CALL FOR PROPOSALS

roots§routes è un magazine con una linea editoriale dettata dalla sua redazione che garantisce la qualità e la coerenza degli interventi. Ritenendo però necessaria una costante apertura verso qualsiasi contributo di qualità, che corrisponda alle finalità condivise da tutti i redattori, valuta importante la possibilità di ospitare, accanto agli artistə e ai ricercatorə invitati, contributi che possano arrivare da contesti non conosciuti direttamente.

roots§routes a tale scopo lancia una Call for Proposals, invitando artistə e ricercatorə a inviare proposte di contributi, partendo dal tema della rivista del quadrimestre seguente.
La proposta di contributo dovrà essere inviato sotto forma di abstract di un massimo di 350 parole compilando l’apposito box sottostante o inviando una email all’indirizzo redazione@roots-routes.org con nell’oggetto: “Article Submission” specificando il numero per il quale si intende proporre il contributo tra quelli elencati dalla redazione. È inoltre richiesto l’invio di una biografia breve e una selezione di pubblicazioni. L’abstract potrà essere scritto in una delle seguenti lingue: inglese, italiano, francese, portoghese o spagnolo.
In caso di interesse della redazione verrà inviata una risposta positiva all’indirizzo email da cui è giunta la proposta, nella quale si chiederà di inviare il contributo per intero nella lingua scelta dal proponentə.

La redazione, al ricevimento dell’intero contributo, si riserva il diritto di chiederne parziale modifica o, in caso di evidente non coerenza con il concept inviato, di rifiutare il contributo stesso.
In caso di rifiuto verrà inviata una email di comunicazione con una motivazione allegata.

PROSSIMO NUMERO
Anno XVI | N°52 | Settembre - Dicembre 2026
§ TO DISPLAY

a cura di Fabio Ranzolin e Viviana Gravano

Chissà se Lana Del Rey pensava a Le città invisibili quando scrisse: «Oh God, miss you on my lips. It’s me, your little Venice bitch» [1].
Venezia è un palcoscenico ideale per iniziare e finire molte storie. Come sfondo alla maggior parte delle mie esperienze, viaggi, ambizioni, sentimenti e attaccamenti, mi sembra che ci sia sempre Venezia. La città del carnevale occidentale per eccellenza.
Come scrisse Italo Calvino nel 1972: «Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, – disse Polo. – Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco» (Calvino 1972, p. 40).
Venezia e tutte le altre “Venice” riproducono una certa corporalità, come se fossero l’eco di una nostalgica relazione romantica mai del tutto finita.

Quando si pensa a Venezia ci si mette sempre in relazione con il suo perenne stato di lenta subsidenza. Si tratta di uno spazio che corrode e affonda per colpa dello stesso sistema che ne ha impalcato la sua sfolgorante bellezza vitrea. Città lagunare che si è costruita attraverso un dispositivo di dominio fortemente imperiale e coloniale; da speculazioni, profitti di mercato e dalla sua capacità di essere apparenza, fantasia, esposizione. Venezia è uno di quei dispositivi in costante stato di performance: un miraggio iconografico; riverberi di palazzi signorili su acque inquinate; ricchezza sommersa nella melma; città attaccata prima dalla peste e ora da epidemie di turismo d’assalto.
Venezia è sono regni traditi, lucri finanziari, cultura dell’intrattenimento, glorie indipendentistiche venete, baci nascosti tra le calli di notte, “ombre e ombrette”[2]. Si tratta di una città fatiscente dall’ossatura di Narciso, melliflua nostalgia su una cartolina senza oramai alcun lustro, una serata Ai biliardi svanita [3], una vacanza al Lido evaporata e un Paradiso perduto [4] definitivamente sconquassato come i fondali dopo le grandi navi che per anni hanno attraversato il Canale della Giudecca. La città di Venezia è, oramai, il brutto originale di una serie di riproduzioni – tante riproduzioni – sul merchandising e sulla discorsiva desiderabilità romantica-consumistica, pacchetti weekend, eventi mondani, istituzioni di oligarchie pre-potenti, fondazioni di moda, memorie di orge nei palazzi, arrogante gentrificazione, epatite A nell’acqua, maschere piene di glitter da acquistare in estate e vetro di Murano fabbricato nella nuova via della seta del dominio economico ed astrattivo.

Insomma, letteralmente, un cosiddetto “museo a cielo aperto”.

Nel “più splendido salotto d’Europa”, Piazza San Marco, gioiellerie, caffè, piccioni e carretti ambulanti senza licenza, erodono le tasche di masse di turistз sagomatз come i pezzi di marmo, avori e pietre trafugate da condotte coloniali durante le crociate. I tesori di Venezia sono da sempre stati corpi percorribili, invasi, ingannati e calpestati da quadrighe trionfali ricollocate.
Vi è un aneddoto popolare interessante che riguarda la prestigiosa Pala d’oro conservata nel presbiterio della basilica di San Marco. L’artefatto è un paliotto in oro, smalti, perle, argento e pietre preziose finemente elaborate e provenienti dalla conquista di Costantinopoli nel 1204. La pala è tra i più incredibili vertici dell’Arte bizantina. Nel 1797, con la caduta della Repubblica di Venezia, il dominio mercantile, coloniale e simbolico della città non fu più serenissimo. La nobiltà dovette proclamare la resa della città alle truppe di Napoleone Bonaparte, il quale, come è ancora costume per gli stati di dominio, si appropriò di tutta una parte di cultura materiale precedentemente comprata, fatta produrre e rubata nei secoli dalla chiesa e dall’aristocrazia locale. Un passaggio del testimone, forse? La spoliazione napoleonica, tuttavia, non sottrasse la preziosa Pala d’oro per colpa di un malinteso linguistico: tra l’aneddoto e la fabula speculativa, si pensa che Napoleone non abbia compreso ciò che i/le venezianз gli dissero. Nel dialetto veneto la parola “vero” ha un duplice significato e utilizzo: significa sia “vetro” sia “vero” (verità). Dinanzi all’opera si disse quindi all’imperatore che il manufatto “xe vero” (è vero) per confermarne l’autenticità, ma Napoleone, travisando il significato della frase, capì invece che si trattasse di un manufatto in vetro, quindi di basso valore e per tal motivo fu scartato tra i beni da sottrarre. Alcune versioni affermano il contrario: che le persone locali, per difendere l’opera, dissero all’imperatore che si trattasse di vetro giocando su questa duplice valenza del linguaggio.

 

La veridicità storica non è il mio mestiere, ma trovo che questo aneddoto popolare sia calzante per descrivere il processo di display: l’atto di mostrare, rendere visibile, produrre finzione e/o intrattenimento, narrazioni, processi epistemici, pratiche correttive, disporre estetiche e organizzare storytelling.
Sebbene oggi usiamo la parola quasi esclusivamente per indicare schermi elettronici, con il termine “display” si intende l’atto (o il risultato) di esporre qualcosa, in modo organizzato e attraente, alla percezione sensoriale. Display ha, dunque, una vicinanza con la scenografia, la ritualità e la manifestazione. Musealizzazione, vetrina, esposizione, isolamento, valorizzazione. Ma in termini comportamentali con display si possono intendere manifestazioni d’affetto (public display of affection), attirare partner(s) (courtship display) o spaventare e attaccare rivali (display of force; military display).

Display è un concetto che crea crisi, conflitto, sovrastruttura ed è stato scelto come tema di questo nuovo numero della rivista. Che ruolo ha il corpo nel display? Che politiche mette in campo l’atto del mostrare o del rendere mostrabile?

Pensando al concetto di display, ha qualcosa di emblematico questa assonanza tra la verità e il vetro.
Non xe vero?

Nelle culture occidentali, per definire qualcosa come vero è necessario analizzare e catalogare le evidenze, le ripetizioni e le risposte attendibili di un dato fenomeno (o una serie di). Insomma, è trovare una risposta sintetica a una produzione di interpretazioni e montaggi. Il vetro, invece, è un materiale plastico, 100% riciclabile, fragile o infrangibile, che può variare nella colorazione. Il vetro, in architettura e nel design soprattutto, è posto spesso come limite: è barriera, finestra o contenitore, utilizzato per far passare la luce o per vedere ciò che c’è al di là del materiale. Oggi nei musei, ad esempio, il vetro è uno strumento museografico che garantisce l’integrità dell’oggetto, serve ad allontanarlo e proteggerlo dal contesto, ma è anche utile per enfatizzare simbolicamente la sua unicità, preziosità e/o autenticità. Il vetro museale, nei migliori dei casi, è talmente raffinato che non ha riflessi, è apparentemente invisibile e costruisce una semantica – o semplicemente illude la percezione visiva – che tra noi e l’opera non vi sia altro se non la verità. Poiché è particolarmente sporgente, spesso mi capita di sbatterci il naso contro.
Ciò che xe vero è, dunque, un display: un dispositivo simulante, polisemico, complesso e con una bizzarra relazione con la trasparenza. I display sono processi di produzione, archiviazione e tecnologie; sono potenzialità percettive, affettive, cognitive, libidiche, dominanti o relazionali.

Proprio per il suo proporsi fedele in perenne clonazione, la città lagunare, specchio che brama di simulazioni e aneddoti – dalla verità artificiale al vetro originale – è una méta-metafora: per il tema del display.
Iniziando il paragrafo con Venezia, dalla «bellezza lusingatrice e ambigua – quella città a metà favola a metà trabocchetto» (Mann, 1991, p. 52), da questo numero della rivista vi si chiede di far riaffiorare i detriti che emergono con la bassa marea: c’è un certo tanfo di freschìn [5] in questi display.  

Danh Vo, “mothertongue”, installation views at the Danish Pavilion, Giardini. "All the World’s Futures", 56th International Art Exhibition, La Biennale di Venezia, 9.05-22.11.2015, Venice (IT). Courtesy: The Danish Arts Foundation. Photo: Nick Ash. Utilizzata ai sensi del fair use

Tema: display, /di’splɛi/, [da (to) display “mettere in mostra, esporre”, lat. tardo displicare “spiegare, svolgere”], usato in ital. al masch. – [dispositivo che serve per la visualizzazione delle immagini e degli immaginari].
Display, quindi, da intendere come processo, strumento e pratica.

A chi è rivolto: sia alle persone feroci che a quelle tenere, ma che in entrambi i casi abbiano un punto di vista critico e personale.

Campi: il display può comprendere molteplici campi di indagine e politiche: studi di genere, visual cultures, performance studies, queer, cultural studies, museologia, porn studies, affettività, post-decolonial studies, geneaologie, sound studies, iconologia, ecologie alternative, crip studies, archeologia, animal studies, arti contemporanee, pratiche archivistiche ecc…

Modalità: scriveteci di riflessioni, indizi, sogni, memorie, lamentele, fantasie e vizi. Abbiate un narcisismo generoso. Scriveteci in maniera incarnata. Non cerchiamo verità, cerchiamo, invece, formule di messa in crisi, di analisi, decostruzione, ricostruzione, speculazione e creazione del display che avete scelto.
Viviana ed io amiamo la rilettura delle cose, soprattutto se indebite.
Cerchiamo contributi che siano anche strumenti per altri studi, pensieri e immaginari. Ci piacerebbe un numero che producesse reti corali e non assoli. Solipsismo, autoreferenzialismo e onanismo esclusivo, infatti, ci annoiano.
Data la gratuità, auspichiamo a un contributo che vi abbia divertito realizzare. Abbiate rigore solo per le vostre idee ed emozioni; sono apprezzati, invece, stili (linguistici, analitici, empirici) di vostra originalità.   

Come consuetudine per Roots&Routes, potete inviarci poesie, testi, album fotografici, creazioni artistiche o altri contributi e formati.

Limiti: per posizionamento, questo numero non privilegerà il maschile sovraesteso e, anzi, il suo utilizzo sarà motivo di rifiuto della domanda; sono, al contrario, aperte altre alternative di vostro gradimento. Vi chiediamo di inserire una breve nota sulle modalità da voi scelte.  

Note
[1] Venice Bitch” di Lana Del Rey (testo e interpretazione), 18.09.2028, secondo singolo del sesto album Norman Fucking Rockwell! (2019).
[2] A Venezia, la parola “ombra” (o il suo diminutivo “ombretta”) è l’espressione dialettale per indicare un piccolo bicchiere di vino economico (tradizionalmente da 100 ml).
[3] “Ai Biliardi” è stato uno dei più celebri circoli ARCI e club musicali underground di Venezia. Il locale si trovava nel sestiere di Cannaregio, precisamente lungo la Fondamenta de la Sensa. Chiuso definitivamente nel 2019 per irregolarità amministrative e problemi di insonorizzazione.
[4] “Il Paradiso Perduto” è una delle più famose e storiche osterie di Venezia. Si trova nel sestiere di Cannaregio, lungo la celebre Fondamenta de la Misericordia.
[5] “Freschìn”, o “freschino”, è un termine noto in quasi tutta l’Italia settentrionale. Usato principalmente per indicare l’odore delle stoviglie mal lavate, del pesce poco fresco, del fossato, dei canali di Venezia e soprattutto di pietanze o oggetti che sono stati a contatto con uova. 

Bibliografia

Calvino I., Le città invisibili, Letteratura italiana Einaudi, Torino 1972.
Mann T., La morte a Venezia, (1912), I CLASSICI Feltrinelli, Milano 1991.

DEADLINE

PARTECIPAZIONE CALL FOR PROPOSALS

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invio abstract entro 30 giugno 2026

UNICA USCITA

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pubblicazione il 15 settembre 2026
consegna articolo entro 25 agosto 2026

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