§Disertare
Disertare la maternità come unico destino. Madri e corpi di madri negli albi illustrati
Elena Fierli, Sara Marini, Giulia Franchi - Scosse

(Anti)capitalismo e rivoluzione riproduzione

«Riflettere in modo critico sul desiderio individuale di maternità implica assumerlo come risultato di un fenomeno sociale e ideologico. Non si tratta di opporre maternità e non maternità, ma di interrogarsi su che cos’è che sostiene il discorso che converte la maternità nel centro simbolico di ciò che si intende per femminile» [1] (Tadeo López e Villar, 2026)

Non lasciano spazio al dubbio, Gemma Tadeo López e Mari Villar, quando parlano di desiderio di maternità come di una costruzione sociale che, con un cappello che cambia di epoca in epoca e di situazione in situazione, mantiene il suo ruolo di controllo sul corpo e sull’autodeterminazione delle donne. Un controllo che si è fatto sempre più raffinato, che a seconda dell’occasione si maschera da libertà di scelta, determinismo o pressione sociale e che, in qualunque caso, nasconde una profonda –  quanto difficile da sradicare –  base essenzialista ed egemonica.
La narrazione contemporanea della maternità, se la guardiamo da fuori, sembra piena di contraddizioni: opinioni e tendenze che ci parlano di maternità come scelta individuale, come azione indotta dalla pressione sociale, come reale conclusione di un percorso di autodeterminazione, come costrutto patriarcale. E non esiste un punto di contatto tra queste direttrici che possa dare una visione oggettiva di che cosa sia la maternità e di come sia “giusto” rappresentarla. In media res, in questo caso non esiste!
Esistono, però, una serie di fattori che non possiamo ignorare tanto se ci concentriamo esclusivamente sull’esperienza individuale della riproduzione lasciando da parte la collettività, quantose vogliamo riflettere su quanto cultura e sistema sociale influiscano sulle scelte, le attitudini e le decisioni delle singole.
Nella nostra analisi delle rappresentazioni della maternità nella letteratura per l’infanzia e l’adolescenza e, in modo particolare, negli albi illustrati, partiamo dal fatto che l’idea di maternità (che si intenda come unico destino possibile o come scelta dettata dal desiderio individuale) ha a che fare, in tutte le sue infinite sfumature, con la struttura capitalista, patriarcale e gerarchica della nostra società. Produzione e riproduzione vanno di pari passo; il capitalismo e la società, così come sono organizzati, hanno ancora un inesauribile bisogno di forza lavoro: per questo riprodursi diventa un dovere delle donne, il loro corpo è l’unico che può definire il preservarsi della specie umana e solo una scelta egoista e incosciente porta alcune di loro a rifiutare questo ruolo.
Ovviamente, il discorso rivolto alle donne, negli anni è cambiato, e basare la pressione e il giudizio sociali solo sulla colpevolizzazione non funziona più come prima.
Le  persone socializzate come donne, come collettivo ampio e tanto eterogeneo, hanno più strumenti (intellettuali e scientifici) e sono più determinate a costruire il proprio futuro in base ai propri desideri reali, schivando come possono la pressione sociale, le domande e gli sguardi giudicanti di parenti, amici, datori di lavoro, ma anche di sconosciuti incontrati per caso.
I femminismi tanto hanno riflettuto e lottato per l’autodeterminazione, per politiche giuste che regolino la salute sessuale e riproduttiva delle donne, per la libertà sessuale e di scelta. Hanno inserito nell’analisi della maternità una prospettiva intersezionale che guarda anche ai temi della lotta di classe, del razzismo e dell’abilismo,per citarne solo alcuni.
Nonostante questo, si trovano comunque a fare i conti con muri di gomma differenti che stanno dentro e fuori dalle pratiche femministe. Il primo muro è costituito dal vecchio (ma sempre attuale) refrain che ci parla di “istinto materno” o di “orologio biologico”; dalla lotta conservatrice, patriarcale e suprematista contro le leggi che regolano l’interruzione volontaria di gravidanza;  da un’opinione pubblica manipolante e manipolata da dati scientifici falsati, retaggi cattolici e conservatori, così come da progetti e programmi politici che tendono continuamente a ripristinare maggior controllo sui corpi femminili (Weigel, 2016).
Altro tipo di barriera è costituita  dalla lettura della maternità come scelta di autodeterminazione, che spesso sorvola (a volte in modo pericolosamente superficiale) sui cambiamenti che avvengono in seguito alla scelta di procreare, come se i rapporti di oppressione e privilegio non cambiassero (per esempio nelle relazioni di lavoro), come se i corpi non cambiassero, come se non cambiassero i parametri con cui ci si relaziona con il fuori. Queste madri sembrano assumere un ruolo ancestrale e oggettivamente unico (quello di Madri, appunto), “naturalmente” spinte da un forte desiderio di partorire con dolore, che viene spettacolarmente trasformato in piacere, di condividere il proprio spazio (anche quello più intimo del riposo) per un tempo indeterminato con la propria prole, di considerare il desiderio di maternità non come un costrutto culturale e sociale, ma come un percorso individuale che le porta ad affermarsi nel mondo.
Quindi, da un lato ci troviamo di fronte a una parte della società che ancora batte sul tasto del senso di colpa, sull’idea del vuoto dovuto alla scelta di non avere figli e di realizzazione dell’amore romantico attraverso la costruzione di una famiglia. Dall’altro lo scenario è quello di una maternità intensiva ma autodeterminata, non più proposta unicamente come obbligo o come sola possibilità di stabilità e riconoscimento sociale, ma come esplosione del potere generativo del corpo femminile, gesto determinato e coraggioso di empowerment e affermazione del proprio essere “donna”.
Il punto di partenza diventa, quindi, il desiderio: ma da chi o da cosa è determinato? Quanto risponde a un “istinto naturale” e quanto è frutto della costruzione culturale e sociale del pensiero?
Secondo López e Villar è il sistema stesso, di cui facciamo parte, che ci spiega che il desiderio di maternità è dettato dalla nostra natura, dalla nostra presa di coscienza di quanto sia questa a dettare il ritmo, della bellezza e dalla forza che fare figl* comporta e genera.
Un modello che ha cambiato il proprio linguaggio e che mette il focus su quanto sia antico (e sciocco) pensare che la maternità sia una scelta imposta, ma che al tempo stesso perpetra e rinnova il controllo sul corpo femminile, così come lo fa con la skincare o con la pancia piatta per la “prova costume”.
Il marketing della maternità – fatto di prodotti imprescindibili, che producono movimenti di milioni di dollari nel mercato della fecondazione assistita e che, in seguito, genera una sorta di ossessione per lo stimolo di skills  e talenti che non sapevamo nemmeno esistere – ci spiega che una buona madre riesce a prendersi cura delle persone piccole e organizzare il proprio tempo affinché tutto il resto rimanga intatto, dal lavoro alla vita di coppia, dalla forma fisica al nutrimento intellettuale. Ci dice anche che una buona madre trova tutto questo dentro alla sua famiglia e alla sua esperienza individuale, senza bisogno di farne una questione collettiva o, ancor meno, politica.
Ed è ancora l’industria della maternità che ci rivela come un fantomatico “orologio biologico” [2] ticchetta dentro di noi, affinché organizziamo tutta la nostra vita per non perdere l’occasione di essere madri, diffondendo dati non sempre certi sul periodo di fertilità delle donne, senza mai affrontare il tema della fertilità degli uomini, proponendo soluzioni (come, per esempio, la fecondazione in vitro) non sempre adatte alla situazione e sempre molto costose dal punto di vista economico e delle conseguenze sui corpi delle donne che si sottopongono a tali trattamenti (Weigel, 2016).
Desiderio di maternità (indotto?) e pressione sociale si mescolano, nella narrazione contemporanea del femminile, con tutti gli elementi che caratterizzano gli assi di discriminazione più evidenti: il classismo, il razzismo, la precarietà del lavoro e della casa, l’instabilità politica del mondo. Se torniamo allarticolo di López e Villar, vediamo come le autrici sottolineano quanto la maternità, vista da una prospettiva di classe, non segua la stessa traiettoria per tutte: il desiderio e la possibilità reale di essere madre non viaggiano sullo stesso binario quando si tratta di donne appartenenti alla classe lavoratrice (operaia o precaria che sia) o alla borghesia. Per le prime, vale ancora oggi l’imposizione capitalista della riproduzione, per le altre si tratta di una scelta personale, più o meno indotta dall’ambiente ma che resta individuale. E questo riguarda sia l’essere madre, sia le aspettative che precedono e conseguono a questa scelta.
Ovunque ci posizioniamo in questa equazione, per esperienza politica o personale, resta il fatto che il tema della maternità e dell’autodeterminazione dei corpi sono temi centrali, sia nel discorso transfemminista, sia nell’analisi delle rappresentazioni che facciamo, appunto, con questa prospettiva transfemminista e intersezionale.
Cosa raccontano gli albi illustrati sulle madri? La narrazione proposta dalla letteratura per l’infanzia e l’adolescenza resta vincolata all’idea di destino unico o propone vie d’uscita? Cosa significa essere “madri dissidenti”? Ci possiamo limitare all’essere madri o al non esserlo?

Educate per essere madri?

“Ho 37 anni e non sono ancora adulta”. Sono queste le parole che Catherine Gauthier, canadese, fa pronunciare alla protagonista della sua graphic novel (in parte autobiografica) Je pense que q’en aurai pas (Credo che non ne avrò). Una storia intima e collettiva insieme, tutta disegnata a matita, con un tratto delicato e, al contempo, determinato, che narra la decisione della protagonista di non avere figli. Il filo rosso della sua storia si intreccia con altre storie di maternità, voluta, negata, sofferta, gioiosa che sono solo narrate, non illustrate. Un libro per persone adolescenti e adulte, che parla di sensi di colpa, di pressione sociale, di invisibilizzazione da un lato delle donne non madri, dall’altro delle madri rispetto ai propri figli e figlie. 

Catherine Gauthier, Je pense que q’en aurai pas 2023 / ph. Elena Fierli

Je pense que q’en aurai pas ci mette di fronte a quella che è la condizione di migliaia di donne che, nonostante il ticchettio dell’orologio biologico, decidono di non avere figli e che, qualunque sia la ragione della loro decisione, si trovano a fare i conti con la pressione e il giudizio sociali, con gli sguardi sospettosi di parenti e amici, con il senso di colpa che di tanto in tanto si presenta come se avessero, volutamente e sbadatamente, infranto un sogno di bambine, tradito un’aspettativa o, più banalmente, sbagliato. E fa emergere quanto sia doloroso e spiazzante non tanto il “vuoto” causato dal non avere figli, quanto il non essere riconosciute come donne complete e realizzate se la vita ci ha portato verso un’altra direzione rispetto alla maternità. Una storia che ci fa inciampare sui nostri stessi pregiudizi e che fa riflettere sul mito della maternità e dell’amore romantico, perché da lì vengono sia l’idea di maternità come traguardo di un percorso di coppia sia l’idea dell’istinto materno che dovrebbe appartenere, per loro propria natura, a tutte le donne.
Il concetto di repronormatività, cioè il dare per scontato che chiunque (soprattutto se eterosessuale e in una relazione stabile), per il solo fatto di avere un utero, proverà sicuramente nel corso della sua vita il desiderio di diventare madre (Franke, 2001; Weissman, 2017), definisce una dinamica sociale profondamente radicata sulla quale si fonda gran parte della nostra cultura. I parametri che indica Katherine Franke nel 2001, riprendendo il concetto di eteronormatività coniato da Judith Butler nel 1990, sono sostanzialmente questi: se c’è una coppia cis-eterosessuale deve esserci riproduzione, perché questa viene percepita come “naturale”, altrimenti il precetto sociale non si compie e crollano quei valori su cui si basa un sistema che è chiaramente patriarcale ed egemonico ma che è stabile e rappresenta, a suo modo, una comfort zone. (Franke, 2001, p. 185). Weissman va oltre l’analisi di Franke e afferma che se i movimenti femministi hanno già faticosamente messo in discussione leteronormatività, non sono riusciti a intaccare ancora ciò che viene percepito come la “inevitabilità biologica” della riproduzione, ovvero la maternità. (Weissman, 2017, p. 292)
Una società repronormativa, quindi, non solo discrimina le donne che decidono di non avere figli o che non possono averli, ma sminuisce e inferiorizza il ruolo delle donne, presentate come spinte da un unico istinto, quello di riprodursi e prendersi cura dei propri figli. Una tendenza “naturale” che implica una “naturale” incapacità di uscire dalla gabbia di questo medesimo ruolo (Beauvoir, 1949; Weissman, 2017; Rippon, 2020) e, quindi, una “naturale” inferiorità rispetto a chi può ricoprire e addirittura inventarsi ruoli sempre diversi ed estremamente eccitanti: ovvero l’uomo bianco, sano, benestante.
La formula perfetta dell’invisibilizzazione diventa, quindi, quella dell’etichetta di “buona madre”, silenziosa, accogliente, efficace, sempre pronta e sorridente, capace non solo di riconoscere ma addirittura di anticipare i bisogni dei propri piccoli. Diventa quasi impossibile non citare John Berger (Ways of seeing, 1972) per ricordare che, vista da qualunque punto, l’educazione delle donne è costruita affinché i loro corpi e i loro atteggiamenti possano essere guardati da uno sguardo maschile (Berger, 1972: 46). Solo così, rispecchiando i parametri del male gaze le donne (e i loro corpi) trovano un riconoscimento e, finalmente, un posto nel mondo.
Sfogliando gli albi illustrati, vediamo che esiste una tradizione (non troppo ricca, purtroppo) di personagge che, pur perfettamente inquadrate del loro ruolo di mogli e madri, rompono le catene della maternità vista come annullamento della propria persona e unico destino possibile. Sono madri che si autodeterminano rischiando tutto ciò che hanno per uscire da situazioni asfissianti e sfiancanti di cura e attenzione per la propria famiglia ripagate da una totale assenza di riconoscimento.
Pensiamo alla madre della famiglia Maialozzi (Il Maialibro di Anthony Browne), che ha su di sé l’intero carico organizzativo della casa, del marito e dei figli e che un giorno decide di non tornare a casa lasciando i tre personaggi maschili abbrutiti e abbattuti e così tanto incapaci di organizzarsi da trasformarsi in veri e propri maiali. E pensiamo alla storica mamma di Una fortunata catastrofe (Turin, Bosnia, 1975), che salva da un’improvvisa inondazione tutta la sua famiglia di topolini e insegna loro non solo a saper improvvisare per risolvere i problemi, ma anche i concetti fondamentali di cooperazione e mutuo soccorso. La signora Fiorentina Ratti – tra le poche madri degli albi illustrati ad avere un nome -) ha vissuto fino a quel momento in silenzio e nell’ombra di un marito fanfarone, supponente e molto ingombrante. La sua capacità di resilienza è però così potente che lo stesso marito scende dal piedistallo e capisce, perché non è mai troppo tardi (?), che solo dentro a una relazione alla pari si può essere davvero soddisfatti di sé e della propria famiglia.
Sono degli ultimi venti anni, le storie in cui cominciano ad apparire quelle madri che non sono “buone madri”, che sbagliano, si arrabbiano, sono stanche o vogliono uscire dalla spirale infinita del prendersi cura di qualcun altro. Urlo di mamma (Bauer, 2008) racconta la rabbia, la perdita di controllo e tutto il percorso da fare per ricostruire ciò che si è appena rotto. Una madre amorevole che ha ceduto alla sua perfetta imperfezione: si è arrabbiata e ha urlato. Più che comprensibile!
Astrid Desbordes e Pauline Martin ci regalano, con il libro Mi vorrai sempre bene, mamma?, una madre che vorrà per sempre bene al suo bambino anche “quando non te lo dimostro”, anche “quando fai a modo tuo”, anche “quando non sei nei miei pensieri”. Un modo per sottolineare quanto i precetti sociali impongano alle madri una serie di modelli di comportamento sempre contenuti, accoglienti, pronti ad annullarsi per la gioia o per il volere di chi le circonda. Precetti che rendono le madri riconoscibili solo se classificabili nella categoria di “buone madri”, un concetto che si abbatte sulle donne  come un macigno marginalizzante di pregiudizi, sensi di colpa, retaggi moralisti,. Una categoria che mette davanti a tutto annullamento e sacrificio e che non ascolta né ammette, anzi che rifiuta e sanziona, qualunque tipo di fragilità, difficoltà, dubbio.
Tra le maternità che si discostano dal mito della madre perfetta e che controlla, troviamo la mamma di Noa, protagonista di Un giorno sbadato (Lundberg, 2023), che in una frenetica corsa contro il tempo (e con tutti gli imprevisti che la fretta  comporta) riesce a comprare con Noa il regalo perfetto per la sua amica Alma e ad arrivare alla festa di compleanno con un ragionevole ritardo, per scoprire che la festa è in realtà il giorno dopo! Ma una mamma un po’ distratta, è davvero una pessima madre?

Ora si, ti riconosco…

Per concludere questa breve, non esaustiva e decisamente soggettiva carrellata di albi che in tanti modi diversi mettono  in discussione il concetto di maternità, non possiamo citare due madri completamente divergenti tra di loro. La madre di Julie in Storia di Giulia che aveva un’ombra da bambino (Bruel, Bozellec, 2017 [1975]) e la madre protagonista dell’albo Ma maman est bizarre (Victorine, Gogusey, 2021prestissimo in Italia per i tipi di Fatatrac). Tanto la prima è sanzionatoria e limitante, ingabbiata in una visione di persona adulta che non ascolta, minimizza e sparge giudizi e divieti, quanto la seconda è queer, coinvolta nel suo ruolo di cura della piccola persona che ha generato e, insieme, riesce a godersi le feste, la rete di amicizie e a trasmettere i propri valori di vita.

Camille Victorine, Anna W Gogusey, Ma maman est bizarre, La ville brûle 2021 / ph. Elena Fierli

È necessario e urgente, quindi, anche nell’ambito della letteratura per l’infanzia e in quello, ancora più ristretto, dell’analisi delle rappresentazioni della maternità negli albi, rompere le gabbie del patriarcato e superarne parametri e imposizioni. Bisogna superare i modelli che vogliono donne e madri ancorate a una visione del proprio ruolo che non le definisce, modelli di una società che costruisce attorno a loro desideri e ingiunzioni che continuano a eternizzare un controllo sempre più asfissiante sui loro corpi e sulla loro capacità di autodeterminarsi.

Note 

[1] “Reflexionar críticament sobre el desig individual de maternitat implica entendrel com el resultat dun fenomen social i ideològic. No es tracta doposar maternitat i no maternitat, sinó dinterrogar què sosté el relat que la converteix en el centre simbòlic del que sentén per feminitat.” Traduzione delle autrici.
[2] Il termine “orologio biologico” è stato coniato da un gruppo di scienziati statunitensi negli anni Cinquanta per descrivere i ritmi circadiani e il bisogno di riposo dettato dal corpo umano. A partire dalla fine degli anni Settanta, invece, si utilizza con grande consapevolezza politica, solo per ricordare alle donne quanto sia importante per loro riprodursi, dando per naturale un desiderio e un istinto costruiti a tavolino da una società sempre più in bilico tra il rispetto di ruoli tradizionali e conservatori e la ricerca di soluzioni di autodeterminazione da parte delle donne, che mettono necessariamente in discussione proprio quei ruoli. Si veda, su questo tema, l’articolo di Moira Weigel pubblicato nel 2016 sul numero 1170 di Internazionale.

Bibliografia

Berger J., Ways of Seeing, Penguin 1972.
De Beauvoir S., Le deuxième sexe, Gallimard, 1949.
Fierli E., Dalla parte delle bambine, in S. Sola, P. Vassalli (a cura di). I nostri anni Settanta. Libri per ragazzi in Italia, Corraini, 2014.
Fierli E., La madre di Cappuccetto Rosso era felice? Linfluenza delle rappresentazioni della figura materna nei libri illustrati nella crescita e nella costruzione dellidentità di genere, in A. Vínguez, J. Saez (a cura di), Humanidades y comunicación desde una perspectiva de género. (pp. 326-370), Tirant lo Blanc ediciones, 2025, epub.
Fierli E., Franchi G., Marini S., Vedere per capire. Generi, corpi e sessualità, i processi di socializzazione, normalizzazione e significazione osservati attraverso i libri illustrati del progetto Fammi Capire”, in «Scuola democratica, Learning for Democracy», 1/2025, pp. 67-86, 2025.
Franke K. M., Theorizing yes: An essay on feminism, law, and desire, in «Columbia Law Review», 101, pp. 181–208, 2001.
Guillaumin C., Le corps construit, in Sexe, race et pratique du pouvoir, (pp. 117-142), côté-femmes éditions, 1992.
Hays S.The cultural contradictions of motherhood, Yale University Press, 1996.
Rippon G., El género y nuestros cerebros: La nueva neurociencia que rompe el mito del cerebro femenino, Galaxia Gutenberg, 2020.
Tadeo López G., Villar M., El feminisme de classe i el desig de maternitat, in «La Directa», rivista online, 2026.
Vassallo B., Desocupar la maternidad, in «Pikara Magazine», rivista online, 2014.
Weigel M., Labor of love: the invention of dating, Farrar, Straus and Giroux, 2016.
Weigel M., La trappola dell’orologio, in «Internazionale», 1170/2016, anno 23, pp. 42-49, 2016.
Weissman A. L., Repronormativity and the Reproduction of the Nation-State: The State and Sexuality Collide, in «Journal of GLBT Family Studies», 13(3), 277-305, 2017.


Albi e graphic novel

Browne A., Il maialibro, Kalandraka, 2013.
Bauer J., Urlo di mamma, Nord_Sud edizioni, 2008.
Bruel C., Bozellec A., Storia di Giulia che aveva un ombra da bambino, Settenove edizioni 2017
Desbordes A., Martin P., Mi vorrai sempre bene, mamma?, La Margherita, 2016.
Lundberg S., Un giorno sbadato, Orecchio Acerbo Editore, 2023.
Gauthier C., Je pense que q’en aurai pas,  editions xyz, 2023.
Turin A., Bosnia N., Una fortunata catastrofe, Edizioni Dalla parte delle bambine, 1975.
Victorine C., Gogusey A. W., Ma maman est bizarre, La ville brûle, 2021.

SCoSSE, associazione di promozione sociale, nasce nel 2011 e si occupa di educazione al genere e alle differenze a partire dalla primissima infanzia. Attraverso progetti, laboratori, eventi, contribuisce all’introduzione di un approccio di genere nelle scuole di ogni ordine e grado a partire dal nido. Per contrastare la formazione di logiche discriminatorie e stereotipi, anche relativi ai ruoli di genere in famiglia, nella società e nelle professioni; prevenire e contrastare fenomeni di violenza e bullismo legati alle identità di genere e agli orientamenti sessuali; promuovere un’educazione che consenta di vivere la costruzione della propria identità come desiderio e non come destino.

Tutte le autrici fanno parte di SCoSSE. Elena Fierli,phd in Gender Studies, è esperta in educazione al genere, letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, e rappresentazioni; Giulia Franchi, phd in Scienze dell’educazione, è educatrice museale ed esperta di pedagogia della narrazione e educazione al genere; Sara Marini, phd in Psicologia sociale, transfemminista, ricercatrice e formatrice è esperta in educazione al genere, letteratura per l’infanzia e l’adolescenza e di contrasto alle violenze di genere.