ENGAGEMENT AND CONFLICT
…un minuto di silenzio per Darko Maver. Il silenzio degli intellettuali europei nella guerra nell’ex Jugoslavia
di Viviana Gravano

.

Durante il periodo della guerra nella regione dell’ex Jugoslavia ho insegnato per due anni all’Accademia di Belle Arti di Bari, proprio di fronte a quel luogo dove accadevano cose terribili. Io arrivavo all’alba a Bari dopo una notte sempre insonne in treno, perché lo spazio aereo era chiuso, e in stazione si vedevano sempre militari italiani che arrivavavo da ogni regione per andare su quel l’altra sponda. Susan Sontag, purtroppo poco prima di morire, ha trascorso molto tempo a Bari, e guardando da lì metaforicamente le terre dirimpettaie divise tra Montenegro, Kossovo e Albania, ma anche andando più e più volte fisicamente a Sarajevo, ha scritto un articolo forse tra i più illuminanti sulla percezione di quella guerra in Italia. “Sì, è questa l’Europa. L’Europa che non ha reagito alle bombe serbe su Dubrovnik. Né ai tre anni di assedio di Sarajevo. L’Europa che ha lasciato morire la Bosnia. Una nuova definizione dell’Europa: il luogo in cui le tragedie non avvengono. Le guerre, i genocidi… cose che accadevano qui un tempo, ma oggi non esistono più. Possono capitare in Africa o in qualche parte dell’Europa che non è “realmente” Europa – cioè nei Balcani.1 Questa considerazione faceva parte dell’aria che si respirava tra molti intellettuali italiani in quegli anni. Non che non ci fossero atti di solidarietà o di impegno, che la stessa Sontag nell’articolo cita, ma la sensazione tristemente diffusa era proprio che quella guerra non ci “riguardasse” più di tanto, ma riguardasse piuttosto un’altra Europa, quella dell’Est, anche se la Jugoslavia non allineata non era mai stata davvero tale. Un forte senso di straniamento mi prende oggi pensando alle bombe che distruggevano completamente un patrimonio interreligioso e multiculturale a pochi chilometri dalle nostre spiagge. Scriveva ancora Susan Sontag: “Ora mi trovo ai margini dell’Europa della Nato, a poche centinaia di chilometri dai campi profughi di Durazzo, di Kukes e di Blace, dalla più grande somma di sofferenze che l’Europa abbia conosciuto dalla Seconda guerra mondiale. È vero che qui non si sentono decollare gli aerei della Nato dalla loro base pugliese; ma si può andare a piedi al molo dei traghetti di Bari, dove si assiste al quotidiano affluire di fiumane di albanesi e kosovari: famiglie che arrivano con le navi provenienti da Durazzo. Di notte, a un centinaio di chilometri da Bari si può vedere la Guardia costiera dare la caccia ai gommoni stipati di profughi illegali che salpano di notte da Valona, affrontando la perigliosa traversata dell’Adriatico. Ma se uscissi di casa soltanto per vedere gli amici, mangiare una pizza, andare al cinema o a sedermi al tavolo di un caffè, qui a Bari non sarei più vicina alla guerra di quanto lo siano i telegiornali e i quotidiani che trovo ogni mattina davanti alla mia porta. Come se fossi già tornata a New York”2. Un commento terribile e i pietoso, ma quanto mai vero.
Nel 1995 a tutti noi arrivarono le prime notizie di un artista, Darko Maver,  nato a Krupanj nel 1962 che realizzava opere atroci, con immagini estremamente cruente, che raccontavano metaforicamente delle atrocità della guerra in Jugoslavia. L’opinione pubblica italiana, i quotidiani, i centri sociali come il Forte Prenestino a Roma, o il gota dell’arte come la 48a Biennale d’Arte di Venezia, iniziarono a parlare di lui. Darko viene messo in prigione, e si dice torturato e muore misteriosamente nel Carcere di Podgorica il 30 aprile 1999, forse suicida. Tutta la sua storia é una storia di violenza, di protesta feroce, e insieme di oppressione. La sua immagine diffusa dopo la sua morte, lui a terra in mezzo al suo sangue, scuote gli artisti e gli intellettuali di tutta Europa. Il 6 febbraio del 2000 il sito di acker artist  0100101110101101.ORG e il collettivo Luther Blisset, a sorpresa, dopo mostre post mortem e celebrazioni dell’artista, pubblicano questo annuncio shock: “Dichiaro di aver inventato la vita e le opere dell’artista serbo Darko Maver, nato a Krupanj nel 1962 e morto nel Carcere di Podgorica il 30 aprile 1999. Darko Maver era nato e vissuto nell’area balcana, la stessa oggi spolpata viva dagli interessi economici e geopolitici dei potenti, dalle milizie delle diverse etnie e dalla macchina-avvoltoio dei media. Darko Maver era un artista politicamente scomodo, le sue performance difficili da digerire; ciononostante era ormai pronto per essere assimilato dal sistema dell’arte. Debitamente omogeneizzata, privata della sua forza espressiva la sua opera era già pronta al viatico canonico che attraverso le gallerie, le mostre, il mercato porta alla pace eterna del museo, apice di un processo anestetico, sterilizzante, disarmante.

Il museo: vero e proprio tempio dove si cerimonia l’arte, è un luogo che falsifica, avvilendola, l’arte che contiene, così come il carcere falsifica rendendola irriconoscibile la vita che nega.

E il teorema, una volta ancora, si dimostra esatto: un artista (un’identità), una poetica, le opere e il sistema è pronto a fagocitare tutto, a tradurre in merce quanto era vita.

… tutto questo per Darko Maver non accadrà.

Perché Darko Maver non esiste! Perché le sue opere non esistono!3“.

Tutti noi ci siamo svegliati una mattina e l’oggetto della nostra solidarietà consolatoria, la nostra unica possibilità di scaricare il senso di colpa davanti a una guerra che ci aveva interessato solo perché faceva arrivare tanti profughi sulle nostre spiagge, era svanito, era solo una finzione ignobile. L’invenzione di Darko Maver fu una doccia fredda pesante e inaspettata in Italia. Ricordo benissimo che addirittura ci si divise in due posizioni: chi accettava e capiva l’azione di Luther Blisset, e chi invece diceva che la vera azione era una mossa del potere serbo che diceva  questo, cioè che Darko Maver non era mai esistito, per poter cancellare totalmente le tracce dell’unico ‘eroe’ che aveva scosso le coscienze degli intellettuali europei. L’intellighenzia “occidentale” non era sotto shock solo per il raggiro subito, ma perché le veniva tolta la possibilità di piangere un concreto, vero, artista che potesse simbolicamente rappresentare le migliaia di intellettuali e artisti, e non solo, morti nella guerra e nella pulizia etnica, senza doverli così piangere veramente tutti. Quell’uomo simbolo che sintetizzava tutti i nostri compianti mancati era una bugia, una messa in scena. La ‘nostra’ tolleranza davanti a un’arte così cruda e cruenta – Maver mostrava feti, gente massacrata, corpi dilaniati – che avevamo sfoggiato giustificando la terribile condizione in cui doveva lavorare, ora ci faceva apparire tutto come una farsa: si passava dalla tragedia alla burla e i veri saltimbanchi  eravamo noi.

Nella Biennale del 1999 a Venezia, curata da Harald Szeeman, il collettivo di artisti Oreste, del quale ero allora parte attiva, aveva una sua sala dove organizzava incontri con artisti da tutto il mondo, e il 23 settembre ospitò un dibattito sul caso di Darko Maver. Nella stessa Biennale viene presentato il documentario di Maver L’arte in tempo di guerra . Il gruppo di performer  italiano  SCIATTOproduzier realizza una performance e installazioni in omaggio a Darko Maver alla Biennale dei Giovani del Mediterraneo nel 1998. Il noto centro sociale di controcultura Forte Prenestino a Roma nel 1999 dedica una retrospettiva all’artista morto e nel testo che accompagna la mostra si legge: “Sono accorsi in molti, sabato 25, alla retrospettiva su Darko Maver allestita nei sotterranei del Centro Sociale Forte Prenestino di Roma. Segno evidente che la controversa fama dell’artista jugoslavo, deceduto in circostanze poco chiare pochi mesi fa nel carcere militare di Podgorica, è ormai arrivata ben oltre i confini dell’underground in cui fino a qualche tempo fa era rimasta nascosta. Già quando Maver era stato arrestato in Kossovo nei primi di gennaio con l’accusa di “propaganda antipatriottica”, infatti, la campagna di solidarietà in suo favore aveva raccolto un cospicuo numero di adesioni fuori e dentro il mondo dell’arte, con articoli su diverse riviste, mobilitazioni telematiche intorno ai siti a lui dedicati”4. Alla fine del testo si citava la serie più discussa del lavoro artistico di Maver: “Esposte anche, oltre ad alcuni scritti, le discusse foto che documentano “Tanz der Spinne”, progetto di macabra installazione itinerante avviato da Darko Maver nel 1990 sull’intero territorio della ex-Jugoslavia, consistente nell’abbandonare in luoghi pubblici manichini orribilmente sfigurati, simulazioni di omicidi violenti, sanguinose esposizioni splatter con cui Maver intendeva mettere in scena la “scomparsa del corpo dell’artista” attraverso una beffarda rappresentazione. E a questo proposito risuonano oggi più inquietanti e profetiche che mai le affermazioni di Maver rilasciate lo scorso anno durante l’unica esposizione del suo materiale, alla galleria Kapelica di Ljubljana: “L’omicidio è il punto in cui la storia e il crimine si incontrano. La morte dell’arte richiede l’omicidio dell’artista. Solo così può emergere5.”

Nel dicembre 1993 esce un appello degli intellettuali Indipendenti, Studio ‘99 e Indipendente Radio Sarajevo, che saranno poi sostenuti dalla Fondazione Alberto Moravia, che inizia con un vero e proprio grido al resto del mondo, e d’Europa in particolare: “Amici, alzatevi e prendete la parola, svegliate le coscienze addormentate e il senso di responsabilità di tutti coloro che vivono da voi e da noi, e dalla cui volontà dipende la nostra sorte, la nostra esistenza o non-esistenza. Aiutateci adesso o mai più ad evitare la divisione etnica di una Città che è stata per secoli luogo di armoniosa diversità!6“. L’appello titola APPELLO ALLA COSCIENZA DEL MONDO. Ben pochi allora si alzarono per Sarajevo, per evitare l’assedio terribile, la distruzione della magnifica città, la strage di civili, la rovina della secolare Biblioteca la Viječnica. Certo molti meno di quelli che si sentirono paladini in difesa di Darko Maver, eroe mediatico, si levarono in piedi all’appello degli intellettuali di Sarajevo.

.

.

Selezioni di siti che parlano della vicenda di Darko Maler al tempo dei fatti e subito dopo:

http://www.lutherblissett.net/archive/487_it.html
http://www.nettime.org/Lists-Archives/nettime-l-0003/msg00076.html
http://archive.org/details/iuma-darko_maver
http://org.noemalab.eu/sections/ideas/ideas_articles/maver.html
http://it.scribd.com/doc/6512171/40/Darko-Maver (link libro su Luther Blisset)
http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/golpdf/uni_2000_02.pdf/14LIB03A.pdf&query=Pietro%20Spataro (articolo l’Unitá del 2000)
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/02/09/tutti-pazzi-per-maver-peccato-non-esiste.html (articolo Repubblica 2000)

https://soundcloud.com/darko-maver (pseudonimo attuale, musica)
http://www.lutherblissett.net/archive/462_it.html (falsa mostra Luther Blisset 1999)
http://sdefinizioni.altervista.org/page45.html (articolo sulla rivista sdefinizioni prima che venisse svelata la falsa esistenza di Darko Maver)
http://www.ecn.org/sk/archivio/1999/10ottobre/misto/roma259.htm (recensione mostra Forte Prenestino, prima che fosse rivelata la sua falsa esistenza)
http://www.ecn.org/sciattoproduzie/awakening.htm (sito della performance e installazione del gruppo italiano Sciattoproduzie in omaggio a Darko Maver alla Biennale dei Giovani del Mediterraneo nel 1998)
 

 

1 Susan Sontag, Ricordando Sarajevo é una guerra giusta, La Repubblica Dossier, 19 aprile 1999.
2 ibidem.
3 http://www.lutherblissett.net/archive/487_it.html
4 http://www.ecn.org/sk/archivio/1999/10ottobre/misto/roma259.htm
5 ibidem.
6 http://www.euromedi.org/attivita/link.asp?link=idpagina=228&idevento=236