§Re-incanti
Gazimestan 1989.
Narrazioni coloniali e antropologia visuale del discorso di Milošević nella Piana dei Merli
di Francesco Damiano Desantis

Nella giornata del 28 giugno 1989, la commemorazione dei seicento anni della Battaglia del Kosovo [1] fu una perfetta messa in scena del potere politico: il discorso di Slobodan Milošević al Gazimestan è stato definito una vera e propria “orazione funebre per la Jugoslavia” (Giantin 2019), la fine di un progetto fondato sulla pluralità, sulla mediazione e sull’idea socialista di fratellanza e unità. In un complesso monumentale di circa trent’anni prima, prende forma un immaginario nazionalista opposto, fondato sul mito, sul sacrificio e sulla loro riappropriazione (Kuletin Ćulafić 2019, 33).

Questo articolo propone di leggere l’evento come esito di un lungo processo storico e simbolico. L’attenzione non si concentrerà soltanto su ciò che è stato detto, ma su dove e come è stato mostrato: sulla verticalità dell’architettura e sulla copertura mediatica, sulla regia delle immagini e sulle scelte della propaganda dal punto di vista visuale. 

In questo quadro, il discorso del Gazimestan emerge come apparato del colonialismo interno jugoslavo: il punto in cui mito, monumento e immagine diventano strumenti di legittimazione della sovranità e di normalizzazione della violenza. Indagarlo significa dunque interrogare il rapporto tra immaginario e potere – non si tratta di stabilire una verità storica alternativa, ma di rendere visibili i dispositivi attraverso cui alcune narrazioni diventano evidenti e altre scompaiono. E proprio nello smascheramento dell’incanto, oggi, abbiamo la possibilità di leggere il Gazimestan come immagine attiva della fine della Jugoslavia.

Gazimestan_Credit Ismail Gagica via Wikipedia

L’occupazione del Kosovo come colonia interna

L’ingresso del Kosovo nel Novecento avviene sotto il segno dell’occupazione militare e della ridefinizione forzata dello spazio politico. Con le guerre balcaniche del 1912-1913, l’esercito serbo assume il controllo di un territorio abitato in larga maggioranza da albanesi musulmani, fino ad allora parte integrante dell’Impero ottomano. Questa occupazione, successivamente legittimata sul piano internazionale, inaugura una forma di dominazione che può essere letta come colonialismo interno, esercitato dentro i confini e giustificato attraverso una combinazione di diritto, violenza e autonarrazione storica.
Il carattere coloniale di questo dominio si manifesta anche nella sua traduzione spaziale e visuale: fin dalle prime fasi, il Kosovo viene trasformato in un territorio da rendere governabile attraverso nuove mappe e confini amministrativi, toponomastiche di comodo e presidi statali. Il potere si rende visibile nello spazio, mentre le popolazioni locali vengono progressivamente marginalizzate nella rappresentazione ufficiale. Il territorio, insomma, non è più percepito come spazio abitato e stratificato, ma come superficie da controllare, normalizzare e correggere (Ademi e Hasani 2024, 216-218).

Tra la fine della Prima guerra mondiale e l’inizio della Seconda, questo progetto assume una forma sistematica attraverso politiche ancora più mirate. L’espropriazione delle terre, l’insediamento di coloni serbi e montenegrini e le pressioni dirette o indirette sull’emigrazione della popolazione albanese producono una trasformazione profonda del paesaggio umano del Kosovo (Ademi e Hasani 2024, 214-215; 218). Questi processi non sono solo quantitativi, ma qualitativi; nuove architetture rurali, nuove linee di proprietà, nuove presenze armate riscrivono visivamente lo spazio, mentre intere comunità vengono cancellate dal campo visibile attraverso lo spostamento forzato.

Il colonialismo interno si manifesta anche attraverso un linguaggio amministrativo che descrive il Kosovo come spazio arretrato, instabile o problematico, legittimando l’intervento coercitivo come necessità di ordine e civilizzazione. Questa retorica produce un effetto decisivo: la violenza strutturale viene resa meno percepibile, mentre il dominio appare come risposta razionale a un disordine presunto. Il Kosovo viene così costruito come territorio da attenzionare, bisognoso di sorveglianza e correzione permanente.

Con la nascita della RSF Jugoslava, molte delle dinamiche coloniali prendono nuove forme. Durante il periodo del controllo centralizzato e della repressione poliziesca, noto come “era Ranković”, il Kosovo rimane sottoposto a una sorveglianza capillare, accompagnata da un forte ritardo nello sviluppo economico e infrastrutturale rispetto ad altre regioni della federazione. Anche in questo caso la subordinazione è evidente: infrastrutture carenti, industrializzazione limitata, assenza di investimenti rendono il Kosovo uno spazio periferico all’interno dell’immagine ufficiale della Jugoslavia moderna (Ademi e Hasani 2024, 220-221).

Le campagne di disarmo, controllo e repressione producono una costante esposizione del corpo albanese alla violenza statale, mentre le sue istanze politiche vengono sistematicamente rese invisibili o criminalizzate. Le migrazioni forzate o economicamente indotte contribuiscono ulteriormente a svuotare lo spazio sociale, cancellando tracce, memorie e continuità (Ademi e Hasani 2024, 221). Il colonialismo interno opera così come regime di visibilità differenziale: alcuni corpi sono costantemente visibili come oggetti di controllo, altri restano invisibili come soggetti politici.

Le proteste tra gli anni Settante e Ottanta, insieme alla loro repressione, segnano un momento decisivo. Le rivendicazioni sociali e politiche vengono rilette come minaccia all’integrità dello Stato e progressivamente sottratte al linguaggio dei diritti. In questo passaggio, il conflitto viene spostato dal piano politico a quello identitario, preparando il terreno per una rilettura storica e mitica della questione kosovara. Ciò che fino a quel momento era stato governato come problema amministrativo e coloniale viene ora reinterpretato come questione esistenziale e storica (Ademi e Hasani 2024, ibidem).

In questo quadro, il colonialismo interno del Kosovo non si manifesta solo come dominio territoriale, ma come dispositivo di produzione della memoria e dell’oblio. Decidere cosa è visibile, cosa è nominabile e cosa deve restare fuori campo diventa una pratica centrale del potere. È all’interno di questa lunga esperienza di subordinazione che il mito della Battaglia del 1389 e, più tardi, la messinscena del Gazimestan trovano la loro efficacia politica; il passato medievale diventa visibile, proprio perché il presente coloniale dev’essere invisibile.

Dal colonialismo al mito.
Rendere visibile il passato per nascondere il presente

Il ricorso al mito non rappresenta una regressione arcaica, ma una strategia moderna di governo della memoria: il conflitto coloniale del presente viene tradotto in destino storico, sottraendolo al linguaggio dei diritti, della cittadinanza e della mediazione politica. Il mito opera prima di tutto come dispositivo visuale – non si limita a raccontare il passato, ma produce immagini capaci di organizzare lo sguardo e orientare l’interpretazione del territorio. La Battaglia della Piana dei Merli ne è un perfetto esempio; un evento isolato dal suo contesto storico e trasformato in immagine fondativa, con una forza simbolica di gran lunga maggiore alla sua vera portata militare (Arru 2009, 95-99).
Il funzionamento del mito si basa su una drastica riduzione del campo visivo. La complessità storica viene compressa in poche figure archetipiche: l’eroe e il martire, il traditore e il nemico. Queste figure non servono a comprendere il passato, ma a rendere il presente immediatamente leggibile in termini morali. Il mito non argomenta: mostra. E ciò che mostra non è una sequenza di eventi, ma una struttura di senso pronta all’uso.

A livello visuale, questa operazione produce una gerarchia di visibilità estremamente efficace. Alcuni elementi vengono amplificati e monumentalizzati – il sacrificio, la fede, la battaglia – mentre altri scompaiono dalla rappresentazione: la pluralità religiosa medievale, la lunga presenza ottomana, la storia moderna del Kosovo come spazio colonizzato. Ciò che non rientra nel quadro mitico è reso invisibile, espulso dallo spazio di ciò che può essere detto e visto.

Il mito del Kosovo funziona così come schermo simbolico. Il passato, reso onnipresente, impedisce di vedere il presente; la storia, sacralizzata, neutralizza la politica. È proprio questa capacità di produrre evidenza visiva che rende il mito del 1389 particolarmente adatto a essere riattivato negli anni Ottanta, quando la crisi della Jugoslavia rende nuovamente instabile il controllo sul Kosovo. Il passato diventa un archivio selettivo di immagini, da cui attingere per costruire una sovranità che non riesce più a legittimarsi sul piano politico.

Virtù del principe Lazar, eroe-martire per la nazione serba

La Battaglia della Piana dei Merli, combattuta il 28 giugno 1389, occupa un posto centrale nella memoria politica serba non per ciò che rappresentò storicamente, ma per ciò che divenne simbolicamente nel corso dei secoli. Lo scontro oppose le forze ottomane guidate dal sultano Murad I a una coalizione cristiana, nella quale il principe Lazar Hrebeljanović era uno dei principali leader. Entrambi i comandanti morirono durante la battaglia; l’esito militare non comportò né un’immediata occupazione della Serbia né una frattura storica definitiva (Arru 2009, 101).

Questi dettagli, però, passano in secondo piano rispetto alla portata simbolica dell’evento; la battaglia è inserita in una narrazione che privilegia la dimensione morale e religiosa rispetto a quella storica. Non ci si ricorda della vittoria o della sconfitta, ma del significato attribuito allo scontro, fede e sacrificio inclusi.

Un ruolo decisivo in questa trasformazione è sicuramente della liturgia e della tradizione epica: la figura di Lazar viene progressivamente trasfigurata in martire volontario, colui che sceglie consapevolmente il Regno dei Cieli al posto del Regno terreno. Questa opposizione, assente nelle fonti contemporanee alla battaglia, introduce una lettura teologica dello scontro che ne rovescia il senso – la sconfitta non è più perdita ma redenzione e la morte non è fallimento, ma fondamento (Ivi, 105-108).

Dal punto di vista dell’immaginario e delle narrazioni, questa operazione è cruciale; il campo di battaglia viene trasformato in altare, la morte in sacrificio rituale, il tempo storico in tempo sacro. La battaglia non è più qualcosa che è già successo, ma qualcosa che continua ad accadere ogni volta che viene evocata. Il mito introduce così una temporalità circolare, dove il passato non passa mai del tutto e può essere sempre riattualizzato.

Un altro elemento decisivo è la retroproiezione identitaria. La battaglia del 1389 viene riletta come scontro tra comunità etniche e religiose stabili, proiettando categorie moderne in un passato che non le conosceva (Vučetić 2021, 226-228). La complessità del mondo balcanico medievale – fatto di alleanze fluide, pluralità confessionali e sovranità sovrapposte – viene cancellata a favore di un quadro binario: cristiani contro musulmani, Europa contro Oriente, e questa proiezione all’indietro consente di stabilire una continuità simbolica tra l’invasore ottomano medievale e l’Altro contemporaneo.

Il Gazimestan e la maledizione del Kosovo, un dispositivo identitario micidiale
Prima ancora di diventare teatro del discorso del 1989, il Gazimestan è un costrutto simbolico complesso, dove la toponomastica e l’architettura producono una specifica gerarchia di visibilità del paesaggio [2]. Il nome stesso del sito è ben stratificato: la parola Gazimestan deriva dalla fusione di gazi, termine arabo-ottomano che indica il guerriero sacralizzato, e mesto, che significa “luogo” in lingua serba. Il “luogo dell’eroe”, allora, rinvia a una tradizione islamico-ottomana successivamente riappropriata come elemento esclusivo del sacrificio serbo-cristiano (Wollentz 2019, 172-174). 

Il monumento del Gazimestan viene progettato dall’architetto Aleksandar Deroko e inaugurato nel 1953, in un momento in cui la Jugoslavia socialista è impegnata nella costruzione di una propria politica della memoria. La scelta di progettare una torre neomedievale non risponde a un’esigenza commemorativa neutra, ma a un’operazione visuale precisa: Deroko non ricostruisce un oggetto storico, ma produce un’immagine del passato sintetica e immediatamente riconoscibile. La torre non imita un edificio medievale esistente – lo rievoca, rendendo visibile un Medioevo immaginato.

Dal punto di vista formale, la verticalità della torre ha una funzione decisiva: impone una gerarchia dello sguardo, emergendo come punto di riferimento assoluto nel paesaggio pianeggiante tutt’attorno. In questo senso, il Gazimestan non è semplicemente un memoriale, ma una macchina ottica che ordina lo spazio e il movimento dei corpi; il terreno non è più percepito come spazio agricolo o sociale contemporaneo, ma come luogo originario della nazione. Il paesaggio così viene sacralizzato, reso disponibile a una lettura mitica che cancella le dinamiche storiche e la presenza della popolazione albanese. Ciò che il monumento rende visibile non è la storia, ma una selezione della storia.

Un elemento centrale della costruzione simbolica del Gazimestan è rappresentato dall’iscrizione incisa sul monumento: il testo riproduce una versione della cosiddetta maledizione del Kosovo, attribuita al principe Lazar alla vigilia della battaglia del 1389. Secondo la tradizione, Lazar avrebbe pronunciato una maledizione contro coloro che, pur essendo serbi, avessero rifiutato di rispondere alla chiamata alle armi contro l’Impero ottomano; la maledizione viene poi trasmessa e rielaborata all’interno della poesia epica serba, assumendo forme diverse nel corso del tempo.

Nel 1845, Vuk Karadžić include nella sua raccolta di canti popolari una versione aggiornata della maledizione, derivata da un testo del 1813 ma significativamente rafforzata sul piano del linguaggio nazionalista; si tratta di quella selezionata successivamente per il Gazimestan (Greenawalt 2001, 64-65). Il testo recita:

«Chiunque sia serbo e di nascita serba,
e di sangue e stirpe serba,
e non venga a combattere a Kosovo,
possa non avere mai discendenza nata dall’amore,
né figlio né figlia!
Nulla cresca da ciò che la sua mano semina,
né vino rosso né grano bianco!
E possa la sua stirpe essere debole finché ne resti una sola!» [3]

Dal punto di vista della cultura visuale, l’iscrizione trasforma il Gazimestan in un dispositivo violento: incisa nella pietra, la maledizione diventa sacra e inviolabile, e l’architettura amplifica il testo, rendendolo visibile e permanente come fosse una legge morale. Alla luce di tutto questo, il monumento non è luogo della memoria, ma una macchina pronta a essere riattivata in momenti di crisi. Quando Milošević prenderà la parola ai piedi della torre, nei fatti non inventerà nulla, ma porterà avanti qualcosa che è stato già scritto. 

28 giugno 1989.
Il mito come performance visuale e liturgica del potere

Del resto, la commemorazione della Piana dei Merli è un evento politico e religioso senza precedenti nella storia jugoslava. Le stime parlano di circa un milione di partecipanti, arrivati da tutte le repubbliche della federazione: una massa di corpi che non è un semplice pubblico, ma parte integrante del dispositivo simbolico. In altre parole, la folla è la prova materiale dell’unità evocata e messa in scena dal potere.

È interessante notare che, nei mesi precedenti, la commemorazione viene preparata attraverso una lunga e orchestrata processione delle reliquie del principe Lazar. I resti del sovrano-martire vengono trasportati in un pellegrinaggio altamente mediatizzato attraverso i territori abitati da popolazioni serbe all’interno della Jugoslavia; ovunque il feretro viene accolto da folle di fedeli e nazionalisti, che aspettano trepidanti di vedere le reliquie, partecipare alle cerimonie pubbliche e pronunciare giuramenti solenni di fedeltà e resistenza.

Questo pellegrinaggio trasforma il corpo di Lazar in un’immagine politica mobile, una reliquia che non rimanda solo alla santità, ma alla sovranità. Il passato medievale viene portato fisicamente nel presente, attraversando città e piazze contemporanee: in questo modo, il territorio serbo viene ricucito simbolicamente e riconsacrato, in un processo che fonde devozione e spettacolarizzazione mediatica. I resti del principe sarebbero stati reinterrati nel monastero di Gračanica, vicino al Gazimestan (Milošević 2000, 110-111). Quando la folla del 28 giugno si riunisce ai piedi della torre, il corpo sacro è già stato assorbito dal paesaggio, testimone invisibile ma attivo dell’evento.

Il footage del giorno del discorso rivela una regia estremamente accurata. Il palco si trova a poca distanza dalla torre, con tanto di bandiere serbe e jugoslave, e le inquadrature delle telecamere privilegiano campi lunghi e panoramiche dall’alto, riducendo l’individualità dei presenti e trasformando l’assemblea in un corpo compatto e indistinto. In questo contesto, la parola politica non inaugura il senso, ma si inserisce in un dispositivo visuale e liturgico già pienamente operativo. 

Non a caso, il discorso sospende esplicitamente il valore della ricostruzione storica: “Oggi non è più importante sapere se la Battaglia del Kosovo fu realmente una sconfitta o una vittoria”, dirà Milošević, condensando sei secoli di storia in un tempo mitico e circolare. L’insistenza sull’unità nazionale trova conferma nella folla compatta, ripresa ossessivamente dalle telecamere, tanto più che “la disunità e il tradimento furono allora la più grande disgrazia del popolo serbo” [4]

La costruzione dell’alterità avviene per per traslazione: “Il Kosovo è stato non solo una battaglia della Serbia, ma anche una battaglia dell’Europa”. Il conflitto contemporaneo viene così inscritto in una lunga durata mitica, mentre l’Altro resta fuori campo come figura sempre già data.

Il momento più controverso del discorso – “ci troviamo di nuovo di fronte a battaglie” – assume, in questo contesto liturgico, un significato ulteriore. Non è più solo un’anticipazione politica, ma una riattivazione sacrale del sacrificio, in cui la violenza futura viene simbolicamente normalizzata come continuità del martirio originario. Nel suo insieme, il Gazimestan nel 1989 funziona come una liturgia nazionale performativa, in cui il monumento e le reliquie [5], i media e la leadership stringono un legame indissolubile. Il potere non persuade e non argomenta, ma consacra e ritualizza; ed è in questa fusione che il mito del Kosovo raggiunge la sua massima efficacia operativa.

Il sugo della storia, quando l’immagine diventa dogma

Per tirare le somme, il discorso del Gazimestan sembra essere il punto di massima condensazione di un lungo processo: un dispositivo totale in cui l’immagine smette di accompagnare il potere, diventando essa stessa una forma di sovranità. Alla luce delle guerre jugoslave successive, Slobodan Milošević sarà arrestato e processato davanti al Tribunale Internazionale dell’Aia, con imputazioni per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio; la sua morte nel 2006, prima della conclusione del processo, lascia il verdetto in sospeso, ma non cancella la responsabilità storica di un discorso che ha contribuito a rendere la violenza pensabile, dicibile e infine praticabile.

Anche la questione kosovara resta irrisolta. La proclamazione di indipendenza del 17 febbraio 2008 ha segnato una frattura giuridica e politica profonda, ma per il governo serbo e per una parte significativa dell’opinione pubblica il Kosovo continua a essere una provincia autonoma della Serbia. Questa ambiguità riflette un irrisolto simbolico ancora più grande: il mito non è stato disattivato, ma continua a circolare e a essere riattivato con commemorazioni sempre nuove.

In tal senso, il Gazimestan non appartiene soltanto al passato; funziona come luogo-soglia, in cui si confrontano narrazioni incompatibili di sovranità, appartenenza e presunta legittimità storica. Interrogarne i dispositivi visuali non significa chiudere una ferita, ma renderne visibili i meccanismi. Proprio questo svelamento dell’incanto, oltre che la sua decostruzione critica, è più importante che mai per essere maggiormente consapevoli su ciò che è stato, e ciò che sarà in futuro.

Note

[1] Il toponimo Kosovo deriva dal serbo Kosovo Polje, letteralmente “campo dei merli”, mentre in albanese la forma d’uso corrente è Kosova. La denominazione dello Stato riprende il nome storico della regione, reso centrale dalla Battaglia di Kosovo Polje; nel corso dell’articolo la battaglia sarà indicata anche come Battaglia della Piana dei Merli o, più sinteticamente, come Battaglia del Kosovo.
[2] Il sito si trova a circa 6-7 km a sud-est del campo di battaglia vero e proprio, ed è raggiungibile dalla strada Prishtina-Mitrovica; sorge su una collina di circa 50 metri che domina la pianura, a nord-ovest di Prishtina. Il 28 giugno di ogni anno (Vidovdan, il giorno di San Vito), il complesso ospita commemorazioni serbe della Battaglia di Kosovo Polje.
[3] Traduzione e resa in italiano di Francesco Damiano Desantis.
[4] Queste citazioni e le seguenti sono tratte dalla trascrizione in lingua inglese del discorso del Gazimestan, disponibile al link. Il sito in questione supporta fortemente la figura politica e storica di Slobodan Milošević; la traduzione e la resa in italiano è di Francesco Damiano Desantis.
[5] Il principe Lazar Hrebeljanović è, non a caso, venerato come Santo dalla Chiesa ortodossa serba.

Bibliografia

Ademi H., Hasani O., Kosovo – From Occupation to Liberation: A Historical Perspective from the Balkan Wars 1912/13 to the War of Kosovo 1998/99, in «Eminak», n. 4 (48), 2024, 211-230. Accessibile al LINK
Arru A., Un caso di uso politico della storia: la Battaglia della Piana dei Merli (1389), in «Acta historica et archaeologica mediaevalia», vol. 30, 2010, 93-118, Accessibile al LINK
Giantin S., Quando Slobodan Milošević recitò l’orazione funebre per la Jugoslavia, in «L’Espresso», 24 luglio 2019, Accessibile al LINK
Greenawalt A., Kosovo Myths: Karadžić, Njegoš, and the Transformation of Serb Memory, in «Spaces of Identity», ottobre 2001, Accessibile al LINK
Kuletin Ćulafić I., Architectural Work of Aleksandar Deroko – Beauty of Emotional Creativity, «Serbian Architectural Journal», n. 11, 2019, 1-42, Accessibile al LINK
Milošević M., The Media Wars: 1987-1997, in  Udovički J. e Ridgeway J. (a cura di) Burn This House: The Making and Unmaking of Yugoslavia, Duke University Press, Durham-London, 2000.
Vučetić R., Kosovo 1989: The (Ab)use of the Kosovo Myth in Media and Popular Culture, in «Comparative Southeast European Studies», vol. 69, nn. 2-3, 2021, 223-243, Accessibile al LINK
Wollentz G., Conflicted Memorials and the Need to Look Forward: The Interplay Between Remembering and Forgetting in Mostar and on the Kosovo Field, in M.L.S. Sørensen et al. (a cura di) Memorials in the Aftermath of Armed Conflict, Palgrave Macmillan, Cham, 2019, 159-182, Accessibile al LINK  

[Ultima consultazione dei siti: 10 dicembre 2025]

Francesco Damiano Desantis (1996) è ricercatore, editor ed educatore. Laureato in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali all’Accademia di Brera, è specializzando in Antropologia Museale e dell’Arte all’Università di Milano-Bicocca. Desantis si occupa di studi visuali sul Nuovo Est e sullo spazio post-jugoslavo, in particolare bosniaco; oltre a scrivere di culture e società per Meridiano 13, Harper’s Bazaar Italia ed Elle Italia, ha insegnato lettere e storia dell’arte nelle scuole italiane.