CALL FOR PROPOSALS

roots§routes è un magazine con una linea editoriale dettata dalla sua redazione che garantisce la qualità e la coerenza degli interventi. Ritenendo però necessaria una costante apertura verso qualsiasi contributo di qualità, che corrisponda alle finalità condivise da tutti i redattori, valuta importante la possibilità di ospitare, accanto agli artistə e ai ricercatorə invitati, contributi che possano arrivare da contesti non conosciuti direttamente.

roots§routes a tale scopo lancia una Call for Proposals, invitando artistə e ricercatorə a inviare proposte di contributi, partendo dal tema della rivista del quadrimestre seguente.
La proposta di contributo dovrà essere inviato sotto forma di abstract di un massimo di 350 parole compilando l’apposito box sottostante o inviando una email all’indirizzo redazione@roots-routes.org con nell’oggetto: “Article Submission” specificando il numero per il quale si intende proporre il contributo tra quelli elencati dalla redazione. È inoltre richiesto l’invio di una biografia breve e una selezione di pubblicazioni. L’abstract potrà essere scritto in una delle seguenti lingue: inglese, italiano, francese, portoghese o spagnolo.
In caso di interesse della redazione verrà inviata una risposta positiva all’indirizzo email da cui è giunta la proposta, nella quale si chiederà di inviare il contributo per intero nella lingua scelta dal proponentə.

La redazione, al ricevimento dell’intero contributo, si riserva il diritto di chiederne parziale modifica o, in caso di evidente non coerenza con il concept inviato, di rifiutare il contributo stesso.
In caso di rifiuto verrà inviata una email di comunicazione con una motivazione allegata.

PROSSIMO NUMERO
Anno XVI | N°51 Maggio - Agosto 2026
§Disertare

a cura di Bianca Basile e Anna Chiara Cimoli

Preferirei non partire.
Preferirei di no.
Preferirei non partecipare al gioco al massacro della visibilità.
Preferirei addentrarmi nel fitto del bosco.
Preferirei non dire che cosa penso se farà del male a qualcuno o a molti.
Preferirei armare la rivoluzione da dentro.
Preferirei stare con mio figlio.
Preferirei sgattaiolare via dalla festa. Seppellire i miei collages sottoterra. Fare erbari di guerra. Disobbedire.
Preferirei costruire strumenti di lotta diversi. Cucire vestiti, stampare, cucinare, distribuire, parlare, sostare, fischiare.
Preferirei disertare, attivamente e convintamente, nei mille modi in cui lo posso fare.

Il verbo disertare ha una natura perlomeno duplice. Nell’uso transitivo significa devastare, spopolare, impoverire; in quello intransitivo indica abbandonare un luogo o non recarsi dove si ha il dovere di essere presenti, abbandonare il corpo in cui si presta servizio militare e, figurativamente, una causa, o anche esimersi dal compimento di un obbligo.
In inglese, to desert vuol dire abbandonare qualcosa o qualcuno: renderlo deserto. Il vuoto è l’immagine forte che sta dietro a questo verbo: un grande no.
Ma tante sono le declinazioni vitali del diniego, che può essere rinuncia, ma anche scarto e rilancio. Questa call le vuole sollecitare: non vuole definire la diserzione, campo aperto di infinite accezioni politiche, etiche, filosofiche, sociali, dotate di altrettante possibilità di traduzioni visive; vuole piuttosto lanciare una domanda su che cosa possiamo intendere, oggi, con diserzione, e su che cosa le culture visive possono fare per tradurre le forme che questo concetto va assumendo nei diversi contesti.
Cessazione o atto politico, latitanza o occupazione di uno spazio finalmente adatto, obiezione di coscienza o lenta sparizione all’orizzonte perché I’d rather not: questo numero indaga come, all’incrocio degli assi del ritiro e della disillusione, possa trovare terreno fertile anche il desiderio.

Il romanzo di Ottessa Moshfegh Il mio anno di riposo e oblio (2018, trad. it. 2020) ha suscitato ampio dibattito: sottrarsi a un fluire della vita asfissiante a colpi di psicofarmaci e sonno è una forma di contro-vita, un’anti-vita, una scelta rivoluzionaria, o ancora un ritrarsi rinunciatario a cavallo fra noia e privilegio?
Tutt’altro sapore ha la diserzione di chi si sottrae da un mondo per fondersi con un altro di propria elezione: è la scelta della biologa polacca Simona Kossak (1943-2007), che ha trasformato il suo oggetto di studio – gli animali non umani – nella propria famiglia andando a vivere nella foresta di Białowieża, senza riscaldamento né acqua corrente. Qui la diserzione non è solo dal nucleo societario riconosciuto come primo – la famiglia – ma è una diserzione di specie e di condotta accademica. Da lì, per trent’anni Kossak ha continuato a esercitare la sua attività di ricerca, a condurre un programma radiofonico e a lottare per difendere il bosco, come una vera strega.

«Driven by atavism, I settled in the primeval forest. At a certain moment, I realised that I had crossed the cordon and found myself siding with trees and animals. So I speak on their behalf. I graduated from biology, but it was only the years of living in the woods that taught me to understand the language of animals. I know it so well that I should be burned at the stake as a witch»
(Kamińska, 2015, p. 4).
[Spinta dall’atavismo, mi sono stabilita nella foresta primordiale. A un certo punto mi sono resa conto di aver oltrepassato il cordone e di essermi ritrovata dalla parte degli alberi e degli animali. Così parlo in nome loro. Mi sono laureata in biologia, ma sono stati solo gli anni vissuti nei boschi a insegnarmi a comprendere il linguaggio degli animali. Lo conosco così bene che dovrebbero bruciarmi sul rogo come una strega].

 

Hendrik Dacquin, Dancing in the desert. Peter puts on walkman via Flickr

Nel saggio Disertate (2023), il filosofo Franco “Bifo” Berardi parte da due recenti traumi: gli effetti del Long Covid e la guerra russo-ucraina. Secondo l’autore, la manifestazione più evidente della necrosi dell’organismo capitalista è la crepatura strutturale della fiducia nei detentori del potere economico, politico e militare. I governi democratici, come quelli autoritari, non possono ammettere essere impotenti di fronte al predominio finanziario, alla sofferenza psichica e alla catastrofe ambientale «perché non possono fare la sola cosa ragionevole: rinunciare al principio indiscutibile della crescita economica» (Berardi, 2023, p.196). Berardi rintraccia, in quella che lui definisce “ultima generazione” (nata a inizio secolo), una «depressione epidemica», perché non può affrontare il capitalismo, può solo abbandonare il campo di lotta. Ritiene che la depressione «evolverà in forma di diserzione» attraverso lo «scioglimento del rapporto tra immaginazione e realtà», il «disinvestimento del desiderio» e l’«evanescenza della fede nel reale» (Ivi, p. 242).
Abbandonare la politica; il lavoro; la volontà di mettere al mondo figl_. Sono raccomandazioni radicali, rivolte soprattutto alla generazione connettiva e precaria che può trovare nella resignation un potenziale trasformativo. Perché ciò accada, però, bisogna compiere una colossale operazione di ri-significazione: «Ras-segnazione, riattribuire segni, ri-significare la vita sociale, cambiare l’orizzonte delle attese. Concentrarsi frugalmente sull’utile, piuttosto che sul valore astratto del denaro; concentrarsi sul piacere piuttosto che sull’accumulazione, concentrarsi sulla solidarietà piuttosto che sulla competizione. Far emergere dalla tempesta […] un cambiamento psico-culturale simile è il compito intellettuale del presente. Solo una minoranza pare disponibile a compiere un simile mutamento. Questa minoranza non può far altro che disertare, scindersi, separare il suo destino da quello dell’umanità, per quanto anche questo sia unthinkable, impensabile» (Ivi, pp. 176-77).

Miriam Montani Magrelli, Linea di fuoco II, 2023. Foto Fabiana Amato.

Disertare e desiderare si incontrano dove la fuga diventa scelta, atto di volontà.
Questo può significare guardare il presente attraverso l’occhio della storia e chiedersi se e come rappresentarlo, per quanto impensabile. Vuol dire fuggire l’istinto che porta a rimuovere ciò che brucia e usarlo come benzina. Vuol dire illuminare la perdita di molte vite, disertare l’istinto di auto-conservazione, disertare l’inimmaginabile. 

In un tempo di crisi, sentiamo il dovere di riflettere di obiezione di coscienza, rifiuto di conformarci, curve a gomito, ri-generazioni, inforestamenti creativi.
La call invita contributi che studiano la diserzione, individuale o collettiva, nelle sue ricadute visive, storico-artistiche, performative, intermediali.
I contributi, in qualunque forma (audio, video, collezioni di immagini, testi, suoni…), possono riguardare, fra gli altri, i seguenti temi: 

  1. la diserzione etica e politica da strutture statali e parastatali, da istituzioni figlie della nazione e del nazionalismo, da apparati militari, da qualunque sistema di potere costituito
  2. la diserzione da un sistema di valori sociali, aspettative riguardo a ruoli, tappe della vita, saperi costituiti, paradigmi normativi 
  3. la diserzione da ambienti e tipi di lavoro che vincolano e soffocano impedendo di vivere e di pensare 
  4. la diserzione da una famiglia, o da un’idea di famiglia, che non ci appartiene 
  5. la diserzione da un corpo, o da un’idea di corpo, che non ci appartiene
  6. la diserzione come condizione per l’affermazione di un sé creativo, artistico, vocale 
  7. la diserzione come condizione per la nascita di nuove comunità, modi di pensare e patti sociali
  8. diserzioni linguistiche, formali, visive: secessioni 
  9. fare un passo di lato per prendere la rincorsa, per farne cento in avanti.«’Questo bambino ha già smesso di urlare, ma appena nato non faceva che piangere e urlare.
    Adesso per fortuna è più facile tirarlo su’. No, non era facile, non sarebbe mai stato facile.
    […] Adesso sembrava facile perché aveva imparato a controllare il suo terrore segreto che sarebbe durato fino alla morte.
    Terrore di trovarsi sulla terra, come una nostalgia del cielo».
    (Lispector, 2001, p. 135)

Bibliografia
Berardi F. B., Disertate, Timeo, Trento 2023.
Kamińska A., Simona. Opowieść o niezwyczajnym życiu Simony Kossak, Literackie, 2015.
Lispector C., La scoperta del mondo (1967-1973) La Tartaruga Edizioni, Milano 2001.
Moshfegh O., Il mio anno di riposo e oblio, Feltrinelli, Milano 2020.

Giulia Vanelli, Untitled (The Ugly Duckling), 2019

DEADLINE

PARTECIPAZIONE CALL FOR PROPOSALS

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invio abstract entro 05 marzo 2026

UNICA USCITA

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pubblicazione il 15 maggio 2026
consegna articolo entro 20 aprile 2026

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