§archivio è potere
Corpo che si fa archivio. Archivio che si fa corpo.Memorie mobili e storie interconnesse in 'Archive' di Arkadi Zaides
di Alice Ciresola

Questo contributo vuole esplorare l’attivazione di materiale d’archivio, che raccoglie la memoria storica di un luogo e tempo precisi, attraverso l’uso di performance e danza, prendendo in considerazione Archive di Arkadi Zaides [1].
Nel 2007, l’organizzazione B’Tselem (The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories) inizia a distribuire videocamere alla popolazione palestinese, permettendo di documentare la quotidiana violazione dei diritti umani nei territori occupati. Il materiale video è diventato un archivio accessibile sul sito web dell’organizzazione sotto il nome di Camera Project [2], che per anni ha raccontato il conflitto a livello locale e internazionale dalla prospettiva palestinese.
Nel 2014, in occasione del Festival d’Avignon, Arkadi Zaides presenta Archive, una sola performance per la quale ha selezionato materiale video [3] di Camera Project usandolo come una speciale partizione coreografica. Questa è basata sull’imitazione, ripetizione e appropriazione di figure e suoni di violenza, tratti dai filmati proiettati su un grande schermo posto dietro di lui. Zaides imita solo ed esclusivamente i carnefici, lasciando i palestinesi – le cui voci e movimenti restano comprensibili ˗ dietro la telecamera, a determinare la prospettiva dello spettatore.
Arkadi Zaides non è il primo a lavorare con la reinterpretazione di archivi preesistenti; negli ultimi anni – con già qualche timido tentativo negli anni ’90 – un numero sempre maggiore di artisti lavora attraverso il corpo su archivi, collezioni museali, patrimonio materiale e immateriale.
Qual è il potenziale di tale gesto? Cosa comporta questa traduzione trans-mediale, se così si può chiamare, dell’archivio? Cosa succede quando un archivio si fa corpo, e un corpo si fa archivio?

Arkadi Zaides, “Archive”. Courtesy the artist @Ronen Guter 

Il rapporto tra performance e archivio è stato estensivamente sviluppato in un testo pubblicato nel 2013 e intitolato Performing Archives/Archives of Performance. Lo scritto, un’antologia di saggi che coprono punti di contatto e di distanza tra archivio e pratiche performative, esplora anche nuovi bisogni e strategie di documentazione in relazione a processi di memoria personali e collettivi.
Gli autori partono da una premessa importante; sottolineano infatti come, nonostante in passato archivio e performance siano stati considerati opposti, e per certi aspetti incompatibili, in anni recenti la nozione di archivio si sia estesa dall’idea di spazio di conservazione fisica agli archivi di dati accessibili virtualmente tramite dispositivi tecnologici, a strategie di memoria collettiva che reinterpretano vicende storiche, fino alla dimensione politica degli archivi per quanto riguarda le questioni di accessibilità e potere (Borggreen & Gade, 2013).
I Performance Studies, come sostiene Diana Taylor, ci permettono di prendere seriamente in considerazione il repertorio di embodied practices come un importante sistema di conoscenza e     di sua trasmissione. La performance – e con il termine Taylor intende non solo performance art, danza e teatro, ma anche più largamente rituali collettivi – lavora come agente di trasmissione di memoria e contribuisce a mantenere, se non definire, un senso di identità (Taylor, 2003). Quali altre possibilità nascono dunque dal dialogo di archivio e performance? Quali sono le conseguenze?
Se è vero che gli archivi, con i loro documenti e oggetti duraturi, sono efficaci nella trasmissione di memoria e memorie di generazione in generazione, in questo senso lavorando in una dimensione di estensione temporale della conoscenza (Foote, 1990), l’immaterialità e il dinamismo intrinseci alla performance contribuiscono alla traduzione e interpretazione, dilatando l’archivio in senso geografico, rendendolo così comprensibile oltre i confini in cui l’archivio è stato prodotto e conservato. È questa la questione che il mio contributo vuole in particolare modo sviscerare.
Similmente a quanto avviene in contesti museali quando danza e performance interloquiscono con le collezioni, anche in dialogo con un archivio queste discipline hanno verosimilmente l’effetto di creare echi e connessioni sia con i documenti, sia con memorie personali e collettive non direttamene rese visibili né dall’archivio, né dalla performance, ma che sono piuttosto legate allo spettatore. L’archivio, percepito come immobile, a contatto con il corpo in movimento, si piega a diverse interpretazioni, aprendo alla possibilità di poter estrarre non un’unica, ma molteplici narrazioni.
Con il loro corpo, coreografi, danzatori e performer hanno messo in crisi la funzione di puro deposito associata all’archivio, facendo luce sulla possibilità di moltiplicare le narrazioni e i significati dei documenti. Questi, infatti, racchiudono molte più narrazioni di quella unica, dominante, a cui sono sempre stati associati. A una narrazione dominante ne corrisponderanno necessariamente altre che sono state silenziate, censurate o non ancora interpretate.

Arkadi Zaides, “Archive”. Courtesy the artist @Ronen Guter
Arkadi Zaides, “Archive”. Courtesy the artist @Ronen Guter

Nel caso dell’Archive di Arkadi Zaides si aggiunge la questione del contenuto dei materiali d’archivio, ovvero la violenza, nel suo caso perpetrata nei confronti della popolazione palestinese nei territori occupati. Come per altre performance, si pone la questione etica della riattivazione di archivi che documentano atti di violenza che, secondo alcuni studiosi, quando portata in una dimensione estetica (coreografica) non farebbe che duplicare la violenza stessa. In realtà, come sostiene Emma Willis, le risposte performative a questo tipo di archivi emancipano questi ultimi da un’idea di verità univoca, per far scoprire una materia malleabile dalla quale estrarre nuove interpretazioni. E, cosa più importante, la natura effimera delle pratiche performative permette a voci silenziose/silenziate di emergere, rendendone palpabile l’assenza (Willis, 2013).
Mimesi ed embodiment sono per Zaides strumenti conoscitivi, strumenti di interpretazione di un materiale che, sebbene proveniente dalla sua cultura, l’artista sente il bisogno di studiare per comprendere.
Durante la performance, Zaides dispone di un telecomando che ferma e riattiva le immagini: in questo modo ha il tempo di studiare le scene e figure di violenza da varie prospettive e di farle proprie, di trovare dolorosamente spazio nel suo corpo per memorie che non sono propriamente sue, ma che potrebbero esserlo. Tempo per incarnare la parte del carnefice lasciando attorno a lui uno spazio vuoto, fisico e metaforico, per le migliaia di vittime di violenza che non possono reagire alle sue azioni.
Ci sono dei momenti in cui particolari elementi conducono lo spettatore dritto al cuore del conflitto israelo-palestinese: i volti e i vestiti delle persone nei video e le didascalie a fianco che descrivono gli episodi. In altri momenti il video è spento, le didascalie spariscono e il pubblico vede un corpo – che non ha più nazionalità, sesso, orientamento religioso – in uno spazio teatrale completamente neutro. Su queste pareti nude lo spettatore può proiettare mura domestiche entro le quali si aggirano genitori violenti, pareti di prigioni o spazi pubblici invasi da cortei di protesta dove si perpetrano abusi di potere tra chi è armato e chi non lo è.
Lo spettatore scopre che il corpo e la voce della violenza sono sorprendentemente universali, e che le vittime vagano dolosamente inermi e silenziose come fantasmi attorno ad essa. Di fronte ad Archive, spostando momentaneamente lo sguardo dal video, e focalizzandolo sul solo corpo in movimento, lo spettatore potrà riconnettere gesti e figure a molteplici storie di violenza, guerre vicine e lontane, magari addirittura vissute, episodi di violenza urbana o domestica, trovando in un archivio apparentemente estraneo alla sua vita materia viva più vicina e comprensibile di quanto potesse immaginare.

Arkadi Zaides, “Archive”. Courtesy the artist @Ronen Guter 

Lo stesso Zaides in un’intervista rilasciata a Renan Benyamina dichiara che le immagini iniziali proiettate dietro di lui servono come prova, testimonianza. Queste sono infatti il presupposto per il suo lavoro con il quale vuole esplorare la potenzialità del corpo come un medium: immergendosi dentro di loro, incarnandole, cerca di trasformarle o meglio interpretarle in un altro tipo di materiale. Zaides si interroga su come la sua biografia e il suo mestiere possano estrarre da quell’archivio “a kind of living multi-layered testimony”, una testimonianza vivente costituita di molteplici strati [4].
Zaides studia le immagini senza sosta, posizionandosi continuamente in diverse maniere in relazione allo schermo, fermandolo, rallentandolo, spegnendo e accendendo l’audio, verificando in questo modo cosa il suo corpo possa aggiungere a quelle immagini, come il movimento possa diventare mediatore nei confronti del pubblico. Gesti di violenza incarnata che, secondo Goran Petrović-Lotina, danno al pubblico la possibilità di identificarsi con il corpo escluso e assente degli oppressi ma al tempo stesso gli offrono la possibilità di mobilitarsi all’azione (Petrović-Lotina, 2017).
Zaides spiega che, nonostante le immagini siano connesse a una realtà geografia e temporale specifica, la violenza si manifesta in maniera simile in altri contesti di conflitto. Quello che ci presenta, nonostante si basi su immagini che riguardano il conflitto israelo-palestinese, è un vocabolario di figure e voci di violenza universale.
Nell’intervista di Zaides, il fatto che il corpo sia necessariamente portatore di una biografia, di memorie e di una sensibilità del tutto personale ricorre molteplici volte. E non solo in riferimento al corpo del coreografo, ma anche in riferimento a quello degli spettatori.
Se è vero che tramite la performance Zaides mette apparentemente il pubblico in una posizione scomoda e di stanzialità, rendendolo immobile di fronte a scene di violenza senza possibilità di reagire fisicamente a quanto sta succedendo, il coreografo sa che – come direbbe Jacques Rancière – ogni membro dell’audience reagisce a quelle immagini a proprio modo, in base alla propria storia, alla propria posizione. Ognuno di essi elabora diverse prospettive e letture della stessa situazione. È proprio per questa ragione, spiega, che ha preferito non tradurre le voci originali dei filmati, per lasciare più spazio all’interpretazione degli spettatori «who play the role of active interpreters, who develop their own translation in order to appropriate the ‘story’ and make their own ‘story’» (Rancière, 2009). Il filosofo ci ricorda infatti che uno spettatore emancipato, sebbene immobile sulla propria sedia, ha le capacità intellettuali di narrare e tradurre, di appropriare una storia e farla propria.
A mio avviso, nel caso della performance di Zaides, si riproduce quello che nei musei succede quando una performance interagisce con una collezione, ovvero si assiste a un fenomeno di risonanza. Risonanza che, come sostiene Tiina Roppola [5], non significa mera compatibilità, ma piuttosto «a tendency toward wholeness. Resonance is about fragments coming together to form greater wholes» (Roppola, 2012). In Archive, il corpo del coreografo inizia a raccontare attraverso l’embodiment la storia esatta di quell’archivio, ma, appropriandola e riproducendola per il pubblico, finisce per raccontarne altre. O quanto meno funge da filtro che spinge gli spettatori a formulare attivamente una serie di pensieri attorno alla performance stessa, collegandola a violenza vista e magari vissuta in contesti completamente diversi.

Arkadi Zaides, “Archive”. Courtesy the artist @Ronen Guter

Nonostante non si possa realmente parlare di un’operazione trans-mediale, poiché il progetto d’archivio e la performance sono i prodotti di due autori diversi che non avevano intenzione di raccontare la stessa narrazione nella sua totalità usando mezzi comunicativi diversi, mi sembra comunque che il passaggio dal video alla coreografia non si limiti a raccontare la stessa storia con un altro mezzo, ma – riprendendo il concetto di risonanza sopra citato – la completi integrandola con prospettive diverse. Non si può non pensare a Zaides come ad un storylistener che colleziona storie e frammenti dal mondo che lo circonda, ma al tempo stesso come storyteller che organizza questo materiale sotto forma di possibili nuove narrazioni, che quindi usa la coreografia come uno strumento di mediazione. Lo spettatore si accorge pertanto di quanti strati siano costituiti quei documenti d’archivio e trova spazio per una sua personale interpretazione.
Come sostiene Michael Rothberg in Multidirectional Memory. Remembering the Holocaust in the Age of Decolonization, quello che, a un primo sguardo, sembra di propria appartenenza, si rivela un prestito o un adattamento di una storia apparentemente estranea o lontana (Rothberg, 2009). E credo sia valido anche l’opposto, ovvero che quello che a un primo sguardo sembra estraneo e distante, in realtà nutre, si mescola, si fonde a memorie che ci appartengono personalmente.
L’ultimo capitolo di Rothberg è in parte dedicato al conflitto israelo-palestinese e la conclusione del suo testo riporta in effetti che, nonostante si tenti di mettere dei confini e dei muri alle storie, non è possibile farlo, poiché «memories are mobile; histories are implicated in each other. Thus, finally, understanding political conflict entails understanding the interlacing of memories in the force field of public space. The only way forward is through their entanglement» (Rothberg, 2009). Comprendere un conflitto significa percorrere l’intreccio di molteplici memorie, che non sono in competizione tra loro, ma necessariamente imbricate. Archive come molte reinterpretazioni performative di archivi – è a mio avviso specchio di almeno tre storie: quella della società che lo ha prodotto, quella del coreografo che l’ha reinterpretato e mediato, e quella dello spettatore che riconosce in quei documenti frammenti di storie personali e collettive.

Note
[1] Arkadi Zaides è un coreografo indipendente israeliano. Nasce nel 1979 in ּBielorussia, per poi emigrare in Israele nel 1990. Oggi vive in Francia e si esibisce a livello internazionale.
[2] L’archivio è disponibile al seguente indirizzo LINK
[3] I materiali selezionati da Arkadi Zaides sono stati filmati da Iman Sufan, Mu’az Sufan, Bilal Tamimi, Udai ‘Aqel, Awani D’ana, Bassam J’abri, Abu ‘Ayesha, Qassem Saleh, Mustafa Elkam, Raed Abu Ermeileh, Abu Sa’ifan, Oren Yakobovich, Nayel Najar.
[4] L’intervista rilasciata da Zaides a Renan Benyamina può essere consultata sul sito di Kunstefestivaldesarts (Bruxelles, Belgio), dove Archive è stata presentata nel 2015: LINK
[5] Nonostante Tiina Roppola parli di risonanza in contesti espositivi, non mi sembra sbagliato riferirsi all’uso che ne fa in questo contesto, poiché l’esperienza dello spettatore davanti alla serie di video che vengono sottoposti al suo sguardo in Archive non è dissimile a quella di un visitatore davanti ad una collezione museale.

Bibliografia
Borggreen G., Gade R., Introduction: The Archive in Performance Studies in Performing Archives/Archives of Performance, Museum Tusculanum Press, Copenhagen, 2013.
Foote K., To Remember and Forget: Archives, Memory, and Culture in American Archivist, Vol. 52. Estate1990. Accessibile online all’indirizzo LINK Accesso 23/04/2020
Petrović-Lotina G., The Political Dimension of Dance: Mouffe’s Theory of Agonism and Choreography, in Fisher T., Katsouraki E., Performing Antagonism: Theatre, Performance & Radical Democracy, Palgrave Macmillan, Londra, 2017.
Rancière J., The Emancipated Spectator, Verso, Londra&New York, Verso, 2009.
Roppola T., Designing for the Museum Visitor Experience, Routledge, Londra&New York, 2012.
Rothberg M., Multidirectional Memory: Remembering the Holocaust in the Age of Decolonization, Stanford University Press, Stanford (California), 2009.
Taylor D., The Archive and the Repertoire: Performing Cultural Memory in the Americas, Duke UP, Durham, 2003.
Willis E., All This is Left: Performing and Reperforming Archives of Khmer Rouge Violence, in Performing Archives/Archives of Performance, Museum Tusculanum Press, Copenhagen, 2013.

Sitografia
The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories. LINK
Kusten Festival Desarts. BRU. SS. X. EL. LE. S. LINK
Arkadi Zaides LINK

Alice Ciresola (1990) è storica dell’arte e curatrice indipendente di performance e progetti partecipativi. Nel 2014 si specializza all’Università IUAV di Venezia in Visual and Performing Arts e nel 2018 ottiene un master in Pratiche dell’esposizione dall’Accademia di Belle Arti di Bruxelles, dove oggi vive e lavora. La sua attuale ricerca si focalizza su strategie di reinterpretazione di patrimonio materiale e immateriale attraverso interventi artistici site-specific.