§Disertare
Manuale Tecnico di Nodi Magici
di Natalia Agati
Manuale Tecnico di Nodi Magici, Natalia Agati, 2024.

Earthset

“La concezione che gli uomini hanno di se stessi e degli altri è sempre dipesa
dallo loro nozione di Terra. […] Ora, nelle ultime ore, la nozione potrebbe essere
cambiata di nuovo”
(MacLeish, 1968)

Earthset, Christina Koch, 6 aprile 2026 da Artemis II

Le immagini non sono mai neutre: ribadirlo non è superfluo, in un mondo in cui il confine tra vero e falso, tra realtà e rappresentazione sembra essersi quasi del tutto dissolto. Il 24 dicembre 1968 la missione Apollo 8 ci consegnò Earthrise, la prima fotografia della Terra colta nel suo sorgere. Pochi anni dopo, il 7 dicembre 1972, l’equipaggio dell’Apollo 17, da una distanza di circa 45.000 km, scattò Blue Marble: il ritratto di una Terra interamente illuminata, senza chiaroscuri, finalmente visibile nella sua totalità, nota e oggettivata. Due immagini che hanno dato origine a una “complessa grammatica visuale planetaria” (Morawski, 2020), innescando nell’umanità un “mutamento psicologico” (Turri, 1998) destinato a trasformare in modo irreversibile il modo di concepire la Terra.

Qualcosa negli ultimi mesi è cambiato di nuovo. L’immagine che poche settimane fa, sorvolando la Luna, Christina Koch ci ha restituito è diametralmente opposta: Earthset immortala il nostro pianeta nel momento del suo tramonto. D’altronde se tra il primo e il secondo scatto si inscrive il passaggio dalla spinta rivoluzionaria del ’68 alla controrivoluzione neoliberale degli anni Settanta, il terzo sembra inevitabilmente portare il segno dell’attuale slittamento verso nuove forme di autoritarismo e totalitarismo. L’immagine, intensamente meravigliosa, della parte buia della Terra immersa nell’alone scuro della notte sembra infatti immortalare un’istantanea delle contraddizioni del nostro presente. Come se, nel momento in cui raggiungeva la massima distanza dalla Terra, la navicella Orion avesse restituito all’umanità non più l’immagine rassicurante di un pianeta finalmente visibile nella sua interezza, ma quella, più inquieta, di un mondo che sembra allontanarsi da se stesso. Un’immagine di soglia, sospesa tra meraviglia e presagio, capace di condensare la fragilità del presente e la sensazione che il nostro rapporto con la Terra sia entrato in una nuova fase di oscuramento.

È innegabile, d’altronde, che stiamo globalmente attraversando un lungo e profondo momento di crisi e questo è il motivo per cui le narrative sulla fine del mondo e l’epica dell’urgente abbandono del nostro pianeta proliferano creando nell’umano una sensazione sempre più allarmante di scollamento e scissione. Se guardiamo al nostro presente anche solo limitandoci al panorama italiano, molti sono i sintomi di scollamento micro e macroscopici che ci dicono che la relazione tra l’essere umano e il mondo si sta incrinando sempre di più. In quanto corpi finiti e mortali non solo non siamo invincibili, ma persino la realtà che noi stessi abbiamo costruito fin qui ci si sta letteralmente rivoltando contro. Erroneamente tendiamo ad allontanare dalla nostra vista tutti questi sintomi leggendoli come se fossero variabili impazzite che non dipendono da noi o – ancora peggio – come un problema interno ai soggetti. Un andamento epidemico di questo tipo, però, dice una cosa sola: seppur avvolti in una fitta rete di interconnessione globale, siamo in realtà sempre più scissi. Ed è forse proprio questa interconnessione la causa di questa scissione. Su tutti i fronti esiste una grande divisione, tra le parti che ci compongono all’interno del nostro io, ma anche tra il dentro e il fuori da noi. Il senso comune dice che il mondo non è più accogliente, ma la realtà è che siamo noi a esserci già profondamente allontanati da esso. Ovunque vige uno stato di separazione. A questo stato che si descrive a fatica, diamo genericamente il nome di crisi del Capitalocene (Moore 2017) o del capitalismo tecno-nichilista (Magatti 2012), ossìa la crisi dell’era dominata dall’uomo e dalla tecnica, e su questo generalmente concordiamo un po’ tutti. 

Una stupida idea di libertà

“Una folla di uomini che fuggono è una folla di uomini soli”
(Tiqqun 2003) 

Un susseguirsi di immagini spaventose, perturbanti e tristi aggrava, giorno dopo giorno, lo stato di solitudine e malinconia che ha segnato gli ultimi anni. Ed è così che, come già accaduto in altri momenti di crisi, il pensiero della diserzione riemerge nei discorsi della critica. Dalla sua postura insieme anarco-dadaista e nichilista, Bifo sostiene che, di fronte a tale stato delle cose, disertare sia la lotta che ci attende. Il suo monito risuona come un invito, in fondo comprensibile, a scappare, a nascondersi, a mettersi al sicuro in comunità frugali, ritraendosi dal politico. Eppure “spesso chi parte non ritrova i suoi e l’esodo diventa esilio” (Tiqqun 2003). Non si può ignorare, infatti, come i fenomeni di diserzione sociale, politica e partecipativa già in atto siano spesso segnati dall’acuirsi di quegli stessi sintomi di scollamento che rendono necessaria la fuga. Negli ultimi decenni, infatti, sono aumentate esponenzialmente fughe che hanno perso l’afflato politico da cui nasce il pensiero sulla diserzione, trasformandosi in chiusure entro un individualismo claustrofobico: stati diffusi di depressione, di pessimismo, di disinvestimento nella sfera sociale e perdita di senso del politico.
Il punto è che persino il nostro legittimo bisogno di fuga è stato sussunto dai dispositivi del tecno-capitalismo, che costruiscono il proprio consenso proprio su una tensione paralizzante tra la proclamazione permanente dello stato di crisi e la promessa di evasione. Un’oculata alternanza, quasi schizoide, tra la somministrazione controllata di passioni tristi e l’offerta di orizzonti di fuga paradisiaca. Così, mentre rivendichiamo libertà di pensiero, di azione e di vita, ci scopriamo al tempo stesso catturate^, come mangiate^, possedute^ e stregate^ , da un potente sistema che sorregge la violenza, ne alimenta le sue epistemologie e si impone surrettiziamente sulle nostre forze vitali, influenzando il modo sempre più tossico di abitare il mondo. Ma se l’allarme per uno stato di crisi occupa oramai stabilmente l’agenda politica, quello su cui si fa più fatica a costruire consenso è la consapevolezza che il mondo non deve finire ma può finire se continuiamo ad affrontare i fenomeni dal verso sbagliato, lasciandoci guidare da ciò che il potere decide di mostrarci o di nasconderci. Il grande non detto consiste proprio nella consapevolezza che alcune catastrofi che costellano il presente derivano dall’erronea impostazione con cui affrontiamo il problema, «ignorando o leggermente accantonando» (De Martino 1977) alcune questioni centrali che sono insite nel modo in cui abbiamo forgiato il nostro sistema di realtà e la natura che il potere ha assunto. Il problema è ontologico, dunque ben radicato, profondo e proprio per questo continuamente rimosso.
È urgente riconoscere che i sintomi all’opera nel nostro presente sono le manifestazioni di una crisi della presenza molto più profonda, ricaduta nefasta di un processo più lungo che ha avuto origine nella costruzione della modernità. Quel momento storico ha avviato una serie di trasformazioni strutturali a cui alcuni studiosi e studiose hanno dato il nome di disincanto del sistema di realtà: un dispositivo ontologico pervasivo, quasi diabolico, che ha riorganizzato e continua a organizzare la realtà attraverso complesse operazioni di separazione (Taussig 1980; Consigliere 2019; Agati 2021). Come già sosteneva De Martino nel 1977, la crisi dell’Io non deriva da una sua fragilità costitutiva, ma dalla perdita di orizzonti simbolici per l’agire, legata a una progressiva anestesia nei confronti di ciò che ci circonda: una separazione dall’intera attività sensibile che espone continuamente i soggetti alla crisi.
In altre parole, abbiamo smarrito la capacità di sentire ciò che accade intorno a noi e la fuga appare come l’unica via possibile, nella prospettiva di una liberazione dal mondo. Proprio qui si annida un enorme fraintendimento: l’idea che la libertà coincida con il distacco. Ma una diserzione che non si accompagni alla consapevolezza dei sistemi di dominio che ci attraversano ma soprattutto della nostra interconnessione, rischia di ridursi a pura cattura e individualismo. Quello che voglio dire è che, in definitiva, questo disertare slegandosi finisce spesso per alimentare ulteriori stati di separazione e una prassi negazionista mortifera che in fin dei conti non esce mai veramente dal sistema, come se non vi fosse più spazio per la potenza destituente dell’immaginazione (Agamben 2013).
Scrive Tiqqun nell’illuminante Il bell’Inferno: «Vediamo bene che, per il momento, a partire dai loro limbi, le forme-di-vita restano nel più temibile caos. E che è la sensazione di questo caos, così come il loro attaccamento a questa stupida idea di libertà, a gettare i nostri contemporanei nella rete dei dispositivi» (Tiqqun 2004, p. 80).

In questo stato del presente, diventa sempre più urgente fermarsi a interrogare il senso del nostro operare e del nostro abitare temporaneo su questa Terra al tramonto. Domandarsi, dal profondo del nostro cuore: perché siamo diventati così disincantati, al punto che le nostre menti razionali si popolano di fantasie di fuga? Quale idea di libertà stiamo inseguendo attraverso queste diserzioni? È davvero possibile sottrarsi ai sistema di cattura senza cadere, ancora una volta, in una forma impoverita, illusoria e, in fin dei conti, liberale di libertà? E, soprattutto, come interrompere questa catena di attaccamenti asfissianti per tornare a entrare in relazione?

Escapologia 

“La libertà diventa il diritto di non essere privato dei legami che fanno esistere […] occorre sostituire la vecchia opposizione tra attaccati e slegati con la sostituzione dei cattivi attaccamenti con i buoni […] Questo è almeno il nuovo progetto di emancipazione altrettanto potente del vecchio e molto più credibile dato che ci obbliga a non confondere più vivere senza dominio e vivere senza attaccamenti”
(Latour, 2000, p. 10)

Se la fuga rischia di trasformarsi in esilio e la diserzione in ulteriore separazione, le risposte non possono che nascere da un posizionamento situato e viscerale, in un punto del nostro corpo a metà tra la pancia e il cuore, lì dove tutto ribolle. Per noi practictioners dell’arte (magica) abituate^ all’andirivieni tra teoria e pratica con l’urgenza di spazializzare e far atterrare i temi nel reale, il problema delle vie di fuga non è soltanto esistenziale, ma insieme ontologico, politico, estetico, etico e, inevitabilmente, progettuale. Posizionandomi all’incrocio tra architettura, studi urbani e pratica artistica per me fare ricerca significa sperimentare un campo di vettori progettuali che, valicando gli opprimenti confini delle discipline, destituiscano i sistemi di dominio che le hanno prodotte per riaffiancarsi ad esse solo successivamente e in modo disallineato.  Di fronte allo spettacolo del tramonto della Terra a cui stiamo assistendo, dal mio posizionamento specifico, l’urgenza non è tanto disertare nel senso di allontanarsi, isolarsi, separarsi quanto piuttosto  fare spazio a luoghi e situazioni in cui è possibile sperimentare un insieme di tecniche leganti: punti di imbastitura in cui un filo ecrù entra ed esce dalla tela ad intervalli leggeri ma mai approssimativi, riunendo provvisoriamente due lembi separati in attesa di una cucitura più profonda. Voglio dire che, per andare oltre la cattura non basta sottrarsi: occorre rilanciare, letteralmente gettare avanti il cuore oltre l’ostacolo e trovare una nuova via per il progetto architettonico e urbano, ma anche per lo statuto dell’opera d’arte. A questo esercizio do il nome di progetto magico, dove il tema è esattamente quello di indagare la possibilità di sperimentare nuovi stati d’unione magici in cui fare esperienza dei legami con le forze della vita in sé, in opposizione allo stato di separazione imposto dal lungo processo di disincanto del mondo.
All’inizio del Novecento l’illusionista francese Harry Houdini iniziò a mettere in scena delle evasioni d’artista. Da Parigi a New York si esibì con grande successo mentre si liberava da manette, catene, camicie di forza. Appeso a testa in giù ad una corda, immerso nell’acqua o sotto gli occhi del pubblico, Houdini sviluppò un’arte raffinata in cui il pubblico assisteva a bocca aperta alla messa in scena delle fughe. In ogni situazione di cattura capì che era necessaria una forza diversa o un modo particolare per fuggire: in alcuni casi altri nodi venivano legati in supporto della fuga, in altri ricorreva a chiavi o bastoncini opportunamente nascosti, in altre ancora usava semplicemente il corpo e il respiro per creare più spazio intorno a sé. A quest’arte venne dato il nome di escapologia. Similmente, la mia proposta è quella di immaginare un’escapologia del presente che non trascenda la fuga dal dominio in privazione di legami, ma rintracci forze istituenti e vie di fuga materiali da attivare nelle diverse situazioni di cattura. Dunque il progetto magico proposto è un manuale di nodi: un invito a immaginare spazi magici in cui ripristinare stati d’unione estetico-politica. La ricerca, in tale progetto, è chiamata a farsi nocchiera attraverso un mondo diviso, sperimentando un andirivieni – tra il dentro e il fuori, tra l’arte e la politica – che includa la possibilità di andare oltre la vita ordinaria delimitando zone autonome, eppur interrelate, in cui sperimentare nuove forme di legami, il nostro essere entangled, intricate^, impigliate^, coinvolte^. Come scrive Federici (2018), «il re-incantesimo del mondo implica ricollegare ciò che il capitalismo ha diviso, […] di sfuggire all’attrazione gravitazionale del capitalismo e di ritrovare un senso di integrità nelle nostre vite». In molte pratiche contemporanee, consapevoli o meno, è proprio questa capacità tessile che si sta riattivando: un lavoro immanente di ricomposizione materiale e simbolica di ciò che fino ad oggi è stato separato o unito solo esternamente per reductio ad unum (Agati 2021).
Spiegando meglio il senso di quella stupida idea di libertà, segue il testo di Tiqqun: «Ammettiamo a fatica di essere legati, poiché siamo posseduti da un’idea estetica della libertà. Un’idea di libertà in quanto distacco. […] La libertà non risiede nell’affrancarsi da ogni legame, ma nell’apprendere l’arte di legare e slegare […]. Quest’arte da sempre è reputata magica. […] E ci immaginiamo quale terribile forza abbiano tra le mani coloro che, collettivamente, elaborano il gioco delle forme-di-vita da cui sono affetti» (Tiqqun 2004, pp. 79-80).

Allora ripartire dall’arte di fare i legami significa dare spazio alla possibilità di sfuggire alle catene imposte dal tecno-capitalismo che tutto trascende e imprigiona, senza rinunciare alla potenza che i legami stessi custodiscono. Forse questo è il segreto che l’arte e la magia sembrerebbero sussurrarci: che la libertà non coincide con il distacco e che vivere senza dominio non significa – come vorrebbe una certa presunzione moderna – vivere senza attaccamenti.

Ritorno al nodo

“L’arte di fare nodi, culmine insieme dell’astrazione mentale e della manualità, potrebbe essere vista come la caratteristica umana per eccellenza, quando e forse più del linguaggio”
(Italo Calvino, 1984)

Tredici nodi per iniziare, Natalia Agati, 2024.

Se l’escapologia del presente implica un diverso modo di sottrarsi alla cattura, allora non può che passare da un ripensamento radicale dei legami. Immaginare forme di diserzione significa, in questo senso, immaginare spazi destituenti in cui ripristinare stati d’unione estetico-politica simili a nodi: configurazioni temporanee, situate, capaci di tenere insieme ciò che è stato separato senza ricadere in forme rigide o totalizzanti. La fuga, allora, non consiste nel tagliare i legami, ma nel reimparare a tesserli. Fare amicizie, Delimitare un’atmosfera, Rendere visibile l’invisibile, Esercitare la presenza, Fare cortocircuito, Maneggiare l’efficacia simbolica, Accogliere l’inatteso, Desplazarse/provare piacere, Aprire varchi, Vanishing act, Rianimare la materia e il non-umano, Divenire minore, Illudere senza ingannare sono solo i primi tredici nodi che ho individuato, a partire da un’indagine interna alle pratiche che nel corso degli ultimi anni ho sperimentato all’interno delle collettività di ricerca estetico-politica di cui ho fatto parte [1].
Ma perché parlare proprio di nodi per formulare un’escapologia che disfi il presente? La prima risposta generica, la più intuitiva, è che l’uso di questa tecnica ci conduce direttamente nel fare pratico dell’arte di legare e slegare, dandoci dei dettagli preziosi sulla natura dei legami che le sperimentazioni in questione intessono. Il nodo, infatti, non è solo una metafora, è una tecnica. Implica una sequenza precisa di azioni, situata in un contesto specifico. È un gesto che produce effetti reali. In questo senso, è anche un’esperienza della soggettività. Non a caso Jacques Lacan, nella fase finale del suo lavoro, ricorre alla topografia dei nodi non tanto per chiarire o a dimostrare, quanto per offrire supporto imprescindibile a chi si avventura in una messa in contatto. Allo stesso modo, le tecniche qui evocate non intendono restare sul piano metaforico, ma vogliono costituire una cassetta degli attrezzi per chi cerca di progettare vie di fuga capaci di reinventare il nostro modo di abitare i mondi, oltre l’impianto dualista che il nostro mondo ha imposto.
Se ci fermiamo un attimo a pensare, poi, diventa evidente anche un altro aspetto. Avete mai provato a navigare, ad arrampicare o a campeggiare senza fare neanche un nodo? In molti contesti o situazioni i nodi non sono un optional ma sono una tecnica necessaria alla sopravvivenza. Il progetto magico, infatti, si ripromette di liberare il progetto moderno e disincantato dall’equivoco dell’utilità e torcere la sua logica cartesiana attraverso una serie di tecniche che passano dall’inutile al necessario, senza passare per l’utile. Inoltre i nodi sono sempre pratiche situate. Aprendo un manuale di nodi, si scopre che ogni contesto richiede un nodo diverso: esistono quelli più adatti ad arrampicare, a campeggiare, a navigare, a pescare, a decorare, a costruire o a salvare. Allo stesso modo, in ogni contesto di cattura specifico in cui ci troviamo – materiale o immateriale che sia –, sarà più opportuno adoperare una tecnica legante piuttosto che un’altra o una serie di esse. Non esiste un unico modo di legare: esiste una pluralità di gesti, ciascuno adeguato a una condizione specifica, lì dove è avvenuta una scissione, uno scollamento.
Questo ci porta a una questione decisiva: la metafora del nodo non è un semplice esercizio di stile, bensì ci dà indicazioni fin da subito sulla natura dei legami che si vogliono attivare. In questo senso, è particolarmente illuminante il lavoro di Tim Ingold (2015), che parla di un possibile “ritorno al nodo” descrivendolo attraverso ciò che non è.
Innanzitutto «Il nodo non è un mattone» (Ingold, p. 23). Non produce strutture rigide ed esplicate, composte da elementi separati e assemblati dall’esterno. Al contrario, i nodi che qui interessano danno forma a anti-strutture implicate: configurazioni in cui ciò che era stato separato dal disincanto torna a essere tessuto insieme dall’interno, in legami sostanzialmente liberi e annodati in modo da poter continuare a legarsi, fluidamente capaci di moltiplicarsi.
Inoltre «il nodo non è una catena» (ibidem). A differenza delle catene, costituite da elementi rigidi e vincolanti, questi legami possono sciogliersi quando la tensione viene meno. Si tratta di organismi temporanei che si costituiscono nell’andirivieni tra lo stare e l’andare per rispondere a esigenze specifiche creando momenti qualitativamente notevoli sulla base di legami comunitari. Le bande nomadi così legate sono sempre pronte a trasformarsi, a slacciarsi, quando quello stato d’unione non è più necessario mantenendo però traccia delle relazioni che le hanno attraversate, perché gli stati d’incontro entrano a far parte del vissuto collettivo di questa anti-struttura.
Infine “il nodo non è un contenitore” (ibidem). Le comunità che emergono da queste pratiche non sono chiuse, ma fluide, porose e permeabili, stabiliscono una relazione estetica e interrelata con ciò che le circonda, compreso il lato più perturbante. I centri magnetici in cui si incontrano le bande hanno spesso un dentro ben chiaro e riconoscibile che però viene permeato dal fuori, dai contesti in cui esse si inseriscono. L’interfaccia svanisce, le capacità percettivo-sensoriali corporee si estendono e si crea un interstizio in cui temporaneamente inventare magneti collettivi, a partire dai quali elaborare un progetto immanente – laterale, inclinato e incompleto – che possa rendere materialmente possibile un non-ancora elaborato e scritto, dei not yet o dei yet to come creativi e prefigurativi (Boano 2020). Grazie a questo potente gioco di creazione si imbriglia il caos, convogliando i propri vissuti affettivi individuali in magneti politici in cui coltivare il sentire come un sentiero prezioso che rende attraversabile l’indeterminato.

Ora, prendete in mano una corda, legatevi, slegatevi, legatevi ancora e iniziate a disertare. 

Note
[1] Penso prima di tutto ad -ATI, collettivo dalla natura cangiante, poco inquadrabile e tendenzialmente sfuggente, che ho co-fondato e con cui all’incirca dal 2013 perpetuo un prezioso e complesso sforzo d’invenzione e di critica, conducendo ricerca indipendente. Ma un pensiero va anche alle sperimentazioni condivise con -DOM e con il collettivo temporaneo di Roma Non Esiste, agli orizzonti filosofici e psicoanalitici indagati con Piudidue, alle origini nomadi di Stalker e Laboratorio Arti Civiche, ad AutLab e all’Assemblea Permanente di Architettura, alle prime emersioni a cui sono sempre grata.

Bibliografia

Agamben G., Elementi per una teoria della potenza destituente, conferenza letta durante il seminario Défaire l’Occident organizzato dal collettivo di Tarnac (Francia), nell’estate 2013.
Agati N., L’arte di legare. Incanto, estetica del disincanto, reincanto critico, in «Pólemos II», no. 2 (2021): 157-180. https://www.rivistapolemos.it/larte-di-legare-incanto-estetica-del-disincanto-reincanto-critico/.
Boano C., Progetto Minore. Alla ricerca della minorità nel progetto urbanistico ed architettonico, Lettera Ventidue Edizioni, Siracusa, 2020.
Calvino I., Ditelo con i nodi, in Collezione di sabbia, Oscar Mondadori, 1984.
Consigliere S., Archeologia della dissociazione, saggio in Strumenti di cattura. Per una critica dell’immaginario tecno-capitalista, Jaca Book, Milano, 2019.
De Martino E., La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (1977), nuova edizione a cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2019.
Federici S., Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons (2018), Ombre Corte, Verona, 2021.
Latour B., Factures/fractures. De la notion de réseau à celle d’attachement in André Michould et Michel Pironi (2000), “Ce qui nous relie”, Ed. de l’Aube, La Tour d’Aigues, pp. 189-208, trad. Ita a cura di Piero Coppo, Fatture/fratture: dalla nozione di rete a quella di attaccamento, in “i Fogli di ORISS”, n.25, 2006, pp. 11-32.
MacLeish A., A Reflection. Riders on the Earth Together, Brothers on the Eternal Cold, in «The New York Times», 25 dicembre 1968.
Magatti M., La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto, Feltrinelli, Roma, 2012.
Moore Jason W., Capitalocene o Antropocene? Scenari di ecologia-ondo nell’era della crisi planetaria, Ombre Corte, Verona, 2017.
Morawski T., The map: a medium of perception. Remarks on the relationship between space, imagination and map from Google Earth, Aisthesis 13(2), 2020, pp. 185-197.
Taussig M., Il diavolo e il feticismo della merce. Antropologia dell’alienazione nel capitalismo (1980),  DeriveApprodi, A cura di Consigliere S., Solerio A. e Fabiano E., Roma 2017.
Tiqqun, La comunità terribile. Sulla miseria dell’ambiente sovversivo, DeriveApprodi, Roma, 2003.
Tiqqun, Il bell’inferno (2004), in “La fête est finie”, trad. it. a cura di Marcello Tarì, in “Pòlemos I.” n. 1, Donzelli Editore, 2020, pp. 69-82, pp. 71-73.
Turri E., Il paesaggio come territorio. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Marsilio, Venezia, 1998.

Natalia Agati è artista, architetta, urbanista e ricercatrice PostDoc presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Roma Tre,  con una postura critica. Tra le molteplici collaborazioni internazionali con gruppi di ricerca, università, istituzioni culturali e realtà indipendenti, oggi insegna nel Master Environmental Humanities (Università di Roma Tre), è lecturer presso la University of Arts Linz e immagina nuove forme di vita con  il collettivo artistico -ATI di cui è co-fondatrice. I suoi ultimi libri sono: Trojan Horse Exit Strategies. A compendium inside the belly of contemporary art institutions (con M. Locci, B. Tuna, M. Yucel, Set Margins, 2026) e Roma. Out of Place (con D. Gentili, F. Careri, G. Carbone, G. D’Alia, G. Dettori, E. Fabbri, Mimesis, 2026).