CALL FOR PROPOSALS

roots§routes è un magazine con una linea editoriale dettata dalla sua redazione che garantisce la qualità e la coerenza degli interventi. Ritenendo però necessaria una costante apertura verso qualsiasi contributo di qualità, che corrisponda alle finalità condivise da tutti i redattori, valuta importante la possibilità di ospitare, accanto agli artistə e ai ricercatorə invitati, contributi che possano arrivare da contesti non conosciuti direttamente.

roots§routes a tale scopo lancia una Call for Proposals, invitando artistə e ricercatorə a inviare proposte di contributi, partendo dal tema della rivista del quadrimestre seguente.
La proposta di contributo dovrà essere inviato sotto forma di abstract di un massimo di 350 parole compilando l’apposito box sottostante o inviando una email all’indirizzo redazione@roots-routes.org con nell’oggetto: “Article Submission” specificando il numero per il quale si intende proporre il contributo tra quelli elencati dalla redazione. È inoltre richiesto l’invio di una biografia breve e una selezione di pubblicazioni. L’abstract potrà essere scritto in una delle seguenti lingue: inglese, italiano, francese, portoghese o spagnolo.
In caso di interesse della redazione verrà inviata una risposta positiva all’indirizzo email da cui è giunta la proposta, nella quale si chiederà di inviare il contributo per intero nella lingua scelta dal proponentə.

La redazione, al ricevimento dell’intero contributo, si riserva il diritto di chiederne parziale modifica o, in caso di evidente non coerenza con il concept inviato, di rifiutare il contributo stesso.
In caso di rifiuto verrà inviata una email di comunicazione con una motivazione allegata.

PROSSIMO NUMERO
Anno XII, n°39, maggio - agosto 2022
§ RESTITUIRE, LENIRE, RIDISTRIBUIRE

a cura di Domenico Sergi, Nur Sobers-Khan, Anna Chiara Cimoli e Giulia Grechi

Nel 1810, nel mezzo dei rastrellamenti di opere d’arte di mezza Europa, lo scultore veneziano Antonio Canova scriveva a Napoleone: «Lasci Vostra Maestà, […] lasci almeno qualche cosa all’Italia. Questi monumenti antichi formano catena e collezione, con infiniti altri che non si possono trasportare né da Roma né da Napoli». A poco era valsa la sua perorazione: l’Italia e tanti altri territori erano stati spogliati di centinaia di capolavori artistici; ma dopo la caduta dell’Impero, non avevano esitato un attimo a bussare alle porte della Francia esigendo la restituzione.

Come ricorda la storica dell’arte francese Bénédicte Savoy, «se pensiamo alle pale d’altare, certo non erano state dipinte per essere esposte al Louvre. E dovremmo ricordarci che, quando il Louvre aprì come museo, alcuni risero delle anziane signore inginocchiate in preghiera di fronte ai retabli di Rubens. Quando poi tornarono in Belgio, nel 1815, ritornarono nelle chiese, non finirono nei musei» [1].

Anche se le premesse delle spoliazioni napoleoniche avevano caratteristiche specifiche, non è difficile leggere in questo breve resoconto dell’Europa napoleonica numerose somiglianze con il modo in cui gli Imperi europei, in particolare, hanno sistematicamente saccheggiato (e non restituito) la cultura materiale delle loro colonie.

La restituzione è un argomento molto dibattuto nella pratica museale contemporanea, e spesso smaschera epistemologie coloniali profondamente radicate. In Europa, una delle obiezioni più frequenti alla restituzione è la debolezza delle infrastrutture scientifiche delle comunità in cui gli oggetti verrebbero restituiti: come se i musei, e solo i musei, sapessero come conservare gli oggetti.  Ma che cosa succede se non c’è nessun museo all’estremità ricevente? Può, questo dato, giustificare la mancata restituzione?

La questione delle restituzioni è fondamentale per il raggiungimento della giustizia sociale per le comunità marginalizzate. La storia della schiavitù, in particolare, è profondamente intrecciata con la formazione di archivi e collezioni museali sia negli Stati Uniti e Nord America che in Europa: in quegli archivi sono conservati resti umani, opere sottratte con la violenza durante la stagione coloniale, oggetti rubati o confiscati forzosamente durante i regimi nazionalisti, e poi storie silenziate, grandi e piccole, interi patrimoni che stratificano questioni rituali, religiose, culturali, politiche, antropologiche.

Di fronte alle forti richieste da parte delle popolazioni indigene, colonizzate, marginalizzate, ingannate, ricattate, l’amnesia degli stati e delle istituzioni culturali non è mai stata così evidente.

E d’altra parte, anche quando le istituzioni culturali si impegnano nella restituzione di patrimoni contestati, come possiamo garantire che tali pratiche non rafforzino le ideologie neo-coloniali?

I fatti recenti ci chiedono di allargare lo sguardo e di ripensare profondamente il ruolo dei musei nelle società contemporanee. Esempi sono le questioni sollevate dal Report Sarr-Savoy, il progetto dell’Humboldt Forum di Berlino, il gesto simbolico dell’attivista Emery Mwazulu Diyabanza che ha “rubato” una stele funeraria al Musée du quai Branly, le manifestazioni di movimenti come Decolonize This Place e l’abbattimento di statue in tutto il mondo. Il lavoro di studiosi nativi e di pensatori provenienti da territori precedentemente (e attualmente) colonizzati richiede di ripensare le storie che i musei raccontano sugli oggetti e di re-immaginare il ruolo e la funzione del patrimonio culturale.

Questo numero vuole articolare una riflessione sul concetto di restituzione in tutte le sue manifestazioni, sia materiali che immateriali:
riparare
compensare
lenire, curare, sanare
risemantizzare
ripensare
ridistribuire
rendere visibile
ricaricare
riappropriare
riconoscere
….

I contributi possono riguardare i processi di restituzione di oggetti, collezioni, resti umani, opere afferenti a qualunque epoca e contesto, ma anche la ridistribuzione delle tracce della memoria, il risarcimento dei traumi anche in chiave giuridica e psicologica, la rinegoziazione dei valori nei processi di mediazione, e più in generale qualsiasi possibilità di riscrittura della storia (passata e futura) in una chiave di giustizia sociale, e come strumento per la elaborazione del conflitto sociale, la tutela dei diritti, o la cura dei beni comuni.

[1] Jana J. Haeckel (a cura di), Everything passes except the past. Decolonizing Ethnographic Museums, Film Archives, and Public Space, Goethe Institut-Sternberg Press, Bruxelles-Londra 2021, p. 44.

DEADLINE

PARTECIPAZIONE CALL FOR PROPOSALS

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invio abstract entro 20 marzo 2022

PRIMA USCITA

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pubblicazione il 15 maggio 2022
consegna articolo entro 27 aprile 2022

SECONDA USCITA

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pubblicazione 15 luglio 2022
consegna articolo entro 25 giugno 2022

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