religioso. La magia non è più necessaria alla vita, e l’unico pensiero magico tollerato è quello a sua volta secolarizzato e compatibile con il razionalismo freddo, scientista e materialista della modernità: l’illusionismo. Le streghe sono sconfitte, e Oz il colonialista impone il suo dominio sul regno: dominio imposto con l’uso di un nuovo tipo di magia, la magia illusionistica del capitale.
Il lavoro di During citato precedentemente ha come obiettivo proprio quello di dimostrare come la “magia laica” degli spettacoli di illusionismo abbia contribuito a costruire la cultura della modernità, contribuendo «a definire i termini e i contenuti della comprensione e del giudizio che la cultura moderna ha di sé stessa» (During, 2002, p. 1). Nella storia dell’Europa, l’illusionismo è stato di volta in volta utilizzato come strumento di delegittimazione della magia, utilizzato per supportare la razionalità e disseminare lo scetticismo: un vero e proprio strumento di debunking e disincanto seriale.
Un piccolo tentativo di reincanto
L’obiettivo di questa breve e giocosa rilettura della storia del Meraviglioso Mago di Oz è in primis compiere un piccolo atto di reincanto del testo, un incantesimo letterario. Infatti, proporre una lettura metaforica della storia da una prospettiva post-coloniale mi sembra un esercizio rilevante alla luce delle posizioni razziste del suo autore: mi riferisco al noto editoriale del 1890 pubblicato da Baum sull’Aberdeen Saturday Pioneer, in cui lo scrittore paventava posizioni genocidarie verso le popolazioni native americane. Risignificare un classico della letteratura statunitense scritto da un autore che così commentava il colonialismo di insediamento degli yankee mi sembra un bel modo per sottrargli terreno simbolico.
Ma c’è anche un altro obiettivo, che ha meno a che fare con le storie di finzione e più con la violenza della realtà. Dobbiamo iniziare a mettere in crisi l’idea della colonizzazione come storia di scontro tra alcune persone impregnate di pensiero magico, irrazionale ed oscurantista ed altre guidate dal Lume della Ragione. Piuttosto, vorrei suggerire l’idea che lo scontro ontologico e politico tra mondi dei colonizzati e dei colonizzatori sia stato più simile ad uno “scontro tra magie”, che ha visto alcuni tipi di pensiero magico contrapporsi ad altri tipi di pensiero magico.
Come sottolineato prima, questo “scontro tra magie” non descrive solo lo scontro tra il proselitismo cattolico e le credenze religiose locali. Certo, sicuramente il progetto della colonizzazione è stato anche e soprattutto un progetto di conversione, in cui la Bibbia è stata usata come una vera e propria arma di conquista delle anime. Ma la “magia” degli europei è anche quella della modernità capitalista: questa ipotesi ha radici nella larga produzione teorica che si è interrogata da un lato sul capitalismo come teologia (dunque sui suoi aspetti escatologici e religiosi), dall’altro sul capitalismo come macchina di distrazione di massa (dunque sui suoi aspetti illusionistici) (Consigliere e Bartolini, 2019). La capacità di “cattura” che il Capitale ha sulle menti e sulle anime è tale da far sembrare che analizzarlo come ideologia non basti: ed eccoci costretti ad usare strumenti teorici altri, presi in prestito più dall’antropologia che dalla teoria politica – capitalismo come religione, come stregoneria, come gioco di prestigio.
E il capitalista, chi è? Uno stregone, un mago, un illusionista? Nella mia rilettura del Meraviglioso Mago di Oz, Oz rappresenta tutto questo: un demiurgo che cela i trucchi del suo potere attraverso l’imposizione di un sistema ideologico religioso, di cui lui è l’unico sacerdote. Oz porta nel Regno l’ideologia capitalista illusionistica tramite un processo di colonizzazione: cade dal cielo, e approfittando della sensazione di paura, ansia e spaesamento che il suo arrivo provoca negli abitanti, egli li sottomette, ed è una sottomissione non solo fisica (li riduce subito in schiavitù per costringerli a costruire la grande capitale, la Città di Smeraldo, simbolo del suo potere), ma anche simbolica, poiché le figure magico-religiose locali, le quattro streghe, vedono disattivati i loro poteri. Gli antichi saperi smettono di parlare, gli dei locali sono sostituiti da un dio in terra, un colonizzatore portatore della nuova religione capitalista: il Mago di Oz.
Note
[1] Il tema della divinizzazione degli europei da parte dei nativi richiederebbe un approfondimento che prescinde dagli obiettivi di questo testo. Mi limito a citare il famoso dibattito tra gli antropologi Sahlins e Obeyesekere sulla storia del comandante Cook alle Hawaii: secondo Sahlins, Cook al suo arrivo sarebbe stato scambiato dai nativi per il dio Lono. Obeyesekere, in disaccordo, sollevò una feroce critica al collega e all’antropologia tutta, suggerendo che il topos del colonizzatore scambiato per un dio potrebbe rispondere più alle esigenze del “god-complex” europeo che alla realtà storica dei fatti. In breve, secondo lo studioso srilankese, gli europei (colonizzatori, ma anche antropologi) se la sarebbero detta e cantata da soli.
[2] Questi miti sono spesso veicolati da movimenti millenaristi: è il caso dei culti conosciuti come cargo cults – o culti del carico – per citare un altro caso di “cose cadute dal cielo”. Questo termine, ormai in disuso perché un po’ generalista, era molto in voga nell’antropologia degli anni ‘50 e ‘60 per indicare un insieme di movimenti religiosi nati soprattutto in Melanesia. Spesso guidati da profeti carismatici, i fedeli credevano che una serie di azioni rituali avrebbero garantito loro l’accesso al “carico”, ovvero a beni materiali di derivazione soprannaturale. I cargo cults nacquero dopo l’arrivo dei primi occidentali e dei grandi carichi di beni trasportati su grandi navi o aerei militari. I culti del cargo erano culti messianici, ovvero predicavano l’arrivo di una nuova epoca: uno scenario utopico in cui le persone non avrebbero dovuto lavorare e avrebbero vissuto dei beni europei, liberi dalla povertà e la deprivazione economica a cui la conquista coloniale li sottoponeva.
[3] Prendo in prestito il termine da Du Bois, The Souls of Black Folk (1903).
[4] Ed è indicativo come, nel discusso colossal hollywoodiano Wicked (2024), riproposizione cinematografica di un noto musical basato sul mondo narrativo di Baum, le due streghe “cattive” siano interpretate da due attrici razzializzate.
[5] Tra le riflessioni sul rapporto tra illusionismo e capitalismo rimando ai progetti artistici ESCI (Essoterical Society of Critical Illusionism) del collettivo ATI SUFFIX e al lavoro di Matteo Locci, Critical Conjur (artist book, 2020).
Bibliografia
Baum L. F., Il meraviglioso mago di Oz, Feltrinelli, 2020 [Prima edizione: 1900];
Consigliere S., Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, DeriveApprodi, Roma 2020;
Consigliere S., Bartolini P., Strumenti di cattura. Per una critica dell’immaginario tecno-capitalista, Jaca Book, 2019;
De Martino E., La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, 2019 [Prima edizione: 1977];
Fisher M., Realismo Capitalista, NERO, 2017;
During S., Modern Enchantments. The Cultural Power of Secular Magic, Harvard University Press, 2002;
Todorov T., La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Einaudi, 1984.
K-assandra, #3 MANIPOLARE – La mano invisibile, Incantagioni audio-essay, NERO, 2025
Ludovica Perina è antropologa. Si è formata a Londra (SOAS), Torino e Napoli. Insegna Magia, Medicina e Biohacking al Master in Studi e Politiche di Genere di Roma Tre. La sua ricerca si situa nell’intersezione tra politiche della salute mentale, antropologia religiosa e storia dei sistemi di cura. Ha scritto per NotZine, Il Tascabile, Collettivo Trickster. È una delle due metà del progetto k-assandra, con cui ha pubblicato un podcast in due stagioni e un audio-essay, entrambi distribuiti da NERO.
