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“Non sono speciale devo solo pisciare”
Incursioni grafiche per decostruire il binarismo cis-eteronormativo a partire dai bagni pubblici
di Marta Capesciotti, Sara Marini, Fau Rosati, Alessia Santambrogio

Della non neutralità dello spazio e di simboli stilizzati attaccati sulle porte dei bagni
A tutt* è capitato, almeno una volta, di dover utilizzare un bagno pubblico: a lavoro, a scuola, all’università, in un locale, al cinema, a teatro, in uno spazio occupato… Appare come un’esperienza comune, semplice, non problematica: ti scappa la pipì e cerchi il bagno. Nella maggior parte dei casi ti trovi davanti due porte, una riporta l’immagine di una figurina stilizzata che indossa una gonna, l’altra una figurina uguale, ma con i pantaloni. Non ti resta che scegliere, facile no? Bè, non proprio, non per tutt*. Nell’apparente auto-evidenza della scelta, nel suo essere data per scontata, nelle due sole possibilità di (auto)identificazione che le porte dei bagni manifestano e corroborano pubblicamente, si cela e palesa insieme, la parzialità e la violenza di un sistema di potere, controllo e disciplina (Bender-Baird, 2016) che contempla la possibilità di esistenza e visibilità per, e di, due soli generi e due soli sessi: il maschile e il femminile. E così, se molte persone seguono il simbolo che in anni di comportamenti automatici hanno imparato ad associare al proprio genere, altre si sentono invisibilizzate e spinte verso un’opzione che non può rappresentarle; tutte comunque sono costrette a una scelta che non è libera, ma conforme e conformante a norme sociali. Infatti i bagni, nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, comunicano, confermano e ribadiscono i valori del sistema sociale in cui sono inseriti. Essi sostengono, nel loro essere etichettati con simboli facilmente riconoscibili, e nell’essere rigidamente divisi in “da maschi” e “da femmine”, un ordine di genere (Connell, 2006) binario e cis-eteronormativo, il quale stabilisce chi è nel posto giusto, e chi non lo è, cioè chi non incorpora e/o esprime conformità al binarismo di genere, sancendo così chi è fuori norma. La genderizzazione binaria e cis-eteronormativa dello spazio pubblico, così come del sistema-mondo, può essere quindi letta come la migliore amica dell’esclusione, poiché stabilisce chi è in place e chi è out of place (Borghi, 2020), rendendo tale esclusione normale e normante, non problematica, invisibile per molt*. È proprio a partire dalla presunta non problematicità e autoevidenza dei bagni pubblici che prende le mosse il progetto gender-free toilet, perché siamo convint* che, parafrasando Rachele Borghi (2020), dare una cosa per scontata contribuisca a concederle un potere immenso, poiché sostiene la sua interiorizzazione e naturalizzazione, e, se una cosa è interiorizzata e naturalizzata, non deve né può essere messa in discussione. Il suo “essere e fare problema”, in sostanza, non viene visto e, quindi, non esiste. Noi vorremmo, al contrario, fotografare l’esistente, far emergere il dato per scontato e metterlo in discussione. Vorremmo aggredire il problema.
Iniziamo col posizionarci [1]: siamo un gruppo di transfemminist* queer, transgender e cisgender, che davanti a quelle due porte ha sempre esitato e che ha cercato di costruire agio dal e nel disagio imposto da una normatività dominante, che condiziona fin dall’infanzia il nostro vivere sociale (Ingraham, 1994; Jackson, 2006; Paetcher, 2017).
Per questo abbiamo pensato a un progetto che interagisca con gli spazi, trasformandoli e risignificandoli, che parta proprio dallo scardinare l’automatismo della scelta, mettendo al centro le esperienze di chi invece vive le due sole opzioni di genere come oppressive.
È a partire da questa consapevolezza che, prima di entrare nel merito della presentazione del progetto, vorremmo nominare e dare spazio a quelle soggettività le cui esistenze, nel linguaggio e nell’immaginario cis-eteronormato in cui siamo immers*, non sono riconosciute e legittimate: le soggettività non binarie e trans*[2].
Per persone non-binarie si intendono quelle soggettività la cui identità e/o espressione di genere non trova collocazione nel dicotomico riconoscimento di maschile e femminile, e sotto il cui ombrello sono racchiuse molte esperienze differenti: soggettività androgine, genderqueer, bigender, agender… Per alcune persone si tratta di un’identità piuttosto stabile nel tempo, altre sperimentano maggiore fluidità.
Con persone trans* si fa riferimento a persone la cui identità di genere non corrisponde al sesso assegnato alla nascita (comunemente detto sesso biologico). Per alcune soggettività trans*, l’incongruenza tra il sesso assegnato alla nascita e il genere percepito si lega a un intenso desiderio di appartenere al genere considerato opposto; altre, invece, sono più vicine a un’esperienza di identità non binaria.
Infine, con persone cisgender si intendono coloro il cui genere e sesso assegnato alla nascita coincidono. Tale coincidenza sancisce il privilegio di cui questi soggetti godono all’interno di una società in cui la condizione cis è considerata “naturale”, “normale” e che, in quanto tale, non prevede di essere specificata (Ansara, Hegarty, 2014).
Risulta dunque evidente come la scelta della simbologia utilizzata per indicare i bagni non sia innocua né innocente e possa invece esporre le persone che non si collocano entro il binarismo cis-eteronormativo a stress, disagio, scomodità e potenziale violenza (Herman, 2013; Meyer, 2003). La mancata adesione a modelli egemonici, di maschile o femminile, infatti, può suscitare nelle persone cisgender sentimenti di rifiuto, disgusto, scherno e aggressività. A fianco ai purtroppo frequenti episodi di violenza fisica, scegliere un bagno considerato incongruo rispetto all’espressione di genere porta a subire comportamenti sanzionatori, outing estorti, che costringono a problematizzare pubblicamente la propria soggettività (Browne, 2004) … mentre lo stimolo a fare pipì incombe. Fissare una persona trans* e/o non binaria incontrata in bagno perché non si riesce a definirne il genere, rappresenta anch’essa una forma di (micro)aggressione che può metterla a disagio e farla entrare in uno stato di allarme. Il nostro obiettivo è che queste considerazioni, che hanno ricadute immediate sulla quotidianità di alcun* di noi, aprano spazi di riflessione anche in merito alle ripercussioni che tale opprimente normatività ha nella vita delle persone cis, e suscitino un sentimento di empatia e attenzione la prossima volta che ci incontreremo in un bagno.

Gender-free toilet. Just use it!
L’attenzione riposta alla divisione per genere dei bagni pubblici e alle sue ricadute sulla vita delle soggettività trans* e non binarie non è nuova, seppure circoscritta e minoritaria; diversi sono gli approcci, così come gli obiettivi dichiarati, le azioni intraprese e i contesti geografici di azione. Da una parte, troviamo movimenti maggiormente top-down, promossi da realtà istituzionali, le quali hanno ristrutturato i propri spazi in ottica inclusiva a favore delle soggettività non binarie e trans*, come nel caso dello svedese Sigtuna Museum [3] e delle scuole scozzesi [4]. In una dimensione cuscinetto, tra l’istituzionale e l’attivismo studentesco, e con un obiettivo più “fotografico” che trasformativo, si situa il Gender neutral bathroom project [5], un progetto di mappatura online di bagni gender free o a uso singolo, presenti nel campus della Brigham Young University (USA) e rivolto innanzitutto a student* con disabilità e/o non binar* e trans*. Sul fronte delle azioni partite dal basso, in risposta a una esperienza diretta di aggressione in un bagno pubblico, non possiamo non nominare la “gender queer customizing guerriglia” che si è scatenata contro i bagni dopo l’appello lanciato sulla propria pagina facebook da Silvia Calderoni [6], aggredita fisicamente e verbalmente in un locale romano. Un’aggressione che aveva l’obiettivo di ristabilire l’ordine di genere, “dare una lezione” pubblica e “rimettere al suo posto” chi quell’ordine di genere lo questiona e disturba, a partire dalla fisicità non categorizzabile del proprio corpo. È a movimenti e azioni come questa che il progetto gender-free toilet si sente vicino e da cui prende le mosse: auto-organizzazione, non appartenenza a realtà istituzionali, gratuità dell’accesso ai materiali (opuscolo informativo, locandina di presentazione e adesivo) e loro libera condivisione sono infatti la manifestazione di una precisa scelta politica e di azione, la quale, nella pratica, si declina in una proposta semplice.
A partire dalla convinzione che sia importante dare visibilità alle diversità dei generi senza schiacciarle sulla dicotomia maschio-femmina né su un universale indistinto, il progetto gender-free toilet vuole sostituire in ogni luogo pubblico e aperto al pubblico, ai bagni divisi per genere, bagni gender free, cioè attraversabili e utilizzabili da tutte le possibili soggettività, non binarie, trans* e cisgender.
Come si fa nella pratica? Convertendo i bagni, siano essi genderizzati o “unisex”, in gender free, tramite l’affissione sulle loro porte dell’adesivo del progetto, risultato di un lavoro collettivo di auto-rappresentazione, della locandina o di altro materiale che condivida l’obiettivo di visibilizzare le esistenze di chi la società cis-eteronormata respinge e delegittima.

Oltre gli unicorni. Il processo collettivo di elaborazione del simbolo
In un progetto come questo, scegliere un simbolo e una rappresentazione grafica che riuscissero a trasmettere a colpo d’occhio l’elaborazione teorica e politica che era dietro al progetto, è stato un passaggio fondamentale. Ridurre la complessità delle esperienze di accesso ai bagni e dei corpi implicati a un’unica immagine, senza però banalizzare le questioni in gioco, ha richiesto un intenso lavoro di confronto e immaginazione collettiva. Inizialmente ci siamo lasciat* ispirare dalle esperienze già esistenti: sirenette, tritoni, alieni, figurine stilizzate con gonna e pantalone insieme, ecc.

Esempi di esperienze di liberazione dal binarismo di genere nei bagni (le immagini qui proposte sono state reperite sul web)

Tutte sperimentazioni passate e presenti di superamento del binarismo di genere attraverso l’utilizzo di “corpi altri” che richiamano un immaginario di eccezionalità e sfida alla normalità. Il nostro primo tentativo è stato quindi quello di elaborare un simbolo che tenesse insieme queste rappresentazioni, con il desiderio di includere tutte le possibili soggettività. Questo avrebbe però implicato una moltiplicazione infinita di rappresentazioni grafiche dei corpi, senza eliminare il rischio di lasciare qualcun* fuori. Abbiamo quindi sentito la necessità di confrontarci con la nostra comunità allargata: persone amiche, attiviste, queer, trans, non binarie che immaginavamo direttamente coinvolte e interessate dall’esperienza di accesso a bagni pubblici genderizzati in maniera binaria. Abbiamo posto loro, per messaggio o a voce, il seguente quesito: “Quante volte ti è capitato di dover utilizzare un bagno pubblico e di non trovare sulle sue porte un simbolo che ti rappresentasse e ti facesse sentire a tuo agio? Quale sarebbe l’immagine/simbolo che ti rappresenterebbe e che vorresti vedere appiccicata sulle porte? Puoi dircelo con una parola, una semplice frase o con un esempio”.

Contributo inviatoci da Bella Merda Design

Abbiamo ricevuto una ventina di risposte, tra immagini e frasi. Quello che ci ha stupito immediatamente è stata la sostanziale omogeneità dei punti di vista espressi da chi ha partecipato: proponevano di spostare l’attenzione dai propri corpi al tipo di servizio che avrebbero trovato oltre la porta del bagno. Ad esempio, c’è un water o un orinatoio? Il bagno è accessibile? È disponibile un fasciatoio? E così via.

“Per quanto mi riguarda i simboli che vorrei trovare nei bagni sarebbero riferiti ai bagni stessi, e non ai corpi che li attraversano. Ad esempio, con l’immagine di quello che trovo in quello specifico spazio (wc, orinatoio, turca, wc rialzato con corrimano…) così da poter decidere quale bagno usare in base al mio corpo o ai miei bisogni del momento… Meno attenzione a chi lo utilizza e più attenzione al servizio offerto”

“Se dovessi proporre un’alternativa trovo che utilizzare il corpo come grafica in una situazione del genere forse è problematico perché c’è talmente una diversità a livello fisico che sarebbe una roba un po’ complessa, significherebbe racchiudere una diversità enorme in una selezione”

“Per me la neutralità dell’utilizzo del cesso passa attraverso l’abbattimento del genere delle cose e delle azioni. Il cesso dovrebbe per me essere il cesso e basta! […] al massimo la discriminante dovrebbe essere chi si siede e chi sta in piedi”

Infine, durante una conversazione avvenuta di persona con un* compagn* a noi vicin*, questa nuova prospettiva è stata riassunta in quella che è diventata la frase che fa da slogan al progetto: “non sono speciale devo solo pisciare!”. Nel tentativo di superare gli unicorni e le sirenette, che oramai sono immagini sempre più sussunte dalle rappresentazioni mainstream del mondo queer e LGBT+, la centralità dei corpi e delle etichette che cercano di definirli sembrano invece poter lasciare libertà di autodeterminarsi, autoidentificarsi e muoversi nello spazio, bagni inclusi.
Queste risposte hanno aperto un nuovo scenario e ci hanno portato a riconsiderare, in parte, le idee che avevamo avuto fino a quel momento rispetto all’elaborazione del simbolo. Abbiamo deciso di rappresentare esclusivamente oggetti, servizi, e ogni altro elemento direttamente collegabile all’utilizzo dei bagni.

Gli spazi si trasformano. Esperienze concrete di customizzazione
Dopo la fase creativa di ideazione, il progetto gender-free toilet ha iniziato a contaminare alcuni luoghi fisici. Siamo partit* da alcuni festival, locali, librerie e spazi occupati che, nella nostra esperienza, attraversiamo e crediamo contribuiscano a creare occasioni di cultura, pratiche e socialità queer.
Per quanto riguarda i festival, il progetto è stato accolto con entusiasmo dall’organizzazione che, però, ha dovuto negoziare con le istituzioni ospitanti – teatri, edifici storici, ecc. – la possibilità di affiggere, anche se in maniera temporanea, l’adesivo sulle porte dei bagni. Le motivazioni apportate riguardavano principalmente il dovere delle istituzioni di rispettare la normativa in vigore che prevede una divisione genderizzata dei bagni: i festival venivano quindi visti come una sospensione temporanea e circoscritta del quotidiano normato. Nella pratica questo si è tradotto, in alcuni casi, nell’impossibilità di portare il progetto in alcuni specifici edifici storici, e in altri casi, nella scelta di non attaccare direttamente l’adesivo sulla porta del bagno, ma di utilizzare piuttosto del nastro adesivo più facile da rimuovere. Queste resistenze hanno reso evidenti le problematicità che questo progetto solleva, in un periodo in cui la risignificazione di spazi e monumenti sta diventando uno strumento di lotta dal basso, e un tema di dibattito intenso.

Festival MIX Milano di Cinema GayLesbico e Queer Culture, 17-20 settembre 2020

Per quanto riguarda i locali, la nostra esperienza è ancora limitata. Tuttavia, sappiamo che la proposta che abbiamo portato ha aperto un dibattito che è tuttora in corso tra le persone che lavorano/gestiscono alcuni dei posti che quotidianamente frequentiamo. Anche se ci aspettavamo un’accoglienza immediata del progetto, riteniamo importante che questo abbia comunque contribuito a sollevare delle questioni rimaste forse finora inespresse, relative in particolare alla visibilità delle persone trans* e non binarie, al superamento del binarismo di genere, e alla definizione del genere stesso. Infine, gli spazi occupati che abbiamo intercettato hanno finora espresso un immediato entusiasmo per il progetto dei bagni gender free, rendendo il materiale disponibile nei loro infopoint e affiggendo adesivi e locandine nei bagni. Queste reazioni non hanno fatto altro che confermare quello che già avevamo appreso dalla nostra esperienza vissuta: si tratta di luoghi di liberazione, sperimentazione e confronto, preziosi per le soggettività oppresse e per l’organizzazione di pratiche di resistenza alla norma cis-eterosessuale.

Giufà Libreria Caffè, Roma
Esc Atelier, Roma
Cagne Sciolte, Roma
Communia, Roma

Conclusioni. I “Sì, ma…” che vogliamo continuare ad affrontare

«There is no thing as a single-issue struggle because we do not live single-issue lives»
Audre Lorde

La customizzazione dei bagni per superarne la rigida divisione per genere è per noi un’azione contestualizzata che risponde a urgenze e desideri specifici e situati, ma che, allo stesso tempo, si ricollega a una visione più ampia di come l’oppressione cis-eteronormativa si articoli sui nostri corpi e plasma il mondo in cui viviamo. La segregazione per genere maschile-femminile invade ogni ambito delle nostre esistenze e sono diverse le situazioni in cui si manifesta con più costrizione: non solo i bagni, ma anche gli spogliatoi, i camerini, per non parlare dei luoghi di privazione della libertà – come carceri e centri di detenzione per migranti irregolari – dove la libertà di identificarsi e definirsi viene totalmente annullata perché le persone vengono recluse in base al sesso assegnato alla nascita. Un’obiezione che ci poniamo e che ci viene posta riguarda proprio il fatto che customizzare i bagni non decostruisce alla radice la società cis-eteronormata: se questo è certamente vero, la spinta che ci ha portato a ideare il progetto è proprio la consapevolezza della necessarietà di questa opera di decostruzione, in cui i “gender-free toilet” rappresentano un piccolo passo di una trasformazione molto più ampia che vorremmo contribuire a realizzare.
Oltre questa considerazione di carattere strutturale, il progetto ha posto e continua a porre numerose altre questioni, che esplicitano la natura intersezionale delle oppressioni e la complessità dei vissuti. La creazione di bagni gender-free viene a volte narrata come una minaccia all’esistenza di spazi sicuri per le donne cisgender, come il determinarsi di situazioni a rischio di cui uomini cisgender potrebbero approfittare per agire molestie, abusi e violenze. Ovviamente riconosciamo il nodo della questione, essendo un tema e un’oppressione che ci tocca da vicino e contro cui lottiamo. La questione è ben più complessa, proprio perché la violenza di genere è strutturale nella nostra cultura, e per molte donne nessun luogo sarà mai sicuro (in primis la propria casa) finché l’oppressione patriarcale non verrà distrutta. Crediamo che i principali strumenti di risposta alla violenza siano la consapevolezza, l’autodifesa, la solidarietà, l’attenzione reciproca, e ci piace pensare che un progetto del genere – che mira appunto a una maggiore attenzione alle diverse esistenze ed esigenze – si muova proprio in questa direzione.
Riconosciamo anche di parlare dal posizionamento di persone abili in una società abilista. Sicuramente siamo convint* che ogni bagno – così come ogni altro luogo – debba essere accessibile alle diverse abilità. Con questo progetto ci piacerebbe scardinare anche l’assunto per cui le persone con disabilità vengono automaticamente etichettate come senza genere, cosa che si traduce, nella pratica, nella creazione di bagni solo per persone con disabilità o nell’aggiunta del simbolo che richiama la disabilità ai bagni delle donne. Tuttavia, dato il privilegio che incarniamo, qualcosa potrebbe sfuggirci o potremmo aver omesso questioni che la nostra abilità ci rende invisibili. Le questioni che rimangono aperte sono ancora tante, così come sono infinite le storie delle persone, le identità e i contesti in cui questo progetto approderà. È un percorso in divenire pronto a contaminarsi con il contributo di chi vorrà partecipare, con le idee che di volta in volta emergeranno. Decostruire il binarismo di genere è un’esigenza incomprimibile e una sfida quotidiana e avere alleat* è necessario per affrontarla.
Vi aspettiamo nei bagni!

Note
[1] Del progetto fanno parte anche Carlotta Cacciante e Giulia Rasori Miceli, che hanno curato la parte grafica.
[2] Nota di metodo: seppur usando delle macro-categorie, le definizioni che riportiamo hanno la sola finalità di contribuire a fare chiarezza e dare visibilità a identità comunemente non nominate e rese invisibili da discorsi, pratiche e simboli (proprio come quelli attaccati sulle porte dei bagni). Non è nostra intenzione circoscrivere vissuti e identità, la cui declinazione è sempre unica e singolare e mai del tutto afferrabile.
[3] Per un maggiore approfondimento sulla sperimentazione museale svedese si veda l’articolo su The Local
[4] Di difficile reperimento sono stati i documenti ufficiali emanati dal governo Scozzese in materia di realizzazione di bagni gender-free. Qui un articolo divulgativo comparso sul sito Gaypost.it
[5] Per un maggiore approfondimento del progetto si veda il sito Equal Access Commission
[6]
Per leggere l’appello lanciato da Silvia Calderoni si veda la sua pagina Facebook

 

Bibliografia
Ansara Y. G., & Hegarty P., Methodologies of misgendering: Recommendations for reducing cisgenderism in psychological research in «Feminism & Psychology», 24(2), 259-270, 2014.
Bender-Baird K., Peeing under surveillance: bathrooms, gender policing, and hate violence in «Gender, Place & Culture», 23(7), 983-988, 2016.
Borghi R., Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo, Meltemi, Milano 2020.
Browne K., Genderism and the Bathroom Problem: (re)materialising sexed sites, (re)creating sexed bodies in «Gender, Place & Culture», 11(3), 331-346, 2004.
Connell R., Questioni di genere, Il Mulino, Bologna 2006.
Ingraham C., The Heterosexual Imaginary: Feminist Sociology and Theories of Gender in «Sociological Theory», 12(2), 203-219, 1994.
Jackson S., Interchanges: gender, sexuality and heterosexuality: the complexity (and limits) of heteronormativity in «Feminist theory», 7(1), 105-121, 2006.
Herman J. L., Gendered Restrooms and Minority Stress: The Public Regulation of Gender and its Impact on Transgender People’s Lives in «Journal of Public Management & Social Policy», 29(1), 65-80, 2013.
Meyer I. H., Prejudice, social stress, and mental health in lesbian, gay, and bisexual populations: conceptual issues and research evidence in «Psychological bulletin», 129(5), 674–697, 2003.
Paechter C., Young children, gender and the heterosexual matrix in «Discourse: studies in the cultural politics of education», 38(2), 277-291, 2017.

Biografie
Marta Capesciotti Attivista transfemminista queer e ricercatrice in materia di diritti fondamentali e diritto dell’immigrazione. Dottore di ricerca in Diritto Pubblico dell’Economia presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” e in Diritto costituzionale presso l’Università di Granada, con una ricerca in materia di diritto all’abitazione per i non-cittadini regolarmente residenti in Italia e in Spagna. Ha conseguito il Master in Gender Equality e Diversity Management presso la Fondazione “Giacomo Brodolini” (Roma). Da cinque anni lavora come ricercatrice presso la Fondazione “Giacomo Brodolini”, con una expertise specifica in materia di diritti fondamentali, diritto anti-discriminatorio, protezione delle vittime di reato, gender equality, politiche migratorie e diritti delle persone con disabilità, finalizzata all’implementazione dell’attività di reporting e di ricerca sul campo per l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA). Autrice della ricerca italiana per il report annuale di FRA sui diritti fondamentali (edizioni 2016-2020) e per i report periodici di FRA sulla situazione migratoria in Italia (dal 2015).

Sara Marini Attivista transfemminista, dal 2011 formatrice, responsabile del settore Formazione e Infanzia e dei progetti Leggere Senza Stereotipi e Fammi Capire dell’a.p.s. SCoSSE. I suoi ambiti di competenza sono l’educazione al genere nell’infanzia e le rappresentazioni di genere, dei corpi e delle sessualità nell’illustrazione e nell’editoria per infanzia e giovani adult*. Attualmente sta concludendo un progetto di dottorato in ricerca educativa sull’educazione al genere nella scuola primaria presso Sapienza, università di Roma.

Fau Rosati Attivista queer transfemminista, psicologx, specializzandx in Psicoterapia sistemico-relazionale e dottorandx in Psicologia dello Sviluppo. Si occupa dell’impatto dei fattori psicosociali sulla salute delle persone LGBTQ+. Attualmente sta concludendo un progetto di dottorato sull’anzianità queer.

Alessia Santambrogio Attivista queer transfemminista, si occupa di ricerca presso l’Università degli Studi di Bergamo e di formazione ed educazione alle differenze, in particolare con adolescenti e adult*. I suoi ambiti di lavoro e studio sono la decostruzione del binarismo cis-eteronormativo e l’educazione alle e con le differenze.