§Re-incanti
Dormi|veglia. Sperimentazioni performative sull’orlo del sonno
di Ida Malfatti

Il gruppo di ricerca transdisciplinare dormi|veglia nasce nel novembre 2023 presso lo spazio di lavoro per le arti performative C32 a Forte Marghera, Venezia, grazie all’ospitalità e al supporto dell’associazione Live Arts Cultures. Il gruppo è composto da Zoe Francia Lamattina (1998, ricercatrice, performer e coreografa), Ida Malfatti (1997, ricercatrice, performer e dramaturg), Chiara Cecconello (1996, performer e sound artist) e Frani Dibiase (1993, danzatrice e coreografa). Si tratta di uno spazio di sperimentazione che indaga, all’intersezione tra teoria politica e i differenti linguaggi delle arti performative, le potenzialità di una scrittura, di un movimento e di una vocalità alla soglia tra uno stato di sonno e uno stato di veglia.

Sperimentazione 1.
Ninnananna, ovvero indagine su una popolare trappola da sonno

C32, Forte Marghera, Venezia, 17 novembre 2023

 

I: Qualcosa di breve e modulare.

C: La ricetta perché rimanga incastrata nello spaziotempo acustico per generazioni: una ninnananna.

Z: Che si impari così, ascoltandola e ripetendola.

F: Che possa cantare anche io che non canto mai.

C: Ora me la invento, la prima che mi arriva. Potrebbe essere:

Chiara Cecconello, 7 dicembre 2025.

Z: Perfetto. Iniziamo così: tu la canti a ripetizione, noi ascoltiamo e quando l’abbiamo presa, ci inseriamo e la cantiamo insieme. L’obiettivo è ripeterla per addormentare le altre.

I: Prima di cominciare, diamoci un tempo. Venti minuti?

F: Ok.

I: Metto una sveglia. Così del tempo si occupa qualcun altro e possiamo stare tutte dentro.

Z: È già partito il tempo?

I: Sì, vai Chiara.

Venti minuti dopo, suona la sveglia. Tutte e quattro, cadute nel sonno, vengono richiamate su, qui.

Z: Stavo sognando.

F: Sì, anche io. Penso di essere caduta quasi subito. Sarò durata due minuti, non credo di più.

C: È stato bellissimo. Tutte le variazioni. Come sono emerse. Come la melodia si è distorta. Gli andirivieni. Le deviazioni e i ritorni. Le modulazioni. E la voce che mutava. Gli attraversamenti di registro. Tutto calante.

I: Ho resistito un tempo che ho percepito come lunghissimo. Ho capito che non mi addormento subito quando ho qualcosa da fare. Mi è successo questo.

Ida Malfatti, 17 novembre 2023.

I: Presa la melodia, l’ho masticata fino a farla mia. La prima a saltare è stata la nota alta. Per economia, chiedeva una presa di fiato che, andando verso il risparmio, ho cominciato ad evitare. Aggirare un ostacolo. Aspettavo che il tempo saltasse e poi mi rimettevo nel percorso. Come quando a scuola in palestra saltavo un giro di corsa nascondendomi dietro al canestro. Poi ho compresso tutto in un’espirazione. Già qui Zoe e Frani non cantavate più, eravate andate. Vi era cambiato il respiro. Eravate andate.

Z: Io che di solito ho problemi ad addormentarmi. Che non è una cosa netta. Invece così, è andata.

F: Mi sono lasciata quasi subito. Sono scivolata nella trappola senza fatica. Avere tante voci che ti accompagnano quando molli gli ormeggi.

I: Quando voi due siete andate via, è cambiata tutta l’atmosfera. Uno stato di mezzo, tra vive e morte. Una ninnananna in un campo di battaglia. 

C: Per tanto tempo siamo rimaste noi due. Non saprei dire quanto tempo. Un tempo indefinito, costellato di ritorni. Un girare in tondo. Un ritornello. Un ritornello che torna ed è differente. Che ogni volta che torna lo riconosci che è già un’altra cosa. Eppure lo riconosci. Che sta già cambiando.

I: E ad un certo punto è diventato Harry Potter. La parte della sigla di Harry Potter che per me è Harry Potter. Penso sia un intervallo solamente. Una relazione tra due toni che, sempre per un principio di economia, ho ricondotto ad una memoria. Come se la memoria di questo intervallo fosse una traccia scavata più profondamente nella mia materia molle, nei miei solchi neuronali. Ho ridotto lo sforzo che ci sarebbe voluto per scrivere nella memoria un nuovo intervallo. Scrivere una memoria nuova è lottare con l’abitudine. E l’abitudine un po’ doveva vincere per riuscire a scendere verso il sonno. Ho ceduto terreno, per continuare a resistere.

C: La memoria come scavo.

Z: Spinoza.

F: La materia molle. La fanghiglia e le impronte.

I: Sì, impronte mai viste prima. Se hai sonno, se sei stanca, è più semplice dire: somiglia ad un cervo, deve essere un cervo. È più faticoso dire: non ho mai visto prima quest’impronta. E poi immaginare le sembianze di un animale fantastico o semplicemente sconosciuto. Inventare tutto a partire dalle tracce lasciate sul fango. In questo senso, riconducendo l’intervallo a quello di Harry Potter, ho ceduto terreno e ho risparmiato energie.

C: Funziona.

I: E poi nel disegno, ci sono tutte le volte che non sono caduta. Le linee con una x sopra sono le deviazioni che ho scelto di non imboccare. Avrei potuto cadere e non sono caduta. O meglio, avrei potuto crollare e invece continuavo a scendere, scivolando ma senza saltare, senza precipitare. Man mano che scendevo, ad un punto che non saprei dire quando e come, è successa una cosa: quasi senza saltare, la voce è diventata interiore, è diventata voce della mente. La voce ha cambiato di stato, di densità e di materia. Non mi sentivo più cantare dalle orecchie, ma sentivo ancora la mia voce. Potevo ascoltarmi nella testa. E la testa non è un luogo metaforico, ma un luogo concreto. Dietro, verso la prima vertebra cervicale, dietro la cavità orale, dietro, c’è uno spazio e cantavo lì. A quel punto ero rimasta sola a cantare. Nel silenzio più totale. Anche Chiara era andata.

C: Sì, ti ho lasciata ad un certo punto.

I: L’atmosfera era terrificante, l’aria elettrica, il tempo che si apre dopo la fine, un tempo denso e nero. Circondata da tre respiri grossi e irregolari, ricordo di aver pensato una cosa come: il mondo è finito / sono la sola rimasta / se lascio, finisce tutto / solo macerie / fare la guardia. E poi è arrivato il mio turno e sono andata.

 

Sperimentazione 2.
Letture distese, ovvero tentativo di irruzione nell’inconscio collettivo

Ex Chiesa di San Cosma e Damiano, Giudecca, Venezia, 6 maggio 2023 / Voliera di Villa Franchin, Mestre, Venezia, 7 luglio 2023 / CSA Spartaco, Ravenna, 3 dicembre 2023 / Raum, Bologna, 7 dicembre 2024 / Festival Ondine e altri sortilegi, Artificerie Almagià, Ravenna, 22 dicembre 2025

 

Z: Facciamolo ancora. Alla fine del microfestival Ondine e altri sortilegi, il 22 dicembre, facciamolo ancora. 

I: Un’altra irruzione. Anche se dobbiamo chiudere presto e gli orari migliori sono quelli tardi, a notte fonda, quando tutto cede. Alla Giudecca, ti ricordi, erano le due di notte. Io stavo per crollare e ancora non ci facevano iniziare. Ero furiosa.

Z: L’unico modo perché tu non dorma alle due di mattina è farti fare qualcosa. Se no, è impossibile, saresti da qualche parte appallottolata a dormire.

I: È vero.

Z: La prima volta che abbiamo letto Monique Wittig con il nome letture distese è stato la notte del 6 maggio 2023. Abbiamo l’audio registrato bene. Con la scusa che era il regalo per la notte dei trent’anni di Frani, abbiamo messo al lavoro E.W. e abbiamo una registrazione come si deve. Forse si sente anche qualcuno russare.

I: Di quella sera ricordo che poi qualcuno ti ha detto che le nostre voci avevano funzionato.

Z: Sì, M.P., suadenti quanto basta per attirare l’attenzione, per far abbassare la guardia, per far cadere nel sonno e per fare entrare di soppiatto le parole di Wittig e con queste tutti i corpi evocati tra le righe di Il corpo lesbico, Appunti per un dizionario delle amanti, Le Guerrigliere. Quei corpi che sono lì, dall’eternità, ad aspettare solo che voi cediate.

I: Voci suadenti nel loro essere dolci e piatte, emotive e secche, fuori tempo e rotte da pause innaturali. A Bologna, con il nostro odore di patatine fritte appiccicato addosso, ti ricordi il tipo che, finito tutto, all’osteria dello scorpione, ha commentato il mio «tartagliamento astratto».

Z: Certo, L.M. E tu che gli hai risposto: «balbetto da quando ho memoria. Altro che astrazione, è una balbuzie molto concreta». E lui che era visibilmente deluso, aveva altre intenzioni teoriche. Non vedeva l’ora di mettersi a ricamare sulla voce, su Artaud, su Deleuze e invece tu l’hai fatto sentire il funzionario di uno sportello di supporto psicologico di provincia. Bambine balbuzienti e altre strategie disfunzionali di adattamento, che è come dire, trovate geniali per distrarvi e deviare la vostra attenzione dal contenuto al contenitore, dal significato al significante. Ma questo lui non l’ha detto. Si è limitato ad un «ah».

I: Sì. Per qualche tempo dopo questa cosa, ho pensato di aver sbagliato a dirgli così. Che avrei dovuto mentire: «certo, questo tartagliamento astratto è una nota distintiva della nostra poetica». E altre cose così. Ma l’avrei compiaciuto, e non ho resistito.

Z: Però è stato utile, abbiamo capito che la “balbuziente” è una voce utile per fare questo lavoro. Insieme alla “femmina” e alla “rallentata-essiccata”, altre due voci molto utili da convocare per affrontare quest’impresa. Per attirare l’attenzione sul contenitore e trafficare fluidi illeciti.

I: La “rallentata-essiccata”, è vero. Grazie a loro riusciamo ad attirare la loro attenzione, a far abbassare loro la guardia, a farli cadere e a far entrare di soppiatto le lesbiche che sono nascoste qui intorno, rasoterra, tra gli arbusti, tra il suolo e il cielo nero. Le porte e le finestre cigolano e si aprono. Solo il vento le fa sbattere. Nessuno le controlla più. Le guardie dormono. Ai nostri piedi, respirano forte e lasciano fare. Lasciano entrare le parole e tramite esse, i corpi. Le lesbiche sono dentro, viva le lesbiche.

Z: «Le lesbiche non sono donne» quando arriviamo a leggere questo passaggio dagli scritti politici di Wittig, di solito, molti dormono già da un pezzo. E questo è proprio per loro: è una freccia che arriva direttamente in sogno e punta al cuore.

Sperimentazione 3.
Nostografie, ovvero le prime tracce tornando su dal sonno

C32, Forte Marghera, Venezia, 15 novembre 2023

C: I disegni bastano. Metti solo quelli.

I: Ok. Di queste scritture è la risultante di intrico grafico che conta, del resto.

Figura 2. Didascalia: Zoe Francia Lamattina, 15 novembre 2023.

Figura 3. Didascalia: Frani Dibiase, 15 novembre 2023.

Figura 4. Didascalia: Chiara Cecconello, 15 novembre 2023.

Figura 5. Didascalia: Ida Malfatti, 15 novembre 2023.

F: Per me c’era anche la questione della predizione, però. Quando avevamo fatto questo esperimento, al C32, di scrivere nello stato tra il sonno e la veglia, avevo avuto la visione un bambino che si era perso e poi – vi ricordate? – è arrivato quel signore che chiamava qualcuno, qualcuno che si era perso. Ed è entrato fin dentro al cancello, chiamandolo a gran voce.

I: Non mi ricordavo.

Z: Per me, invece, c’è la questione delle vocine. Per me, questo strato di passaggio tra il sonno e la veglia è uno strato pieno di vocine. Ed è uno strato che devo trapassare per tornare su, per svegliarmi.

I: Nella risalita tra il sonno e la veglia ti accade, giusto? Non in discesa?

Z: In risalita, sì. È uno spaziotempo pieno, una folla, un casino, moltissime conversazioni che arrivano spezzettate, tranciate, aperte. Una moltitudine di voci e di suoni. Un tribunale, una piazza trafficata, il corridoio di una scuola, le poste, la sala d’attesa di un ospedale, un centro commerciale, un accampamento, un passaggio stretto e obbligato, il ponte di Rialto. Alcune voci sono canti, altre no. Alcuni suoni sono rumori, altri no. Alcune voci parlano di politica, altre di memorie, altre danno ordini, indicazioni e consigli, altre pongono domande, altre si dichiarano.

I: Parlano tra loro queste voci?

Z: Non propriamente. Se qualcuna sembra rispondere o reagire ad un’altra, lo fa senza relazione diretta, senza intenzione univoca, in un traffico di parole, di melodie e di rumori sempre aperto, in una linea temporale di frequenti disordini nel sistema delle cause e degli effetti.

F: Nella pratica ci avevi chiesto di prendere nota di questo passaggio tra sonno e veglia, ma prima avevamo vegliato per un tempo e poi dormito per un tempo, non è così?

I: Sì, avevamo saltato per sette minuti – faceva un freddo atroce ed era risultato il miglior modo di “vegliare”, cioè, semplicemente, di stare sveglie. E poi avevamo dormito per sette minuti. E poi avevamo raggiunto carta e penna con le mani, sempre a occhi chiusi, e segnato quello che ci accadeva.

C: Le tracce di questo passaggio tra stato di sonno e stato di veglia sono tentativi alfabetici. Non saprei dire se riusciti o meno. 

Z: Io riesco ancora a leggere quello che ho scritto, ma perché l’ho scritto io e perché mi ricordo quello che mi stava accadendo. 

F: A osservarli uno accanto all’altro i nostri fogli, c’è una scrittura ondulata, che si annoda, che non procede dritta.

I: È una scrittura che perde la direzione unica e si moltiplica. Non è fatta per essere letta. Nel sogno c’è una direzione, anche quando folle, anche quando terrificante. Nella veglia c’è una direzione, anche se stupida, anche se abitudinaria. Nello stato di mezzo, nello strato del mezzo, la direzione è scoppiata, è molteplice, non ha fronte e non ha retro, è un vorticare il cui centro è in movimento, è un viaggiare su un’asse in transizione.

C: Uno snodo della circolazione senza regolatori di flusso.

F: Un incrocio senza semafori.

 

Sperimentazione 4.
Tu che per prima sei venuta a darmi il cambio nel mio posto di guardia. 

C32, Forte Marghera, Venezia, 19 novembre 2023 / Parco via Dragoni, Forlì, 12 aprile 2024 / Piazzetta delle Operaie, Forlì, 13 aprile 2024 / Ex Asilo Santarelli, Forlì, 11 maggio 2024 / Piazza de Gasperi, Padova, 30 maggio 2025 

 

Z: «Ti dico sii benedetta tra tutte le donne tu che per prima sei venuta a darmi il cambio nel mio posto di guardia situazione quanto mai splendida ma tuttavia tetra a causa della mia grandissima solitudine, che tu perda la sensazione del mattino e della sera della stupida dualità con tutto quello che ne consegue, che tu ti stenda proprio come io ti vedo nel più grande spazio possibile».

F: Wittig. Abbiamo chiesto a Il corpo lesbico cosa stessimo facendo e questa è stata la risposta. A che pagina sei?

Z: 132, della traduzione vecchia delle Edizioni delle donne. Siamo partite da qui e ha senso tornare qui, ricorsivamente, a queste parole. C’è dentro tutto quello che stiamo scoprendo con il tempo e anche quello che non sappiamo ancora.

I: Siamo partite con l’obiettivo di creare una situazione che permettesse ai corpi che non se lo possono permettere mai di riposare, di stendersi, di addormentarsi negli spazi pubblici.

C: Per creare questo spazio, ci siamo messe di guardia. Per fare che le altre si sentissero le spalle coperte e potessero stendersi. Ci siamo divise i fronti: ognuna di noi quattro si occupava di un lato del quadrato. E per fare questo, è stato chiaro che serviva la voce. Anche perché in realtà si trattava di tenere fuori i fantasmi e per fare questo serve trafficare con materie sottili con cui solo la voce può avere a che fare.

I: Sì, la voce per ritagliare lo spazio delle vive dallo spazio delle morte e per comunicare con le altre ai loro posti di guardia. Lo sguardo era necessario fosse rivolto all’esterno, al fuori, al luogo da dove all’inizio pensavamo potessero arrivare i pericoli. Solo la voce quindi poteva connetterci lateralmente con le altre. La voce serviva per comunicare con le altre il nostro essere ancora vive. I silenzi, poi, per ascoltarle.

C: Quando abbiamo ideato tu che per prima sei venuta a darmi il cambio nel mio posto di guardia era la settimana del ritrovamento del cadavere di Giulia Cecchettin e dello svelarsi del genocidio in Palestina. Abbiamo attraversato insieme quei momenti, con tanta rabbia e grande urgenza di giustizia.

Z: Sì, erano giorni di fuoco. Almeno due volte al giorno, dovevamo scegliere se andare ad un’assemblea o ad un corteo o rimanere in sala. Abbiamo fatto entrambe le cose e una è confluita nell’altra. Non poteva che andare così. Tu che per prima è nata sotto questi astri. Poi però abbiamo ricollocato il conflitto. Prima che con il fuori, il conflitto ha luogo tra noi e noi, con noi stesse. E questo in Wittig c’è sempre stato: «che in questo luogo tu combatta te stessa con forsennata aggressione, sia sotto forma d’angelo che sotto forma di demone».

F: E il punto è: mettersi alla prova permettendoti il conflitto contro te stessa in pubblico.

C: La prima volta che abbiamo esplicitato la questione del conflitto interiore è stato a Forlì, durante l’esperimento dei laboratori di LAVA, all’auditorium nel parco di via Dragoni ma soprattutto in quel pomeriggio all’Istituto della Resistenza e poi alla Piazzetta delle Operaie con il collettivo femminista Monnalisa. E la voce è ancora una volta lo snodo: per occupare il mio spazio, per riprendermi il diritto a esistere, per esprimere tutta la potenza di cui sono capace. E la lotta prima di tutto si svolge lì, tra me e me, per riconoscere e superare le contrazioni e i blocchi dei miei muscoli, delle mie memorie, dei miei tessuti che non mi permettono di urlare – e di urlare senza farmi male, a pieni polmoni e vibrando tutta di gioia.

F: Mi è uscita la voce infatti. Basta sapere perché, cosa ti teneva bloccata e a quale fine. Perché tanto sforzo nel bloccare se lì non ci fosse una potenza tremenda che preme?

Z: Sì, abbiamo aperto la questione della voce. Che poi ci è servita, a tutte singolarmente, ma anche proprio alla ricerca, a procedere, ha nutrito la creazione dello spettacolo FRAGOLESANGUE, che è venuto poi, nel futuro. Ma è tutto connesso.

I: L’altra cosa che è emersa a Padova è stata che la voce poteva creare una barricata nello spazio urbano, era capace di tessere concretamente una barriera che operasse un taglio nel flusso della circolazione cittadina. È stato bello, farlo con le persone del laboratorio, alcune conosciute due ore prima, altre conosciute altrove e tirate dentro, nella mischia. 

C: Nel video qualcosa si vede.

Z: Va sottolineata un’altra cosa, la funzione dello sguardo della persona seduta dietro in seconda fila, della persona pronta a dare il cambio. È uno sguardo che sostiene il retro della persona che emette la voce. Ma, più precisamente, il flusso di materia è uno solo, che dal centro dello spazio trapassa la persona da dietro la schiena tra le scapole, emerge dal cuore, confluisce negli occhi, diventa sguardo, che a sua volta trapassa la sua compagnia da dietro la schiena tra le scapole, emerge dal cuore e, passando nel canale fonatorio, diventa voce. Si capisce meglio da qui: 

Zoe Francia Lamattina, 19 novembre 2023.

Z: Per emettere la voce, cioè per prendere parola, cioè per prendere spazio, ma anche per usare al meglio lo sguardo, va attuata una serie di procedure di preparazione che dispongono i corpi a farsi attraversare, a farsi canale. La voce infatti non inizia e non finisce in chi la emette. E lo stesso vale con lo sguardo. Ogni volta che un corpo emette una voce opera un taglio nel flusso infinito di materia che prende solo temporaneamente forma di voce e poi muta e procede. La voce esiste da molto prima ed esisterà molto dopo. E così, lo sguardo: prima e dopo dell’azione del guardare, siamo guardate. Siamo attraversate da infiniti flussi di visione che solo di tanto in tanto possiamo scegliere di tagliare, così da poter dire «il mio campo di interesse», «il mio orizzonte di indagine», «il mio mondo».

C: Perché poi ci sono quelli che neanche questo sanno dire. Dicono solamente: «non è un problema mio», «da che mondo è mondo, non si è mai vista una cosa simile», «questa cosa non mi tocca».

I: È tutta una questione di saper tagliare.

Z: È tutta una questione di potere.

I: E, d’altra parte, di potenza.

 All’attenzione delle lettrici e dei lettori: l’autrice segnala che le suddette conversazioni, così come risultano qui trascritte, non sono avvenute in nessun spaziotempo del passato. Sono conversazioni emerse nella presente pratica di scrittura. Si tratta di un’operazione ventriloqua di ridistribuzione dei risultati di una ricerca che, prodotta in modo collettivo, è fedelmente restituita in una forma dialogica e plurifonica. In qualità di autrice, mi assumo pertanto la responsabilità di ogni riferimento a fatti realmente accaduti.

Ida Malfatti (1997) si forma all’incrocio tra filosofia politica materialista, femminismi e pratiche corporee. Lavora come autrice, performer e dramaturg nella scena performativa contemporanea. Dal 2021 è coinvolta nella riscrittura divinatoria dei materiali del metodo CorpoGiochi© e nel progetto di ricerca coreografica “archivia”. Nel giugno 2025 debutta “FRAGOLESANGUE” di cui firma la regia insieme a Zoe Francia Lamattina e Monica Francia.