§TO DISPLAY
Anus talk. L’ano come dispositivo di esposizione
di Andrea Piumino

Prima chiacchiera: il linguaggio

Pillow talk indica, nella sua accezione più comune, quella conversazione intima e informale che si svolge nello spazio raccolto del letto, quando la prossimità dei corpi sembra autorizzare una particolare libertà della parola. Una conversazione “da cuscino”, dunque: uno spazio discorsivo sottratto, almeno idealmente, alle convenzioni della conversazione pubblica, nel quale è possibile parlare senza pudore, senza vergogna, senza la necessità di sorvegliare costantemente ciò che si dice. Ma che cosa vi è di più intimamente sottratto alla parola, e insieme di più esposto al silenzio, dell’ano? Per questo motivo Anus talk: parlare di ano, ma anche “chiacchiere da ano”. Per dirla in termini poco consoni al linguaggio accademico, parlarne col culo. 

È evidente che parlare di analità significa confrontarsi con una parte del corpo che, pur essendo quotidianamente coinvolta in pratiche fisiologiche dell’esistenza, è stata a lungo relegata ai margini del discorso pubblico, del sapere e persino della rappresentazione fino a diventare una sorta di tabù. L’ano occupa una posizione singolare in quanto sfugge alle tassonomie attraverso cui il corpo viene abitualmente organizzato e sessuato, trovandosi a uno strano crocevia in quanto si ritrova ad essere un luogo sessualizzato ma non sessuato. In questo senso, l’ano può essere pensato come un luogo che «ignora la differenza sessuale» (Hocquenghem 2022, p. 93), mettendo in crisi l’idea che ogni parte del corpo non sessualmente neutra debba necessariamente essere ricondotta a una differenza tra maschile e femminile. Proprio per la sua relativa indifferenza rispetto a tale opposizione, l’ano «sfida la logica dell’identificazione maschile e femminile» (Preciado 2018, p. 73), aprendo uno spazio teorico nel quale le categorie di sesso e genere possono essere rimesse in discussione.

Allora questa premessa si rende necessaria per giustificare la scelta linguistica adottata nel presente contributo. Poiché l’ano, nelle prospettive qui discusse, non si lascia facilmente inscrivere nella distinzione binaria tra maschile e femminile, sembrerebbe a prima vista irrilevante interrogarsi sul genere grammaticale utilizzato per riferirsi ai soggetti di questo discorso. Tuttavia, proprio perché il linguaggio non è neutro e perché le forme grammaticali contribuiscono alla visibilità/invisibilità di soggettività e corpi, la questione non può essere semplicemente elusa. Laddove sarà necessario, dunque, questo contributo adotterà il femminile sovraesteso. La scelta è deliberatamente politica e non pretende di risolvere, sul piano grammaticale, la complessità delle identità cui il testo si riferisce. Vuole piuttosto configurarsi come un gesto simbolico di riequilibrio: una temporanea inversione della consuetudine linguistica che ha a lungo assunto il maschile come forma universale. Se il maschile sovraesteso ha storicamente potuto presentarsi come misura implicita dell’universale, l’adozione del femminile sovraesteso può essere letta, almeno in questo contesto, come una forma di risarcimento simbolico per la lunga storia di invisibilizzazione delle soggettività femminili [1].

Seconda chiacchiera: (es)posizione

L’ano è una zona liminale, la cui temperatura corporea è troppo alta per essere considerata esterna ma le cui pareti sono troppo asciutte per essere considerata interna. L’ano si può definire così: una ferita sempre aperta ma non sanguinante che non si rimarginerà mai, ed è questo che permette uno strano dialogo tra l’interno e l’esterno. Insomma, un portale per un’altra dimensione che permette ad un corpo estraneo di entrare nelle viscere e di creare un contatto, anzi, Preciado lo definisce un «bioporto» (Preciado 2018, p. 74). Ma l’ano è già in un’altra dimensione, è un non-luogo, sottratto dallo spazio e dal tempo eterosessuale. È in questi luoghi, secondo Muñoz, che si può parlare di utopia (dal greco ou, negazione, e tòpos, luogo): l’utopia per Muñoz, infatti, è un’apertura verso possibilità alternative, un modo di immaginare e sentire in grado di superare le strutture oppressive del presente, come l’eterosessualità e il capitalismo. È per questo motivo che l’ano può configurarsi come fondamenta per la costruzione di un comunismo queer in grado di liberarci tutte dalle pressioni sociali di un pensiero straight (cfr. Zappino 2019).

Dunque abbiamo definito l’ano come un portale per un’altra dimensione. Nell’analisi delle foto dei palcoscenici di Kevin McCarty, Muñoz riporta una sua dichiarazione: «My utopia existed at the doorway on the threshold—neither space at one time and in both simultaneously» (McCarty 2005, p. 428). L’ano, visto come porta (ma anche come palcoscenico) svolge una funzione analoga, nega l’interno e l’esterno affermando di essere entrambi, dunque un luogo in cui si perde la distinzione di dove finisce e dove inizia: «In part, he [McCarty] is narrating a stage of in-between-ness, a spatiality that is aligned with a temporality that is on the threshold between identifications, lifeworlds, and potentialities. The work and the artist’s statement resonate beyond my own biography» (Muñoz 2009, p. 105). Se appuriamo come vero che l’ano è di difficile inquadramento tassonomico, allora l’atto di mostrarlo, di sovraesporlo e di rendere evidente questa zona di soglia assume un valore utopico oltre che politico. 

L’atto di mostrare l’ano, di inserirlo nello spazio pubblico e socializzarlo, dunque il tema del display, è strettamente collegato con la pratica fotografica proprio attraverso l’esposizione: entrambe le pratiche implicano un gesto di sottrazione di qualcosa alla condizione di invisibilità e la sua trasformazione in oggetto di visione. 

Venere “callipigia”, marmo, copia realizzata nel XVII sec., Louvre. Il drappo fu aggiunto successivamente da Jean Thierry (1669-1739) per motivi di “decenza”

In questo senso, l’anasyrma, ossia il gesto performativo (e talvolta rituale) di far vedere i propri genitali o il proprio sedere, non coincide semplicemente con una forma di nudità, ma produce una perturbazione delle convenzioni che stabiliscono quali parti del corpo possano essere mostrate e in quali condizioni. La fotografia radicalizza questo gesto perché fissa l’esposizione, la separa dalla sua temporalità originaria e la rende potenzialmente ripetibile e circolabile. Il dispositivo fotografico, dunque, non si limita soltanto a registrare l’atto di mostrare: trasforma il corpo esposto in un’immagine esponibile, moltiplicando e redistribuendo lo sguardo. Nel caso dell’ano, questa dinamica assume una particolare forza politica, poiché ciò che viene tradizionalmente associato all’occultamento, all’intimità e all’abiezione viene convertito in superficie visibile. L’anasyrma e la fotografia condividono così una funzione di dislocazione dello sguardo: il gesto espone il corpo, mentre la fotografia espone le stesse regole culturali che determinano ciò che può essere visto e ciò che può essere mostrato.

Ermafrodito dormiente, marmo, copia della metà del II sec. d.C. da un originale dell'Asia Minore del II sec. a.C., Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme.

Terza chiacchiera: an(im)alità

In uno dei ritratti di Ren Hang viene rappresentato un uomo nudo, a pancia in giù sdraiato sul divano, con a fianco un gatto nero. Questo uomo e il gatto sul divano condividono però una coda. Infatti nell’ano del ragazzo è inserito uno spolverino grigio.

Questa foto, sebbene molto diversa, sembra ricordare uno dei più noti autoritratti di Mapplethorpe (Self-Portrait, 1978) dove, nonostante il titolo dell’opera, al centro della fotografia non vi è il volto del fotografo ma il suo ano, che attira ancora di più l’attenzione in quanto completamente dilatato con inserita dentro una frusta. Quella frusta aveva una doppia funzione simbolica: da una parte evocava il piacere sadomasochista, ma dall’altra pone delle questioni interessanti riguardo al tema dell’animalità.

Se l’oggetto inserito nell’ano non è più una frusta, viene meno l’interpretazione sadomasochista, e invece pone questa immagine come nuovo paradigma per guardare all’analità da una prospettiva animale. Lo spolverino evoca una coda, certo posticcia, ma simbolica. 

La coda è il “castrato”, quello che l’essere umano ha pagato per diventare essere civile, ed è per questo che ricorda all’occhio eterosessuale la sua natura e la sua origine animale da cui ha sempre voluto distanziarsi. Sebbene posticcia, tuttavia, la coda crea un legame.  
È uno spolverino, i più comuni sono in piume di struzzo, dunque un oggetto realizzato con materiale di un animale non-umano, e questo crea un dialogo tra umano e oggetto non umano nel quale si stratificano degli elementi che mischiano una dimensione animale a una dimensione culturale umana.

Anche Martha Nussbaum ritiene l’animalità (e la sua associazione con l’omosessualità) essere alla base del disgusto dell’omosessualità, proprio perché quell’appendice che è l’ano ricorda all’uomo la sua natura animale. Facendo riferimento agli articoli di Paul Cameron, allora presidente del Family Research Institute e noto per una propaganda omofobica volta a de-umanizzare l’omosessuale, Nussbaum afferma: «In one way, what Cameron appears to find disgusting, and wants the reader to find disgusting, is the everyday human body itself: its fluids, its excreta, its smells, its bloodiness-its animal nature, we might say. His rhetoric gets a toehold because most human beings are not fully comfortable about having an animal body. Fastening on aspects of the body that many if not most people view with discomfort, he hypes them up into something truly revolting and threatening. On the other hand, however, Cameron assuages this discomfort by saying: that disgusting stuff is over there, in the body of the gay man. It is not in you and your intimate relationships. Straights don’t ejaculate, their blood never contaminates the bodies of others with dangerous substances, their kisses are germ free. The intended reader is revolted, but at the same time comforted: I am nothing like this, nor does my sex life have any connection with this» (Nussbaum 2010, p. 5).

Quella roba disgustosa è là fuori, nel corpo dell’uomo gay. Il corpo gay (o meglio, il corpo non normato, non eterosessuale) è segnato dall’animalità in quanto – come il corpo dell’animale – viene costruito socialmente come totalmente altro. L’ano invece non deve essere esposto. È nel disgusto che l’eterosessualità ha trovato un’arma potente per emarginare le omosessuali in quanto incarnazioni dell’angoscia relativa alla propria animalità: «So powerful is the desire to cordon ourselves off from our animality that we often don’t stop at feces, cockroaches, and slimy animals. We need a group of humans to bound ourselves against, who will come to exemplify the boundary line between the truly human and the basely animal. If those quasi-animals stand between us and our own animality, then we are one step further away from being animal and mortal ourselves. Thus throughout history, certain disgust properties — sliminess, bad smell, stickiness, decay, foulness — have repeatedly and monotonously been associated with, indeed projected onto, groups by reference to whom privileged groups seek to define their superior human status. Jews, women, homosexuals, untouchables, lower-class people — all these are imagined as tainted by the dirt of the body» (Nussbaum 2004, pp. 107-108).

Dunque, il corpo gay qui rappresentato è un corpo contronatura, non solo per la devianza dimostrata dal piacere sessuale ma soprattutto perché un corpo mostruoso, relegato all’ambito dell’orrore e dell’abietto in quanto non eco-eteronormativo: «riconferire valore positivo alle soggettività mostruose, ibride e mutanti rappresenta oggi un passo decisivo per decostruire quell’immaginario, oscillante tra la paura e la repulsione, a cui sono state storicamente relegate» (Alì e Grasso 2025, p. 100).

Si moltiplicano i significati e le metafore attorno all’ano soprattutto se si considera il fatto che questo spolverino – strumento che per natura deve essere impugnato nel senso etimologico, deve essere tenuto dentro il pugno – non sia impugnato da una mano ma impugnato dalla stretta del budello che è l’ano, e questo ribalta completamente la gerarchia del corpo. Non è più il cervello – elemento della razionalità e della civiltà, strumento di paragone dell’essere umano per differenziarsi dall’animale – che dà il comando alla mano di stringere il manico della frusta per esercitare un’azione, ma è la stretta del budello dell’ano che ha valore ontologico sul comando del cervello. L’ano prende il possesso del corpo e inizia a organizzare tutte le parti di esso a partire dalla propria volontà.

In questo senso anche il corpo al centro del ritratto è un corpo queer che supera il confine di ciò che è l’essere umano per sfociare nell’animalità. Nella fotografia tutto, dalla posizione dell’uomo nudo, alla presenza del gatto, fino agli stessi materiali animali di cui è composto lo spolverino, suggerisce una fusione anti-binaria tra umano e non-umano destabilizzando le caratterizzazioni tradizionali.      

Questa foto allora è esemplare per farci capire come l’ano possa funzionare come dispositivo di esposizione, perché mostrandocelo in una funzione sociale, evidenzia e mette in rilievo caratteristiche del corpo gay che ce lo inseriscono e ce lo rendono intellegibile in una prospettiva utopica.      

Quarta chiacchiera: hello?

È importante, tuttavia, sottolineare come il fulcro sull’analità non voglia limitare il piacere sessuale a un puro piacere penetrativo. Anche Leo Bersani, seppure in polemica con Foucault e con il positivismo sessuale, non considera l’ano come organo generativo di potenzialità utopiche, anzi, non scinde nemmeno l’ano dal sesso penetrativo affermando che al contrario l’esposizione dell’ano all’altro non porta alla liberazione e all’autoaffermazione, ma porta a una «more radical disintegration and humiliation of the self» (Bersani 2010, p. 24), fino alla «self-abolition» (Ivi, p. 25). Secondo Bersani, dal momento che accogliere l’alterità significa accogliere la perdita di controllo, e dal momento che la società si regge sul soggetto autonomo, razionale e produttivo, l’ano, aprendo all’esperienza opposta di perdita, di passività e di smembramento, viene visto soltanto in quanto ‘luogo antisociale’, dunque con una visione in linea con il ‘pensiero eterosessuale’. Tuttavia parlare di utopia anale soltanto attraverso la penetrazione, è riduttivo e limita la portata politica.

Abbiamo detto che l’ano è un portale, una porta, un bioporto. Proprio questa condizione di soglia e di esposizione costituisce ciò che la cultura eterosessuale maschile tende a rimuovere o a castrare: attraverso l’ano, infatti, il corpo maschile risulta vulnerabile a ciò che viene codificato socialmente come femminile. L’accesso anale minaccia così di dissolvere l’immagine del maschile come identità autonoma, chiusa e sovrana, rivelandone invece la condizione di uguaglianza ontologica con qualsiasi altro corpo.     
«L’ano funziona come punto zero a partire dal quale si può iniziare un’operazione di deterritorializzazione del corpo eterosessuale o, detto in altro modo, di degenitalizzazione della sessualità ridotta a penetrazione pene-vagina» (Preciado 2018, p. 75). Non si tratta di fare dell’ano un nuovo centro, bensì di mettere in moto «un processo di degerarchizzazione e decentralizzazione che farebbe di qualsiasi altro organo, orifizio o poro, un possibile bioporto anale» (Ibidem), infatti Preciado conclude il suo discorso con una sentenza dal tono profetico: «Contro la macchina eterosessuale si innalza la macchina anale. La connessione non gerarchica degli organi, la ridistribuzione pubblica del piacere e la collettivizzazione dell’ano annunciano un “comunismo sessuale” che verrà» (Ibidem). 

In questo processo di disintegrazione e ricostruzione, il corpo maschile dell’omosessuale si pone in opposizione al corpo maschile eterosessuale. Il corpo maschile, così come era stato definito dallo sguardo eterosessuale, si frantuma e perde consistenza e al suo posto prende forma una nuova mappa del desiderio, sganciata da ogni modello normativo, dove il corpo non è più intellegibile secondo categorie eterosessuali e assume una qualità radicalmente altra, fluida, irriconoscibile, e profondamente sovversiva. In questa metamorfosi continua, l’ano non solo destruttura il corpo maschile ma ne reinventa una geografia del desiderio, totalmente sganciata dallo sguardo eterosessuale. Il corpo maschile, così come è stato costruito dal pensiero eterosessuale, viene cancellato e al suo posto emerge un corpo-altro, libero dallo sguardo dominante, molteplice e linguisticamente sovversivo.

L’ano, in questa prospettiva, deve essere visto non solo come strumento di piacere sessuale penetrativo ma soprattutto come luogo dell’utopia, un luogo simbolico e discorsivo in grado di sovvertire l’eterosessualità, rivelandone la sua costruzione discorsiva dietro la pretesa di universalità del piacere. Solo all’interno del non-luogo dell’utopia, dunque, si può trovare una possibilità di autodeterminazione nella quale può esistere non solo il piacere penetrativo ma anche tutta la polimorficità del piacere sessuale: «L’analità può finalmente liberarci dall’idea eterosessista che tra orgasmo (spermatico) e riproduzione non vi sia alcun necessario rapporto, per cui dobbiamo sostenere e difendere tutti gli orgasmi nella loro moltitudine di varianti e non ortodosse relazioni corporee. […] Da questo punto di vista il corpo diventa un oggetto di investimento e indagine libidica, oggetto di godimento e di riflessione, soggetto di scena e compositivo» (Ranzolin, 2023).

A questo punto, allora, si può aprire una nuova interpretazione, un nuovo modo di intendere il sintagma Anus talk. Non è solo una chiacchiera intima, non è solo parlare dell’ano, non è solo parlare col culo (inteso come medium) ma anche parlare col culo (inteso come destinatario). 

Esemplare (e anche troppo didascalica) per questo discorso è un’altra fotografia di Ren Hang  che rappresenta un filo del telefono che entra in un ano e lo collega con l’esterno e prosegue al di fuori della foto. Quello che rappresenta non è il piacere sessuale: non vediamo un volto eccitato o un pene eretto, tutto quello che si mostra è, invece, solamente un ano con un filo del telefono. In questo caso il filo non sembra evocare una coda animalesca come la prima foto col gatto. Il cavo spiralato mette in comunicazione l’interno con l’esterno, due dimensioni che si incontrano e si fondono nella zona dell’ano, fuori dal corpo normato ed eterosessualizzato. 

Di fronte a questa foto ciascuna di noi dovrebbe praticare una certa ‘suspension of disbelief’: è evidente che per fare la foto il modello si sia inserito il filo nell’ano, ma questo non ci deve portare a pensare a una comunicazione unidirezionale, dall’esterno verso l’interno, proprio perché la distinzione tra il dentro e il fuori nell’analità non esiste più. Questa foto evidenzia l’importanza dell’uso dell’ano con una funzione sociale, e ci invita a lasciare l’ano in comunicazione, una porta sempre aperta a possibilità eversive. È in questo senso che l’ano diventa il luogo della possibilità, il luogo di ciò che è ma che non è mai stato, il luogo dell’utopia. È attraverso questo posizionamento discorsivo che si rivela quanto il corpo gay, con tutto il disgusto e l’orrore che genera nell’eterosessuale, rivela la sua costruzione discorsiva profondamente politica. 

Note 

[1] Dovremmo stare attente a non proporre e mantenere il femminile sovraesteso come nuovo universale, memori e debitrici della lezione teorica e degli esperimenti letterari e narrativi di Monique Wittig. Piuttosto, il mio intento è sottolineare che se l’universale è sempre stato costruito attraverso una particolare posizione presentata come neutra, scelgo deliberatamente una posizione marcata per rendere visibile quella costruzione.

Bibliografia

Alì D., Grasso V., Natura contronatura. Estetica ecoqueer, Meltemi, Milano, 2025.
Bersani L., Is the Rectum a Grave?, in Ead, Is the Rectum a Grave and Other Essays, University of Chicago Press, Chicago, 2010.
Hocquenghem G.Il desiderio omosessuale [1972], trad. it. di C. Lo Iacono, Mimesis, Milano-Udine, 2022.
McCarty K., Autobiographical Artist Statement, in «GLQ: A Journal of Gay and Lesbian Studies», vol 11, n. 3, 2005.
Muñoz J. E., Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity, New York University Press, New York, 2009.
Nussbaum M. C., From Disgust to Humanity: Sexual Orientation & Constitutional Law, Oxford University Press, New York, 2010.
Ead., Hiding from Humanity:Disgust, Shame, and the Law, Princenton University Press, Princeton, 2004.
Preciado P. B., Terrore anale: Appunti sui primi giorni della rivoluzione sessuale, trad. it. di L. Borghi, Fandango, Roma, 2018.
Ranzolin F., Estetica anale: Per una democratizzazione comunitaria di alleanze da contatto, «Kabul Magazine», 2023, accessibile su LINK (consultato il 20 luglio 2026).
Zappino F., Comunismo Queer: Note per una sovversione dell’eterosessualità, Meltemi, Milano, 2019.

Andrea Piumino (2000) ha studiato Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano, dove si è laureato con una tesi magistrale sulle pratiche di fallimento queer come forme di resistenza a un canone letterario eterosessuale. Al momento frequenta il Master in Studi e Politiche di Genere presso l’Università degli Studi Roma Tre ed è iscritto al dottorato in Visual and Media Studies in IULM. I suoi interessi di ricerca, oltre all’analità, includono teoria queer, hauntology e ecocritica.