§TO DISPLAY
Il crip display come pratica di autorappresentazione della neurodivergenza. In My Language di Mel Baggs
di Chiara Rauli

La rappresentazione del corpo disabile è spesso mediata da ideologie normative che condizionano il riconoscimento del soggetto come pienamente legittimato nella società. Tali complessità sono state accolte dalle pratiche artistiche e tradotte in nuovi linguaggi estetici, che hanno messo in crisi i paradigmi dell’egemonia abilista occidentale [1]. All’interno di questa prospettiva teorica, Robert McRuer sostiene che la società capitalista contemporanea si fondi sulla compulsory able-bodiedness, ossia su un ideale normativo di corpo abile, efficiente, produttivo e autosufficiente, analogo a quanto Adrienne Rich aveva definito compulsory heterosexuality (McRuer 2023, p. 61; Rich 1980). A partire da questo concetto, McRuer sviluppa una critica alla normatività, evidenziando i riconoscimenti culturali e identitari del corpo abile. Questa linea teorica trova ulteriore articolazione nell’ambito della Crip Technoscience sviluppata dalle docenti Aimi Hamraie e Kelly Fritsch. Tale approccio propone una rilettura del rapporto tra disabilità e tecnologia, opponendosi alla concezione medicalizzata che considera le persone disabili come utenti passivi di dispositivi di assistenza, riconoscendole invece come soggettività attive e produttrici di innovazioni e di forme creative di rappresentazione (Hamraie e Fritsch 2019). La tecnologia cessa così di essere concepita esclusivamente come strumento assistenziale finalizzato alla cura del corpo e diventa uno spazio di negoziazione politica e produzione estetica, a cui rispondono le pratiche artistiche contemporanee che prevedono l’assemblaggio corpi, ausili medici e dispositivi digitali per elaborare fenomenologie alternative della corporeità. 

Gli studiosi Johnson e McRuer (2014) definiscono con il termine «cripistemologie» le forme di produzione della conoscenza che emergono dall’esclusione corporea non-normativa dagli ordinari sistemi di credenze sociali (Johnson e McRuer 2014). In questo senso, la persona con disabilità non è più considerata un oggetto di cura e assistenza, ma riveste una posizione epistemologica che mette in discussione le considerazioni discriminanti dei regimi dominanti. In questo scritto si analizzano, pertanto, alcune rivendicazioni relative all’autodeterminazione sociale dell’individuo con disabilità e ai metodi comunicativi ridefiniti attraverso un processo rappresentativo in cui le soggettività crip negoziano il significato della propria esistenza. A partire da queste basi teoriche, il presente articolo propone il concetto di crip display inteso come dispositivo di costruzione autonoma delle condizioni di visibilità mediatica della soggettività crip. Di conseguenza, si può affermare che nell’ibridazione tra il corpo e la tecnologia avviene la ridefinizione dell’identità crip nello spazio digitale e, di conseguenza, in quello pubblico.

Una delle esperienze più significative di tale processo è rappresentata dall’attivista e scrittrice genderless [2] Mel (Amanda) Baggs. Scomparsa prematuramente l’11 aprile 2020, l’autrice è stata infatti una delle massime rappresentanti dell’Autism Society of America e una delle figure fondamentali del movimento per le persone con disabilità. Baggs si definiva una persona autistica non verbale, con disabilità multiple e condizioni croniche, ma rifiutava di ridurre la propria identità a un mero dato medico-clinico (Baggs 2006). Attraverso il blog Ballastexistenz [3] e numerosi interventi pubblici, Baggs ha criticato le interpretazioni esclusivamente cliniche dell’autismo, rivendicando il diritto delle persone autistiche all’autodeterminazione e all’autorappresentazione. Il nome stesso del blog aveva una forte valenza politica. “Ballastexistenzen” era un termine comparso all’inizio del Novecento e utilizzato durante il nazismo per indicare persone considerate un peso economico e sociale, risemantizzato da Baggs da categoria di esclusione a spazio di resistenza identitaria. I post di Baggs sono esempi chiave di risignificazione della conoscenza sulla disabilità e rientrano nei criteri cripistemologici, già menzionati da Johnson e McRuer (2014), che trovano spazio nell’online contribuendo a determinare l’importanza dell’attivismo digitale nella costruzione identitaria e nel rafforzamento della comunità delle persone con disabilità, nonché queer e trans*. Infatti, lo spazio fluido della Rete ha trasformato le possibilità di partecipazione culturale e politica, offrendo strumenti a soggetti generalmente marginalizzati nella società per produrre e distribuire autonomamente narrazioni della propria esperienza di vita. 

Uno degli aspetti più rivoluzionari del lavoro di Baggs è la ridefinizione del linguaggio. Nel pensiero occidentale moderno il linguaggio è spesso associato alla parola, mentre Baggs propone un modello relazionale basato sul corpo come mezzo di produzione di significati. La sua riflessione si inserisce nel paradigma della neurodiversità, secondo cui condizioni come l’autismo devono essere considerate variazioni cognitive presenti in natura e dotate di competenze specifiche (Silberman 2016, p. 13). Come ricostruisce Silberman, il movimento della neurodiversità nasce negli anni Novanta grazie all’incontro tra la ricerca scientifica e l’attivismo di persone autistiche nelle comunità digitali che utilizzano Internet come spazio di produzione culturale e politica. Infatti, Baggs ha utilizzato il suo blog come efficace canale digitale di resistenza e di condivisione della violenza istituzionale, soprattutto quella ospedaliera, esprimendo la discriminazione abilista quotidiana, mentre il testo digitale è inteso come la traduzione letterale della sua esperienza personale. Nei suoi scritti, Baggs insiste sul fatto che le persone con disabilità vengono spesso accostate a categorie prodotte da istituzioni sociali, familiari o assistenziali, anziché essere riconosciute come soggetti capaci di produrre conoscenza sulla propria esperienza.

L’esempio più noto della produzione di Baggs è il video In My Language, pubblicato su YouTube nel 2007. Visualizzato da oltre un milione di persone, trasmesso dalla CNN e menzionato dal New York Times, il video di Baggs illustra diversi modi in cui le persone non verbali possono comunicare, mostrando la costruzione politica dell’emarginazione dei corpi non normativi nell’ambiente socio-culturale.

Nella prima parte del filmato, l’autrice entra in relazione con oggetti, superfici e suoni attraverso movimenti corporei, vocalizzazioni e gesti ripetitivi, generalmente interpretati come comportamenti autostimolatori nelle persone con autismo. Preme e strofina la faccia contro un libro, sfrega le dita sulla tastiera, agita le mani (flapping), mormora tra sé e sé (stimming) e fa rimbalzare una molla giocattolo compiendo movimenti continui. L’esposizione mediatica della soggettività neurodivergente di Baggs produce attivamente le condizioni della propria autorappresentazione nel dispositivo tecnologico ed è definita in questo scritto come crip display. Questo concetto supera la concezione tradizionale del display come semplice esibizione del corpo allo sguardo, evidenziando invece la dimensione processuale, tecnologica e politica della visibilità. Tale interpretazione accoglie i principi di visibilità teorizzati da Rosemarie Garland-Thomson secondo cui la cultura occidentale ha spesso associato il corpo disabile alla costruzione dello sguardo, come oggetto osservato, classificato e interpretato attraverso categorie mediche e normative, mentre raramente viene riconosciuta la possibilità di determinare autonomamente le condizioni della propria esposizione pubblica (Garland-Thomson 2009). 

Baggs, M., frame dal video In My Language, 2007

La questione della rappresentazione riguarda soprattutto chi controlla e le modalità attraverso cui un corpo diviene visibile. Nel suo studio sullo staring, l’autrice mostra come lo sguardo rivolto alla disabilità non sia semplicemente un fenomeno individuale, bensì una pratica sociale che organizza gerarchie di visibilità e di interpretazione. Il problema politico della rappresentazione riguarda, dunque, la possibilità per le persone disabili di sottrarsi a un sistema in cui il corpo è principalmente interpretato da prospettive esterne, rivendicando invece il controllo sulle modalità di autorappresentazione. 

Nella seconda parte, significativamente intitolata A Translation, Baggs spiega, attraverso un sistema di sintesi vocale, come l’intimità delle scene mostrate sia volta alla celebrazione della gioia della propria vita e sostiene: «è una forte dichiarazione sull’esistenza e sul valore di diversi tipi di pensiero e di interazione in un mondo in cui la vicinanza a uno specifico tipo di pensiero determina la possibilità di essere considerati una persona reale» (Baggs 2007). La reazione fisica a quanto la circondava è una risposta di consapevolezza del mondo e delle cose che lo costituiscono, le quali assumono identità e caratteristiche proprie, relazionandosi agli oggetti come se fossero vivi.  Secondo la “lingua madre” di Baggs, toccare, assaggiare e annusare le permettono di avere una conversazione con l’ambiente circostante e per tradurre questa esperienza secondo i codici del linguaggio verbale neurotipico è necessario il ricorso a un sistema di sintesi vocale, il DynaVox VMax [4]

In effetti, i sistemi di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA), in particolare i Dispositivi di Generazione del Linguaggio (DGA) ad alta tecnologia che utilizzano i modelli LAMP (Language Acquisition through Motor Planning) e PECS (Picture Exchange Communication System), offrono un percorso di comunicazione funzionale per gli individui con disturbi dello spettro autistico. Nel caso di Baggs, il testo scritto trasformato in voce (text-to-speech – TTS) media il complesso rapporto che l’autrice ha con la parola e con la comprensione del linguaggio, creando uno spazio comunicativo alternativo, comprensibile e inclusivo. «Ho osservato le parole. Ho notato quali gruppi di parole vengono associati più frequentemente a determinate situazioni. Ed è così che uso le parole: come traduzioni imperfette delle situazioni che si presentano nella mia mente» (Baggs 2006). Nella cultura abilista occidentale, la capacità di parlare viene spesso associata alla capacità di pensare, quindi, di comprendere e di partecipare pienamente alla vita sociale. Ciò che non è immediatamente traducibile nei codici linguistici dominanti viene generalmente considerato privo di significato. Baggs, nel suo video, ha criticato radicalmente questa convinzione: «solo quando digito qualcosa nella vostra lingua vi riferite a me come se potessi comunicare. […] la gente dubita che io sia un essere pensante, poiché la vostra definizione di pensiero corrisponde, in modo ridicolo, alla vostra definizione di persona» (Baggs 2007). Affrontando la correlazione tra la mancanza del linguaggio verbale e la conseguente assenza di soggettività, si dimostra il problema della ristrettezza delle definizioni normative di comunicazione. In questo senso, Baggs sovverte i modelli dominanti, utilizzando la tecnologia per definire l’identità crip come una presenza riconosciuta e legittimata nel contesto pubblico. Il processo di costruzione della risignificazione della propria identità è alla base della definizione di crip display i cui elementi costitutivi, nel caso analizzato, sono l’utilizzo della videocamera, del montaggio digitale, del sistema di sintesi vocale e della piattaforma YouTube che offre il contesto pubblico per l’affermazione della soggettività crip. Infatti, il video non documenta soltanto una condizione individuale, ma attua una trasformazione delle modalità di percezione, di interpretazione e di narrazione della disabilità.

Infine, l’uso dello strumento digitale di sintesi vocale diventa un dispositivo critico che mette in luce i limiti dei codici comunicativi dominanti e rientra negli intenti espressi da Aimi Hamraie e Kelly Fritsch nel Crip Technoscience Manifesto. Le docenti propongono una nuova concezione della tecnologia come pratica di trasformazione politica del corpo crip e come strumento di resistenza alle politiche eugenetiche, promuovendo modalità di produzione del sapere e dell’innovazione tecnica che divergono dalle logiche produttive abiliste. Infatti, secondo quanto definito come crip display, la tecnologia si presta a essere uno strumento utile per le persone con disabilità per produrre forme alternative di relazione con il mondo e per mettere in discussione le infrastrutture normative che stabiliscono quali corpi siano considerati validi. Di conseguenza, se i media tradizionali hanno spesso contribuito alla costruzione di rappresentazioni abiliste, le tecnologie digitali hanno aperto nuove possibilità per la produzione di narrazioni alternative, consentendo alle persone disabili di passare da oggetti della rappresentazione a soggetti produttori di cultura e di significato. In My Language contribuisce così a trasformare i sistemi normativi esistenti, considerando gli strumenti digitali come mezzi di autorappresentazione nei quali le persone disabili possono ampliare il campo delle modalità di comunicazione tramite le interazioni corporali e le possibilità di esistenza e di produzione di forme estetiche. Sarah Cavar ha definito l’insieme degli scritti digitali di Baggs un vero e proprio archivio attivista (emblogged activist archive), capace di conservare e trasmettere una critica alle strutture istituzionali che organizzano la vita delle persone disabili (Cavar 2024). Infine, con il suo lavoro, Baggs costituisce una complessa pratica teorica ed estetica attraverso cui le categorie dominanti del linguaggio, della comunicazione, della soggettività e dell’umanità sono messe in discussione. La centralità di Baggs negli studi sulla disabilità deriva soprattutto dalla capacità di trasformare la propria esperienza corporea in una forma di produzione del sapere.

Baggs, M., In My Language, 2007

Note

[1] Secondo la prospettiva neoliberale, la disabilità è considerata una limitazione alla partecipazione del soggetto nel sistema economico e culturale dominante. Michel Foucault, nei corsi al Collège de France, descrive il soggetto come responsabile della gestione del proprio corpo e della propria salute. Negli stessi anni Jean-François Lyotard offre strumenti critici per analizzare il concetto di disabilità, specialmente riguardo all’esclusione sociale e alla costruzione della norma.
[2] Mel Baggs si definisce genderless e utilizza i pronomi “sie” (S-I-E, “see”, ossia vedere) e “hir” (H-I-R, “hear”, ossia sentire). Poiché in italiano non esiste un equivalente pronominale d’uso consolidato, in questo articolo adottiamo il femminile come convenzione redazionale, senza intenderlo come un’attribuzione dell’identità femminile a Baggs. La scelta è inoltre coerente con il modo in cui Baggs stessa affrontava l’uso dei pronomi da parte di altre persone, senza particolare interesse a imporre una forma pronominale specifica.
[3] Il termine nacque nei primi anni del Novecento nel campo dell’eugenetica e della psichiatria. È stato utilizzato successivamente nel libro del 1920 “L’autorizzazione all’annientamento delle vite indegne di essere vissute” (Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens), scritto dal giurista Karl Binding e dallo psichiatra Alfred Hoche. Durante il regime nazista, questa espressione fu utilizzata come giustificazione pseudo-scientifica e propagandistica dell’eutanasia di massa.
[4] Il DynaVox Vmax è un dispositivo di comunicazione con display, progettato per soddisfare le esigenze delle persone con difficoltà motorie. È dotato di un framework linguistico che supporta la comunicazione funzionale e lo sviluppo del linguaggio e dell’alfabetizzazione.

Bibliografia

Baggs M., Ballastexistenz, 2006, accessibile su LINK (consultato il 28 luglio 2026).
Baggs M., In My Language, 2007, accessibile su LINK (consultato il 27 luglio 2026).
Cavar S., Burrito Texts: Mel Baggs and the Language of Crip Life, «Journal of Literary & Cultural Disability Studies», 2024, vol. 18, n. 4, accessibile su LINK  (consultato il 29 luglio 2026).
Garland-Thomson R., Staring: How We Look, Oxford University Press, Oxford, 2009.
Hamraie A. e Fritsch K., Crip Technoscience Manifesto, «Catalyst Journal», vol. 5 n. 1, 1 aprile 2019, accessibile su LINK (consultato il 29 luglio 2026).
Johnson M. L. & McRuer R., Cripistemologies Introduction, «Journal of Literary & Cultural Disability Studies», vol. 8 n. 2, 2014, pp. 127-147.
McRuer R., Crip Theory: Cultural Signs of Queerness and Disability, tr. it. di V. Baldioli, M. D’Epifanio, B. Gusmano, Odoya, Città di Castello, 2023.
Rich A., Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence, «Journal of Women in Culture and Society, Summer», vol. 5 n. 4, 1980, pp. 631-60.
Silberman S., NeuroTribù. I talenti dell’autismo e il futuro della neurodiversità, Edizioni LSWR, Milano, 2016.

Chiara Rauli, ricercatrice in critica audiovisiva e performativa, si occupa in particolare del linguaggio dei nuovi media e delle immagini elettroniche. I suoi interessi vertono sulle implicazioni della rappresentazione del corpo crip nelle arti contemporanee e nel digitale. Ha conseguito una laurea triennale in DAMS e una laurea magistrale in Arti Visive con specializzazione in gestione museale; partecipa a convegni nazionali e internazionali e collabora con riviste quali Kabul, Inactual, Esse.