anno 11, n. 37 Settembre – Dicembre 2021 [ Ricco Patrimonio / Povera Patria

Anno XI, n°37, settembre - dicembre 2021 §RICCO PATRIMONIO / POVERA PATRIA

a cura di Cristina Alga e Paola Bommarito

Come è misera la vita negli abusi di potere
(a Franco Battiato che non muore)

Patria, patrimonio, patrimoniale hanno tutte in comune la radice pater. La terra natia è la terra dei padri, i beni ereditari passano di padre in figlio, la patrimoniale è la tassa sui beni mobili e immobili che si possiedono.

Così “patrimonio” la parola che in italiano è più frequentemente usata per nominare i beni naturalistici e culturali affonda le sue radici in una cultura patriarcale in cui l’eredità era misurata essenzialmente in termini economici (la consistenza del patrimonio).

Questa visione del patrimonio come ricchezza dell’Italia, il bel paese fatto di regioni che si contendono il primato di territorio con il più alto numero di “beni”, ha nutrito le politiche e le Soprintendenze, ha sfornato laureati in conservazione dei beni culturali, ha censito e recintato e molto poco ha donato alle generazioni future che, se di eredità parliamo, dovrebbero essere al centro del dibattito.

Il link semantico tra patrimonio e possesso/proprietà – che arriva agli estremi con la cartolarizzazione dei beni immobili pubblici –  viene messa in discussione dall’avanzare tortuoso ma costante del movimento dei beni comuni che afferma anche in italia la teoria dei commons spostando l’attenzione dall’appartenenza all’uso.

Nella definizione della Commissione Rodotà, non ancora giunta a compimento legislativo, compare il riferimento ai beni naturalistici e culturali come beni comuni: «cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona» precisando che essi devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future; «sono beni comuni, tra gli altri: i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria; i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane d’alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserve ambientali; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate» [1].

Questa definizione che mette al centro il valore d’uso del patrimonio è supportata dal concetto al centro della Convenzione di Faro, quello di una comunità patrimoniale costituita da persone che attribuiscono valore ad aspetti specifici del patrimonio culturale, che essi desiderano, nel quadro dell’azione pubblica, mantenere e trasmettere alle generazioni future.

«La Convenzione di Faro del 2005 segna una tendenza alla implementazione dell’agency comunitaria nei processi di salvaguardia e valorizzazione dei patrimoni bio-culturali, materiali e immateriali. L’idea di patrimonio come capitale culturale condiviso e come diritto fondamentale dei cittadini procede parallelamente alla responsabilizzazione dei soggetti parte delle heritage communities come diretti portatori e custodi del patrimonio e perciò stesso capillarmente interessati dalle azioni volte alla definizione, interpretazione, disseminazione e valorizzazione dei patrimoni culturali come volano di sviluppo comunitario sostenibile» [2].

La Convenzione di Faro introduce così a livello istituzionale una questione centrale: se il patrimonio è il bene comune che salvaguardiamo per lasciarlo in eredità alle generazioni future, chi decide cosa è patrimonio? Qui il nesso tra patrimonio e potere: chi decide strumenti e criteri che definiscono ciò che è eredità culturale?

Se, parafrasando Appadurai, il patrimonio è un fatto culturale vuol dire che è uno spazio negoziale, uno spazio di conflitto che investe direttamente la questione dei processi di attribuzione di valore dall’alto e dal basso, della rappresentazione sociale, del senso di appartenenza di comunità che sono oggi impermanenti e plurali.

Il punto allora non è per noi solo quello della tutela o meglio è la tutela finalizzata all’uso sociale dei beni, al libero sviluppo dei diritti costituzionali della persona.

Costa Sud, Palermo _ dal progetto “Ponte di Mare” di Ecomuseo Urbano Mare Memoria Viva

Esplorando questa riflessione ci interessano contributi che riflettono a partire dal patrimonio artistico e naturale su questioni legate alla democrazia, all’esercizio di cittadinanza, ai diritti culturali, alla definizione dei beni comuni e della loro gestione tra pubblico e privato.
Storie di lotte, di attivismo, non per salvaguardare ma per poter vivere i beni patrimoniali.

E ancora ci interessa raccogliere testimonianze e progetti di comunità patrimoniali in atto, di gestione diretta o partecipazione dei cittadini alla vita culturale. Pratiche artistiche che si centrano su azioni di attivismo culturale, lavori di artist_ che indagano il legame tra luoghi e persone, e lavorano sul senso di comunità. Esperienze di archivi partecipativi del patrimonio, mappature di beni, coprogettazione e cogestione di beni storico artistici e naturalistici, processi collettivi di “patrimonializzazione”, rigenerazione comunitaria di spazi e pezzi di territorio in disuso nelle città e nelle campagne, nelle isole e nelle montagne.

Nel parco
– Ehi! – si stupisce il ragazzino –
– e chi è questa signora?
– È il monumento alla Misericordia,
o a qualcosa di simile –
gli risponde la mamma.
– Ma perché questa signora
è così malridotta?
– Non lo so, da quando ricordo
è sempre stata così.
Il Comune dovrebbe decidersi a provvedere.
O disfarsene, o restaurarla.
Su, dai, andiamo.

di Wisława Szymborska

Note
[1] Si veda il testo della Commissione Rodotà sui beni pubblici
[2] Si veda, Bindi L., Comunità Patrimoniali
[3] Szymborska W., La gioia di scrivere – Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 599