Four-Monthly Magazine ISSN 2039-5426

anno 9, n. 29 gennaio-aprile 2019 [ From roots to routes

Anno IX, n.29, gennaio– maggio 2019
From Roots to Routes

a cura di Anna Chiara Cimoli, Giulia Grechi & Viviana Gravano

Quanto dovrai chinarti
per trovare la tua radice,
perché si chiuda il cerchio?
Non si chiude.
E non cerchio.
Spirale.
(Ghiannis Ritsos, Corpo nudo, 1980)

Quando abbiamo pensato di dare a roots§routes una nuova vita, abbiamo immaginato una sorta di percorso a spirale, in cui mentre tracciamo una curva profonda non chiudiamo un cerchio ma inneschiamo una ulteriore traiettoria. Dunque ripartiamo dal nome che quasi nove anni fa abbiamo scelto: radici§strade.

Nell’accezione comune radice indica stabilità, qualcosa che àncora, e a cui ci si lega indissolubilmente e volutamente. Le radici sono spesso chiamate in causa, specie nel pensiero etnocentrico europeo, come una metafora identitaria ferma. Radici come “origini”, elemento definito una volta per tutte, che può divenire spazio di nostalgia. Molto spesso, specie negli ultimi decenni, le radici sono divenute il sistema per indicare la provenienza, le “origini”, gli elementi che legano ogni individuo alla propria terra, intesa come “nazione”.

Ora vorremmo provare a guardare le radici in natura, per capire come questo significato sia di parte e orientato, determinato da una volontà di riconoscere “naturalità” a un dato interpretativo totalmente culturale.

Le radici vanno in profondità, sono in continua crescita e movimento, spaccano i pavimenti, gli asfalti, escono dalla terra e si espandono senza sosta. Se c’è un elemento di una pianta che resiste a qualsiasi genere di “educazione”, che non si arresta, e che incessantemente cambia forma, queste sono le radici. Non solo, ma quando una pianta viene rinvasata o spostata le radici come primo atto devono riprendere possesso di quella porzione nuova di territorio. Se non lo fanno la pianta muore, ma nel farlo mostrano l’importanza dello spirito di adattamento e la capacità di ritrasformare ogni nuovo spazio in una possibile casa, magari di nuovo temporanea.

Le radici sono già strade. Ci sono piante con radici aeree: indicano allora rotte celesti, sospese. Édouard Glissant, sviluppando il pensiero di Deleuze e Guattari, parla di culture a rizoma, dunque plurime, ramificate, come lo zenzero1. Per Paul Valéry, l’osservazione del giardino, nella fase ultima della vita, è già un tuffo sull’altrove, sul laggiu’[2]. Le radici sono dunque rotaie, vettori o puntatori. Vanno dove è loro necessario, come gli uomini e le donne. La traiettoria nel suo farsi diviene allora un elemento di vitalità, l’intelligenza con cui i corpi si organizzano strada facendo diviene una danza. Qui concentriamo la nostra attenzione per non lasciarci sfuggire quel passo che solo garantisce lo sviluppo e la crescita: la sopravvivenza, probabilmente. Non è mai predittivo, quel passo: abita sempre nel regno del possibile. Cerca intuitivamente la luce.

 Mettere, ritrovare o plasmare le proprie radici, strappare allo spazio il luogo che sarà vostro, costruire, piantare, appropriarsi, millimetro dopo millimetro, di una casa propria: appartenere interamente al proprio paese, sapere di essere delle Cevenne, diventare del Poitou.

Oppure: avere solo i vestiti che si portano addosso, non conservare niente, vivere in albergo e cambiarlo spesso, e cambiare città, e cambiare paese; parlare e leggere indifferentemente quattro o cinque lingue; non sentirsi a casa propria in nessun luogo, ma bene quasi ovunque.[3]  

Non si tratta di fare un illusorio e elitario elogio del nomadismo, o una estetizzazione della diaspora[4]. Si tratta piuttosto di riconoscere il fatto che qualunque costruzione culturale, compresa la nostra stessa identità, compresa la “nostra” modernità, è in transito ed è segnata dal movimento, dalla traduzione, dalla migrazione[5]. Si tratta di riconoscere la radicalità (ci si perdoni il gioco di parole, che tuttavia apre ancora altre rotte di senso) di quell’esperienza di unhomeliness, che racconta le traiettorie di identificazione di molte persone che nel presente si interrogano sulla propria appartenenza. Quel sentire “the world-in-the home, the home-in-the-world”[6], che confonde le definizioni tradizionali di identità e differenze, perché contesta qualunque illusione di autenticità, o di purezza[7]. Si tratta insomma di riconoscere che radici e strade non sono in opposizione, o in continuità, ma articolano molte possibilità di appartenenze, immaginazioni, aspirazioni e posizionamenti a un livello translocale, proprio lì dove le persone traducono le radici e le strade nelle proprie esperienze quotidiane in modi molteplici e complessi. È proprio qui, in questo spazio in-between, che si accendono conflitti, si esprimono poteri, nuove forme di nazionalismi, è qui che si fanno sentire forti dissensi e contro-narrazioni. Radici§strade come spazi, direbbe De Certeau[8]: traiettorie, percorsi o anche solo indicazioni di direzioni possibili, passi che a forza di camminare lasciano tracce e disseminano nuovi sensi dei luoghi e di sé.

Francis Alÿs nel 2011, in occasione di “Documenta13” a Kassel, realizza a Kabul, in Afghanistan, Reel/Unreel, un cortometraggio di circa 20’. La scena inizia con dei bambini che fanno correre per la strada dei cerchioni o delle gomme di bicicletta vuote, tenendole abilmente in equilibrio usando solo un piccolo bastone di ferro. Un gioco antico, che ha traversato tutte le latitudini del mondo. Il paesaggio e la gente di Kabul sfilano accanto a questi bimbi che fanno rotolare la loro ruota. Un cambio di scena improvviso mostra i bambini che, con la stessa tecnica ma questa volta direttamente con le mani, fanno rotolare una bobina di pellicola cinematografica che, girando, lascia sul terreno la stessa pellicola come una scia di immagini non riconoscibili. Un bimbo correndo ne srotola una rossa e un altro, dietro di lui, riarrotola la pellicola della prima su un’altra bobina grigia. La pellicola si sporca della terra, viene calpestata e rischia di rompersi, ma arriva, e il bambino lascia che la bobina rossa faccia un salto da un dirupo da cui si vede tutta Kabul dall’alto.

Alÿs scrive nei titoli di coda che i Talebani sono entrati nella cineteca di Kabul e hanno dato fuoco a decine di pellicole conservate lì, che hanno bruciato per oltre 15 ore, ma poi precisa che in realtà hanno dato fuoco solo a delle copie, perché gli originali non se la sono sentita di bruciarli.

Questo lavoro rappresenta un concetto di strada che ci appartiene. Uno spazio dove, in un equilibrio precario, che richiede sempre attenzione e abilità, che sa accettare sporcature, asprezze del terreno, inattesi salti e incontri con chiunque, si svolge un lunghissimo film, che è poi sempre una storia. Una storia che però non si può cristallizzare in una sola immagine e appare come una linea continua che scorre. Alÿs non ha girato il film in un ghetto di Los Angeles, o a Città del Messico dove vive, o in una banlieue di Bruxelles nel paese dove è nato, ma a Kabul, un’area che l’“occidente” considera la sede della radicalizzazione, la sede dei “radicalismi”.

E la ruota di roots§routes gira contromano, come quella di Alÿs, alla ricerca di contro-narrazioni.

[1] Édouard Glissant, Poétique de la relation, Gallimard, Parigi 1990, edizione italiana 2007, Poetica della Relazione, Quodlibet, Macerata.

[2] Elio Franzini, “Il giardino e la grazia”, in Alessandro Tagliolini e Massimo Venturi Ferriolo, Il giardino: idea, natura, realtà, Guerini e Associati, Milano 1987.

[3] Georges Perec, Espèces d’espaces. Edizione, Galilée, Paris, 1974; edizione italiana 1996, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino, p.110.

[4] Paul Gilroy, The Black Atlantic, London, Verso, 1993; edizione italiana 2003, The Black Atlantic, Meltemi, Roma.

[5] Iain Chambers, Migrancy, Culture, Identity, Routledge, London 1994; edizione italiana 2003, Paesaggi migratori, Meltemi, Roma.

[6] Homi Bhabha, The Location of Culture, Routledge, London, 1994; edizione italiana 2001, I luoghi della cultura, Meltemi, Roma.

[7] “Se ripensiamo la cultura (…) in termini di viaggio, l’interpretazione organica naturalizzata del termine cultura vista come un corpo dotato di radici che cresce, vive, muore, eccetera, viene messa in discussione. Balzano agli occhi più nettamente storicità costruite e controverse, punti di spostamento, interferenza e interazione” (James Clifford, Routes, Harvard University Press, 1997; edizione italiana 1999, Strade, Bollati Boringhieri, Torino).

[8] Michel De Certeau, l’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2001.