IL PARTITO PRESO DELLE COSE
Five “tiny things” from The Institute for Infinitely Small Things
di Paola Bommarito

The Institute for Infinitely Small Things è un collettivo principalmente attivo a Boston che opera talvolta sotto la guida di kanarinka, James Manning, Jaimes Mayhew, Foresta Purnell o Nicole Siggins. Il gruppo è formato da artisti e non artisti, attivisti, curatori, studenti, antropologi, programmatori web, si costituisce dunque come vario e interdisciplinare e chiunque sia interessato può partecipare alle loro attività. L’IFIST conduce dal 2004 progetti e ricerche partecipative che mirano alla trasformazione temporanea degli spazi pubblici attraverso performance, conversazioni e interventi inaspettati volti a indagare le “piccole cose”1 sociali e politiche della vita quotidiana. Queste piccole cose possono essere i nomi delle strade che percorriamo, una lettera aperta, una targhetta all’interno di un bagno pubblico o uno slogan pubblicitario.

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§ An open Letter

«Dear Institute,
While attempting some recent projects as kanarinka, it has come to my attention that I don’t believe in the model of individual authorship, even hidden behind a performance name. It’s actually not really a belief, more something that I feel really deeply to be false. From hereforth until an unknown future, I am decreeing that I will author work under the name of The Institute for Infinitely Small Things. It may or may not involve some of you working on that work and I may or may not update you on things i do. I would like to encourage others of you/us to do the same. I.e. to use the Institute’s brand to author work, work with other people, work in new contexts, get grants and shows and so on. There is no need to ask permission of anyone. […] I think the Institute should model an intervention into the world into which it circulates. I also encourage you to lie about it. I think we should all claim that we are founders, claim that it’s a one-person collective and you are it, claim that it has famous artists in it, whatever. I am interested in the Institute as a model for radical multiplication and confusion of authorship and intend to use it as such.
Does anyone want to multiply with me?
Catherine»2

Con questa lettera aperta Catherine D’Ignazio (aka Kanarinka) sancisce la nascita del The Institute for Infinitely Small Things, ne afferma gli intenti, dichiara la sua visione. L’IFIST nasce inizialmente come una costola di iKatun di cui Catherine e Savic Rasovic (aka Pirun) fanno già parte, una organizzazione no-profit che promuove eventi culturali, mostre e convegni incentrati maggiormente sulla relazione tra impegno civico e innovazione in campo culturale. Ci sono alcune differenze e tante connessioni tra iKatun e l’IFIST. iKatun è un organismo maggiormente coinvolto a livello organizzativo e curatoriale, porta avanti diversi progetti cercando di ritagliarsi un territorio, un particolare spazio su cui costruire una comunità. Non a caso il termine Katun in serbo significa “villaggio temporaneo” ed è usato per designare le comunità stagionali che si stabiliscono vicino a pascoli e corsi d’acqua. L’IFIST è impegnato negli spazi pubblici, dove realizza dei progetti di ricerca, degli esperimenti, ne raccoglie i risultati e attraverso pratiche partecipative cerca di trovare un modo per riunire le persone e condividere con esse le informazioni.
La prima cosa che viene dichiarata in questa lettera aperta è la volontà di operare come collettivo e non come singoli, contrastare quel modello individualista che vede l’artista come genio e unico creatore. L’attenzione viene posta sul tema dell’autorialità, non è una semplice questione sulla determinazione della paternità artistica, ma si tratta di contrastare l’intera struttura in cui questo concetto è incorporato. In un intervista di James Manning, Kanarinka e Pirun tornano sulla questione e sottolineano l’estrema importanza, per loro, del lavorare insieme: «I would like to situate our work directly as “counter authorship” or something like that. It is a dialogue with the individualist model of how the art world works – which is a production of late-capitalist consumer society. Navigating and addressing authorship is important; it brings up an important philosophical and political question. It is extremely important that we work collectively. Its not just by accident or that we couldn’t hack it as individual artists»3. L’IFIST intende creare insieme delle situazioni che attraversano la politica della vita di tutti i giorni e coinvolgere le persone nella produzione di queste situazioni. Non si tratta di fissare delle pratiche, di stabilire quale modo sia più indicato per essere attivi nella vita, nella cultura, nell’arte, ma cercare una modalità per la quale sia la gente stessa a utilizzare le piccole cose già presenti nella vita di tutti i giorni, per avviare da esse dei dialoghi, delle riflessioni per inventare un nuovo modo di abitare lo spazio pubblico, per immaginare nuove forme di essere sociale.

 

§ A Slogan

La pubblicità, i cartelli su cui dominano gli slogan che vediamo continuamente affissi nella città, in televisione, nei giornali, su internet, viene posta al centro dell’analisi in Corporate Command uno dei primi progetti dell’IFIST. Il progetto è pensato inizialmente come un database per raccogliere gli slogan pubblicitari che utilizzano il verbo imperativo. “Be cool!” della Keds, “Make it real!” della Coca-Cola “Make your body work better!” della Nike, “Look sharp! feel sharp! be sharp!” della Gilette, “Think different!” della Apple. Questi slogan sembrano dei mantra attuali, imperativi toccanti e fastidiosi, che lanciati dalle aziende e visibili ovunque nella routine quotidiana permeano i nostri spostamenti, le liste della spesa, il nostro sguardo, il nostro linguaggio. Ma questi comandi funzionano all’interno della società e della coscienza pubblica? Ci si chiede come essi operano, come è possibile una maggiore comprensione della programmazione commerciale costante che è in atto. La pubblicità è così diffusa nella società contemporanea che molte persone semplicemente la ignorano. Ma in questo progetto il focus è posto sulla politica visuale di questi slogan: quali sono le implicazioni di uno slogan imperativo quando esso ha visibilità in tutto il mondo? e cosa significa tutto ciò nei termini di una struttura di controllo? L’IFIST invita le persone a raccogliere insieme a loro dei corporate commands in un unico luogo, un database online4 che chiunque può incrementare in qualsiasi momento. Al tempo stesso L’IFIST trasforma alcuni di questi slogan in una serie di micro-performance. Organizza dei veri e propri laboratori aperti al pubblico per lavorare al progetto: un video con delle semplici istruzioni spiega passo dopo passo come trovare i corporate commands; non appena trovati, gli slogan vengono trascritti e raccolti, mentre un gruppo lavora all’ideazione di potenziali performance da realizzare. I comandi che vendono stili di vita piuttosto che prodotti particolari vengono interpretati ed eseguiti alla lettera in spazi reali e in prossimità dei cartelli su cui compaiono, nei luoghi in cui sono stati scoperti. Ad esempio nel Central Square a Cambridge un cartello con la scritta “Rollover”, nella finestra di un negozio di cellulari Cingular, ha portato i membri del gruppo a sdraiarsi sul marciapiede e letteralmente a rotolare sopra la neve. Mentre alcuni di loro rotolavano, altri interrogavano i passanti su ciò che vedevano o sul significato della parola Rollover. Nel centro commerciale Copley di Boston il gruppo ha messo in scena lo slogan “Enjoy Life” della Sovereign Bank danzando, bevendo vino, preparando pic-nic e amoreggiando. Oppure, sempre nello stesso luogo, di fronte al negozio Gap che esponeva in vetrina un cartello con lo slogan “Go Play”, L’IFIST ha organizzato una partita a scacchi, durata per ore, che ha coinvolto i frequentatori del centro commerciale. Sembrano dei readymade tratti dal mondo aziendale, presi così come sono per interrogare il marketing d’impresa e ricostituirlo come pratica artistica. Nel performare gli slogan, i comandi trovati per la strada, il pubblico è direttamente coinvolto, posto di fronte a una situazione ludica e portato a riflettere sul significato di quel determinato segnale. Come afferma Cher Krause Knight «IFIST maintains that it does not make the “black-and-withe” judgements of traditional activism, but offers “playful” interventions to scrutinize socio-political constructs»5.

§ A Bathroom

Di mostre d’arte contemporanea che travalicano i confini dello spazio deputato all’esposizione delle opere ne possiamo citare parecchie. Svariate mostre sono state realizzate in stazioni, parchi, locali abbandonati, studi o case private, diversi spazi pubblici, ma di una mostra allestita in un bagno non ne avevo ancora sentito parlare. A Boston negli anni ‘60 non vi era un particolare interesse per l’arte contemporanea, diverse proposte erano state fatte a Perry T. Rathbone, l’allora direttore del Museum of fine Art di Boston, volte a inserire all’interno del museo una sezione dedicata all’arte contemporanea, ma l’attenzione di Rathbone e del museo su queste proposte era totalmente assente. Non vi era nemmeno alcun interesse per la comunità di giovani artisti che operavano a Boston in quegli anni. Così nel giugno del 1961, come segno di protesta, un gruppo di artisti guidato da Smart Duckys organizzò una piccola mostra non autorizzata nel bagno degli uomini del museo, chiamata Flush with the Walls, che coinvolgeva alcuni artisti attivi in città in quel momento. Disegni, piccole cose, stampe, pitture furono allestite nelle pareti del bagno, uno spazio che nonostante si trovi all’interno del museo non è mai stato concepito come luogo per l’esposizione di opere d’arte. La mostra suscitò scalpore e fu sgomberata dalla sicurezza del museo dopo poche ore, ma nonostante le diverse polemiche sull’accaduto dopo quell’episodio il museo iniziò a poco a poco a occuparsi di arte contemporanea. Nel 2011 è il curatore Greg Cook a riportare l’attenzione su quell’episodio, organizzando la mostra non autorizzata Best of Boston 40-ennial 6proprio nello stesso bagno del Museum of fine Art di Boston in occasione del 40esimo anniversario dalla mostra Flush with the Walls. L’esposizione presentava il lavoro di sei artisti presenti nella mostra originaria e di ventuno tra artisti e collettivi in rappresentanza della scena attuale della città, tra cui The Institute For Infinitely Small Things. Il collettivo elabora l’intervento per la mostra facendo riferimento a due episodi separati ma entrambi avvenuti all’interno di un bagno, entrambi riguardanti una questione di genere. L’IFIST realizza Transgender Bathroom Dedication che consiste in due targhette in metallo che dedicano rispettivamente il bagno degli uomini a Dean Spade e il bagno delle donne a Chrissy Pollis. Dean è un avvocato, transgender, e quando nel febbraio del 2002 entra nel bagno degli uomini della Grand Central Station di NY, dopo sei ore di proteste in occasione del World Economic Forum, un agente di polizia lo sbatte al muro, lo trascina fuori dalla stazione ferroviaria e lo arrestata con l’accusa di condotta disordinata, resistenza all’arresto e ostruzione alle amministrazioni dello Stato. La vicenda di Chrissy è più recente, accade nello stesso 2011, è una ventiduenne transgender che sta pranzando in un ristorante MacDonald nel Maryland. Quando va per recarsi in bagno viene gettata a terra, presa a calci e tirata fuori per i capelli. Transgender Bathroom Dedication è un regalo per il museo, ci racconta due storie e ne fissa la loro memoria a testimonianza di chi, come Chrissy o Dean, è stato vittima di un crimine d’odio per aver cercato di utilizzare un bagno pubblico.

§ A Street Name

Le strade che attraversiamo nelle nostre città hanno un nome proprio. Questi nomi a volte cambiano nel tempo, a volte il nome è legato a un fatto storico o dedicato a un personaggio noto, importante, altre volte assumono il nome di un’altra città o un oggetto. Chi decide quali sono i nomi da attribuire alle strade e chi può cambiarli? Tra il 2006 e il 2007 l’IFIST lavora al progetto Rename Cambridge che invita la gente a suggerire nomi alternativi per le strade di Cambridge, non esclusivamente per ridisegnare la città e proporre un nuovo modo di guardare la geografia, ma per far riflettere sui fattori che stanno al di là dei nomi, su chi o che cosa esercita il potere di nominare una strada. Il gruppo ha allestito uno stand, fermato le persone, residenti o turisti, e avviato con loro una conversazione. Si è data così la possibilità di discutere su questo tema, proporre un nuovo nome per una strada o semplicemente non fare nulla. Alcuni dei suggerimenti raccolti avevano un’impronta giocosa, come sostituire Ware Street con Where Street o di attribuire un nuovo nome alla parte finale di Day Street chiamandola appunto Night Street. Altri erano legati alla storia della città ad esempio la proposta di cambiare Cherry Street con Fuller Street proprio perché la scrittrice Margaret Fuller era cresciuta li, o di ripristinare il nome Boylston Street, dedicando la strada al benefattore di Harvard Ward Nicholas Boylston, che era stato sostituito negli anni con Wood Street7. Il processo si configura come un happening urbano, anche se instabile e temporaneo. Sono stati raccolti centinaia di nuovi nomi e nel 2008 è stata pubblicata una mappa, non reale ma possibile, dal titolo The City Formerly Known as Cambridge che mostra come la città di Cambridge potrebbe apparire se fossero state le persone stesse a rinominare le strade che la percorrono. La mappa gioca un ruolo fondamentale in tutto questo8. Produce una forma alternativa e sociale che si contrappone alla geografia tracciata nella mappa ufficiale della città. Emerge un legame fortissimo con il movimento dell’Internazionale Situazionista, in particolar modo con la funzione che la mappa ha avuto nel movimento nel tracciare i percorsi di deriva urbana, nel riconfigurare gli spazi cittadini. Nel 1958 Abdelhafid Khatib crea e pubblica un Questionario attraverso il quale chiede a tutti i possibili abitanti di Parigi di tracciare mappe mobili, ipotetiche, per raccogliere le diverse percezioni che ognuno può avere di uno stesso luogo. Le domande poste da Khatib sono simili a quelle poste dall’IFIST: con queste domande si dà la possibilità di costruire un ambiente collettivo. È l’individuo qualunque che detiene questa opportunità e ciò, associato alla possibilità di azione collettiva, non annulla la soggettività anzi crea una condivisione. In Rename Cambridge ha luogo un’interazione, un incontro, ed è specialmente il dialogo che si instaura tra la gente, non il fattore costruito o architettonico, che modifica la struttura portante dei luoghi tanto quanto quella delle strade.

The City Formerly Known as Cambridge. In Cambridge, MA. Spring 2006 – Summer 2007 © IFIST

§ The Analysis

Cos’è una cosa infinitamente piccola? Vorrei chiudere questa collezione di cinque piccole cose indagate dall’IFIST citando il primo dei loro lavori, iniziato nel 2004, dal titolo The Analisysis of Infinitely Small Things. Si tratta di un quadro sperimentale per la raccolta delle cose infinitamente piccole, che consiste in tre fasi principali: la prima riguarda la stesura delle linee guida per l’analisi, la seconda prevede delle spedizioni per le ricerche su campo, l’ultima fase concerne la costituzione di un archivio digitale per contenere il materiale raccolto. Chiunque può partecipare alle spedizioni organizzate dall’IFIST oppure può scaricare un kit on-line e condurre l’esperimento per conto proprio. Nel tracciare le linee guida della ricerca, l’IFIST prende in esame il testo L’analyse des infiniment-petits del Marchese De l’Hôpital, matematico francese studioso del calcolo infinitesimale, pubblicato per la prima volta nel 1696. Il collettivo considera il testo come una grande opportunità educativa per lo studio delle cose infinitamente piccole, sono incuriositi dai dilemmi affascinanti sul primo calcolo e dalle soluzioni matematiche paradossali elaborate dal marchese. Da questo testo traggono le istruzioni per lo studio delle cose infinitamente piccole, poi con in mano microscopi e lenti d’ingrandimento partono per la ricerca, setacciando l’ambiente che viviamo tutti i giorni. Ogni piccola cosa viene presa in esame, schedata, inserita in una busta di plastica trasparente come vuole una corretta pratica di archiviazione. La questione su cosa sia una cosa infinitamente piccola è una domanda impossibile, può riguardare tutto e niente. Le piccole cose possono influenzare il modo in cui si opera nel mondo, ma è altrettanto probabile che esse non abbiano alcun effetto. «The Institute asserts that the question can be answered pragmatically and concretely, through embodied inquiry. The analisys poses problems to the public (such as ‘find the other side’) that can only be resolved through performance and experimentation»9.
The Institute For Infinitely Small Things si pone come un organismo di ricerca. I membri del gruppo si riuniscono in luoghi pubblici per i loro esperimenti sociali indossando un camice bianco, come fossero degli scienziati, addetti di laboratorio. Il loro lavoro si inserisce con fermezza in un contesto legato all’arte contemporanea che è influenzato inevitabilmente dall’attivismo e dalla cultura digitale. L’IFIST con le sue piccole cose e le situazioni che mette in atto non pretende di attivare uno spazio pubblico, perché esso è già sempre attivo, ma cerca di offrire maggiore consapevolezza di esso, cerca di inventare e distribuire nuove pratiche di impegno politico nella vita quotidiana.

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1 Si veda lo statement e l’elenco dei progetti realizzati sul sito internet dedicato.
2 Catherine D’Ignazio, An open letter to the Institute, nota pubblicata su facebook il 22 maggio 2010 ore 01:23.
3 James Manning, A Conversation with iKatun. Big Red & Shiny, Issue #40. April, 2006.
4 The International Database of Corporate Commands.
5 Cher Krause Knight, Public Art: Theory, Practice and Populism. Blackwell publishing, 2008.
Video dell’esposizione Best of 40-ennial.
7 Gli esempi sono tratti dall’articolo: Michael Kenney, A street by any other name: Group tackles monikers as art, Boston Globe, August 6, 2006.

8 Sulla relazione tra l’Internazionale Situazionista e il progetto The City Formerly Known as Cambridge si veda: Denis Wood, Rethinking the Power of Maps. Guilford Press, 2010. p. 173-176.
9 The Analysis of Infinitely Small Things: Research Report, in “Performance Research: A Journal of the Performing Arts”. Vol. 11, Issue 1, 2006.