1. Dichiarazione di intenti
Quando mi sono capitate le pagine del mio dna tra le mani, prima di soppesarne le differenze circostanziali e di contesto, addirittura prima di pensare a cosa, nei primi punti di contatto con i due quaderni – grafia, odore, una certa curvatura della sintassi o randomiche forme lessicali – mi rimandasse istintivamente a qualcosa di me, mi sono accertata che in questi materiali ci fosse una sufficiente distanza dalla mia persona. Li ho chiamati “quei” quaderni, “dei” quaderni in chiacchiere fumose con conoscenti, e per finire ho usato quel falso “i” quaderni, comodissimo per mettere le cose che reputiamo importanti o pressanti su uno scaffale talmente alto che ce le dimentichiamo. Non posso negare di provare una grande stanchezza verso l’autofiction; parlare di “mia nonna” e della mia “pro-prozia”, definite nella common knowledge della mia famiglia come, nel migliore dei casi, donne “particolari” e un poco traumatizzate, nel peggiore esponenti di una linea di donne pazze la cui ultima esponente/nodosciogliente sarei proprio io, avrebbe – questo temevo – immancabilmente creato
– un’ipertrofia dell’ego
– un assurdo bingo delle categorie subalterne, per cui ogni appartenenza a una categoria (donna, donna del sud, donna pazza, donna del passato) diventa identità cristallizzata e si dimentica delle sue coordinate contestuali (persona più o meno alfabetizzata, caduta in disgrazia o nata povera, donna sposata e non sposata, donna bianca in entrambi i casi, sud di provincia).
Mi piacerebbe dire che queste contraddizioni sono state risolte tramite l’antipsichiatria e la terapia familiare; a un certo livello ha sicuramente funzionato. Mia nonna ha mosso gli occhi seguendo il dito del mio terapeuta e sicuramente il meridiano della sua vescica biliare e il trauma in esso codificato ne ha avuto giovamento. Dopo tre anni, nella nostra routine di affetto prossemicamente inespresso e verbalmente esagerato, fa ancora brevi pause come cavi scoperti per dire: «Come sta quel dottore? quello con cui parlai della storia mia».
Ma credo che raccontare qui la portata del prosieguo “terapeutico” di questa storia e degli ostacoli autosabotanti posti allo stesso implicherebbe l’ennesimo roteamento di focus sui fatti miei; per scappare da questo focus, da questo “io” ci può salvare una cosa sola: la magia. È magia che rasenta l’interocezione quella che ha portato queste fonti da me. È magia quella che, tramite la pratica della cartomanzia, eseguibile con le carte, le pietre, con qualunque cosa che si ponga accanto a un’altra, mi ha insegnato che i simboli assenti danno il senso ai presenti grazie al loro mutismo. Il linguaggio funziona per pieni e per vuoti; il trauma pure.
Presento qui delle parziali rielaborazioni di un materiale vermineo, generoso e terribile, nella speranza che possano essere da guida per rovistare nelle proprie interiorità, trovare fiducia verso ciò che anche gli astri sfugge e dare dignità e abbraccio alle parole di chi ci ha fatto diventare tutto ciò che non siamo.
Riscrivendo la vecchia canzone: jeder Trauma hat ein ende, nur die liebe bleibt [1].
2. Metodologia
Lo strumento teorico che ha ispirato l’approccio ai materiali è una riflessione sul fenomeno linguistico della deissi, di cui cito la definizione più basilare, quella di Enciclopedia Treccani: «In linguistica, il ricorso, da parte del parlante, a particolari elementi linguistici, come i pronomi personali, gli aggettivi dimostrativi (questo, quello, ecc.), gli avverbî di luogo e di tempo (qui, adesso, ecc.), detti elementi o fattori deittici, necessarî per precisare chi sia il soggetto parlante e chi il suo interlocutore, e per situare l’enunciato nello spazio e nel tempo.»
Nell’approccio alle storie che ci attraversano, è pratica luminosa non limitarsi meramente ai carapaci lessico-grammaticali tramite cui la deissi brilla, ma al fascio di luce stesso: tenere a mente che ogni enunciato può essere situato nello spazio e nel tempo a una distanza sempre modulabile dal percipiente e dal percepito ci consente di fornire aria e flessibilità a ogni grado di agentività, dall’apodittico vittima-carnefice alle appartenenze genealogiche, evitando sia di finire risucchiat* dalla prossimità che completamente dissociat* nella fuga. Nel concreto, mi sono ripromessa di cercare i punti di contatto tra le testimonianze a me arrivate, in un modo che non si limiti a una rinarrazione o riassemblaggio di ciò che mi compone, ma diventi uno strumento per approcciarsi, ognuno con il proprio bagaglio, alla propria Storia.
Il seguito del contributo è articolato secondo le tre fasi tarologiche: la divinazione è “descrittiva”, in quanto narra una storia, “prescrittiva”, in quanto provvede un buon consiglio, solo alla fine “predittiva”, poiché il futuro è ben scolpito dentro il presente di ciascuno di noi, a patto che il presente sia fatto di “sentire” e non si fermi a un “pre”.
3. Atto descrittivo
3.1 poetico
ci sono tre donne in un ago di cruna
che pregano per me
ininterrottamente
ci sono tre apostrofi in un lago di luna che pregano per me
tre pause in un silenzio
di bruma, tre polveri da sparo nella frase
Attimo di momento
Tre coiti nella notte del tuo turbamento
tremano predestinati a me
ci sono tre lingue nella morte dell’idioma
che parlano per me, tre presenti indorati di passato
diventano eterni
proteggono me
ci sono tre molecole che cambiano stato
si sfaldano gli Stati
per foraggiare me
ci sono tre lettere nella parola Tre
che mentre le scrivo vegliano su di me
che vorrei pure
vegliare su di te
Ma mi chiedo
Mi strego
Mi strenuo:
Chi pregherà per loro?
3.2 dimostrativo
Di fronte a me ho tre quaderni. Uno fucsia rigido, uno marroncino morbido, uno di cuoio spesso e duro. Uno l’ha scritto mia nonna, viva. Uno l’ha scritto sua zia, morta. Il terzo è un breviario di preghiere di una donna a noi ignota, una beata di Corato, tale Luisa Picarreta grande mistica nata il mio stesso giorno – il 23 aprile.
Tra zia Maria e la beata i punti di contatto sono le preghiere. Il quaderno di Maria è fatto di quello: preghiere, quasi nessuna di suo pugno, in una grafia di filigrana obliqua con pochissimi errori ortografici. Ho motivo di pensare che, a circa un terzo del quadernino, ci sia una breve concentrazione di righe spontanee: per la prima volta, tra infiniti srotolamenti di mea culpa e richieste di contatto con la carne del Cristo (Luisa Piccarreta è stata per decenni a un passo dall’essere scomunicata o resa la Teresa d’Avila di Puglia), figura un nuovo elemento, la reference a un patto tacito tra Maria la questuante e il quaderno-divinità: «Prenditi cura tu di quelle mie pene che sai».
La frase, invariata alla fine di tre entrate del diario, si trasforma in una quarta entrata in «pensa alla mia pena che tu sai» per diventare, in ultima variazione, «questa pena che tu sai». Non so se mia zia Maria abbia tratto giovamento dalla modulazione deittica della distanza tra la divinità e la sua pena; quello che so per certo è che, tra i possibili significati che ha attribuito alla parola “Pena”, molti sono esplicitati nel quadernino rosa di sua nipote, qui di fronte a me. “Questo” quadernino rosa: quaderno a me vicino. “Quel” maledetto quaderno: quaderno che nessuno ha voluto trascrivere.
Quaderno di mia nonna, Carmina Rita Aloisio, nata all’inizio degli anni ‘40 da una famiglia molto povera. Sua zia Maria, sorella della madre, è nata negli anni ‘20; non ho la data precisa, ma la grafia senza errori e una certa finezza del suo quadernino fanno pensare a una “fanciulla istruita” del ventennio; è vero. Carmina invece non è per niente istruita: ha una grafia tremula da bambina, e scrive la sua storia in maniera creativa, esuberante, fuori dal codice. Il suo lessico è un’accozzaglia di biglietti d’auguri, rime da cantilene, frasi smozzicate di programmi di rete 4, interiezioni da serie crimes austriache, brani di novene. Le sue frasi sono enfatiche ma non stucchevoli, perché l’intento comunicativo è più grande della doratura che cerca di applicarvi sopra, e sconquassa il messaggio in un’unica urgenza: leggimi. Ascolta la mia storia.
Maria, la zia, è una figura positiva: «la zia Maria che mi voleva bene». Tra le altre figure positive spicca il Padre, destinatario ideale del quaderno. C’è un contesto ben preciso, una famiglia benestante con il calessino che va in malora quando il capofamiglia, il padre di Maria, perde la vista in campagna a causa di un pezzo di legno che gli si conficca nell’occhio. Venuto meno il maschio di casa, le tre figlie, dopo una lunga trafila di debiti, imbrogli, minacce perdono la casa, il calesse – il privilegio. Di queste tre figlie si sposa solo Lucia, la mia bisnonna, senza uscire tuttavia dalla miseria economica.
Il trauma di mia nonna non viene chiamato per nome: è “il capitano” o “il temporale”. Sappiamo che è un membro della famiglia, ma il grado di parentela non viene esplicitato nei suoi scritti. È un trauma annidato nel cortile della sua infanzia, sul tetto di un trullo, in mezzo alle campagne e nelle processioni. Niente di romantico: la sostanza del mondo all’epoca era quella, quella la fattura dei giorni, scolpita più dalle rotte politico-sociali che dall’afflato mistico di “noi magiche femmine del sud”. Inutile chiedersi se la perdita della vista del mio trisavolo sia stata una redistribuzione karmica per essere stato padrone e non servo quando vedeva; o cosa sarebbe stato di noi se mia nonna fosse ancora venuta da una famiglia col calesse. Non credo che il germe della violenza si annidi mai solo in un singolo, così come i geni del bene, e le cose di questa terra sono troppo avviluppate tra di loro per poter credere che sfilettare le anime come lische di pesce sia una buona idea. Preferirei sfilettare i processi, le strade, le sorti collettive.
Tre sorelle, tre vedove di padre: Maria, la mistica, Vituccia, la pazza anoressica, Lucia, la madre delle ombre e di Carmina, che si rivolge al Padre anche lei. Mi viene da ridere: tutte queste pazze che parlano direttamente e incessantemente con un uomo o di un uomo – il Padre celeste, il padre terreno, l’abuser traumatizzante – ma per comunicare tra di loro devono mettere su questa rete di preghiere, beate mezze scomunicate, quadernini nascosti nei ripostigli, non detti e disturbi più o meno psichiatrici durati cento anni. Grazie ragazze, che dire. Ma anche questo penso faccia parte della storia; forse, nei loro giorni di vita, si sono date delle mani ben più concrete di quanto possa trovare io, in certi giorni, in mezzo alla città.
3.3 fonte: il Quaderno rosa di Carmina
Foglio Bianco di mio padre ti vorrei parlare. Tu mi ascolti muto. In te solo posso confidare. Che non mi fermi nel parlare.
Mio Padre un uomo esemplare. Il suo Volto sempre presente non lo potro mai dimenticare. Quanto lavoro Padre mio mi ricordo quando scatinavi dei solchi profondi dovevi fare lavoravi di notte con la luna che ti faceva compagnia. Era estate e noi nel trullo per riposare
Povero Padre mio. E quando era mattino tu ti mettevi in cammino da una partita all’altra. Carico di fichi ritornavi dopo si tagliavano a due e si mettevano a seccare. Padre mio nei tuoi occhi si vedeva la stanchezza ma la sera. trovavi la forza per andare sul trullo salivi la scalinata per suonare la ritirata tutti aspettavano quel suono con armonia e si scioglieva la compagnia andavano a letto in allegria. Tutti ti amavano eri buono. E quando passavi tutti aspettavano una tua smorfia e una battuta piano per non sentire il capitano
Perchè muto dovevi stare nessuno scherzo potevi fare
Quando la Vendemmia arrivava a casa si ritornava. Ecco mio Padre non faceva in tempo a riposare che un altro lavoro doveva iniziare. Affianco alla nostra casa. cèra la cantina dove si faceva il vino e lui nella matra, pestava l’uva. quel profumo di mosto che si affondeva per tutta la strada Poi arrivava l’inverno e passava nel frantoio che si trovava di fronte al tabacchino si scendeva con le scale mi ricordo quando toccava a noi cucinare era una festa per me. Venivo a portare i legumi e tu mi facevi mangiare insieme a tutti.
Poi mi ricordo dell asino che girava per fare camminare una ruota schiacciava le olive e usciva l’olio e tutti cantavano/te/no ciucciu bedru te stu core. ota la ruota e non te farmare. Ma io a casa dovevo tornare che tristezza mio Padre dovevo lasciare vicino a lui mi sentivo sicura mio Padre le sue bracce erano il mio mondo per me era il mio mondo. Lui quel uomo mi e sempre protetta grazie Padre mio non dimentico mai quando mi chiamavi dicevi vieni vicino a me e il rifugio erano le tue bracce il tuo cuore era grande mi ricordo quando andavamo a raccogliere le olive faceva freddo e tu riscaldavi le pietre al fuoco e le mettevi nelle mie mani per farle riscaldare. Questo era mio Padre
E bello rammentare e ricordare quel volto quel Viso che non cè più riviverlo nel silenzio della sera guardando una stella e dirli ti amo ancora come prima.
Mi manca la nostalgia del tuo sguardo ma al buio della sera alzo gli occhi al cielo e guardo la stella più bella perchè in quella stella vedo i tuoi occhi
Sei stato un Padre perfetto dal seme della terra sei stato prescelto faro acceso. Grazie Padre mio che mi ai insegnato ad essere forte grazie di avermi coltivata come un fiore delicato ma quando venne il vento le foglie secche stavano portando via in me rimase solo nostalgia ricordi di un tempo svaniti nell’ombra radiosa come i petali di una rosa lasciando solo lo stelo alla piantina
O, foglio bianco tu solo mi dai la forza di raccontare tu sei lo specchio rivelatore mi dai la forza di scrivere ma non voglio raccontare tutto.
Come potrò dimenticare quel giorno che il drago mi strofino la mano nella strattiera [2] era tutta una piaga. Tu volesti parlare. ma zitto dovevi stare per la prima volta vidi un segno di pietà di mia madre e quando me la medicava la benda mi strappava. E tu Padre vedevo il mio dolore sul tuo volto. e ti allontanavi ma mi bastava il tuo affetto
Mio Padre se potesse continuare lui su questo foglio. A questa giuria che fa fatica a capirmi. E quando sto per parlare mi dicono ti devi dimenticare ma non capiscono quando una ferita e troppo profonda la porti fino alla tomba. Mio Padre mi ricordo che tutte le sere per dormire sei sedie mi aggiustava con passione mi guardava le coperte mi adaggiava la mano nei capelli mi passava poi mi sussurrava stai comoda?
Questo era mio Padre. Quel volto stanco quel piccolo uomo ma con un cuore grande. Padre mio finchè vivrò nel cuore sempre ti porterò. Quando dormo sul divano sento sempre la tua mano e la tua voce che mi dice stai comoda? Si padre mio meglio delle sedie.

Il tempo passa il mondo cambia ma le ferite restano sempre nel cuore – il passato mi a insegnato a rispettare i valori della vita adesso se incontro dei sassolini per me sono fiorellini.
Grazie Padre mio mi ai insegnato a essere cristiana e di essere sempre forte e allegra. Come eri tu quando tornavamo stanchi alla sera dalla campagna e si cenava con frise o con verdure in un piatto si mangiava in due attenta a non sbagliare altrimenti erano guai. Non dimenticherò quel giorno terribile come in un teatro la scena si ripeteva quella scena che per una bambina non era il suo copione dopo rimasi sola era una giornata di pioggia quando sei rientrato in un angolo stavo piangendo mi dicesti ti a fatto del male? e per la prima volta ti sentì bestemmiare. Ma zitta dovevo stare perchè immaginavo quello che dovevi passare dovevi combattere con due e io bambina non potevo difenderti. Le mie bracce non erano forti come le tue così forti che un giorno che vorrei dimenticare ma mi ritornano sempre in mente quelle braccia così forti per la spalla mi aggrappasti e la vita mi salvasti. Tu Padre quel giorno qualcosa avevi capito e volesti parlare ma un temporale vidi arrivare. Quel temporale che durò per giorni. Il tempo passava la bimba cresceva rimasero solo la violenza le botte fino al giorno del sue nozze stavo lavando per terra e dissi passa dalla cucina che qua e bagnato uno schiaffo mi arrivò e mi disse Ti devo crepare fino alla fine e poi aggiunse e quando ti sposi tu io non vengo. quella promessa fu mantenuta e quel giorno delle sue nozze con tutti l’invitati si fece conoscere quello che era un violento. tutto questo per una parola che disse suo suocero volarono le sedie in aria vetri rotti.
[…]
Padre quel deserto che è stato il marchio della mia vita ero una bambina smarrita e grazie alla tua guida vedevo la luce, per uscirne fuori. I brutti ricordi mordono ti consumano a poco a poco anche se non li dimostri. Ma ti distrugono l’anima come una candela Padre mio. nelle rughe del tuo Viso leggevo che il tempo e passato ma la luce dei tuoi occhi quanto anno amato. Ecco il vocabolario della mente mia in te si è svuotato ora sai di quella mano che a usato violenza a contaminato la mia pura innocenza il tempo a smorzato ma non cancellato la sofferenza della mia vita
[…]
Immagini vengono alla mia mente di tempi trascorsi rimpianti perduti tramonti nebulosi della mia vita battiti del cuore rallentano piano piano i sogni e gli anni miei. Sono stata cresciuta in mezzo alla sofferenza in quella casa della nonna. Mio nonno ceco una zia non voglio scendere ai particolari . La nonna quando le venivano convulzioni si torceva tutta durava per un pò faceva pena. La zia Maria molto buona mi voleva bene. Quante volte anche tu mamma ti sentivi male con i tuoi svenimenti se ti arrabiavi ti venivano spesso. E io bambina ti portavo l’acqua. e per lo spavento chiamavo mio Padre se non cera io piangevo da sola
Ora che sono grande mi domando forse non parlava e soffriva insieme a me: ma perchè mai un sorriso o una carezza da te mamma? Quante volte avevo voglia di addormentarmi sul tuo seno ma le tue bracce non lo mai viste abbracciarmi coccolarmi nel tuo cuore. E quando vedevo l’altre mamme che lo facevano mi domandavo ma è davvero mia madre? Perchè il suo cuore è di pietra? Eppure ti o voluto bene. Ma tu difendevi lui, il temporale.
***
Lascio queste righe chi le legge si ricorda di quella bimba nel deserto ricordatela sempre con amore e tenerezza. E io vi auguro ogni bene e tanta dolcezza nella vita. Grazie Foglio bianco ora ti devo salutare perchè quest’ultimo capitolo di quella bimba nel deserto a te non posso affidarlo, e mentre stavo riflettendo a chi lo posso affidare. Alzando lo sguardo al cielo la luna mi sembrò che dicesse scrivalo su una pergamena arrotola e mettila in una bottiglia insieme alla chiave del tuo cuore sulla chiave metti le tue iniziali chi la trova sa che è la tua e gettala nel mare e se arrivano le onde le portano su. E un pescatore la trova e vede leggendo le iniziali le porta a me. le dico la bottiglia legala a una grossa pietra per non farla ritornare più
Ma la chiave consegnala a me la conservo io. Un giorno quando la troveranno insieme alle cose che non sono più mie io le lascio un bigliettino queste chiavi sono del mio cuore li dentro o chiuso tutto il mio amore per voi quella bimba che nel deserto quella chiave che voleva aprire il cuore mia madre non la mai trovata e de rimasto sempre chiuso senza vedere che provava per me–
quell amore che non è stato capace di farmi da scudo per fermare una mano violenta. Finisco in queste riche ce tutta la sofferenza del mio passato. E se quella chiave del mio cuore la provate nel vostro cuore e funziona aiutatemi a uscirne fuori perchè la ferita del mio passato sanguina ancora. e quando i ricordi sfiorano la mia mente mi ritrovo bambina e intorno a me c’è il deserto aiutate quella bambina prendetela per mano e portatela in salvo.

4. Atto prescrittivo
4.1 A chi legge:
– hai qualcosa che chiami trauma o nodo? prova a darci un nome e, nello scioglierlo o comprenderlo, identifica un obiettivo, tuo o in parole altrui
– possiedi reperti di persone che narrano? descrivili e, se riesci, decodificali
– compila un atto descrittivo di questi personaggi e capisci come modulare la loro distanza dalla tua persona.
– individua uno o più punto di espianto in queste storie (In questo caso: la sopraggiunta cecità)
– rifletti su come si declinano nelle tue testimonianze le forme che rimandano al punto di espianto (in questo caso: forme del verbo vedere)
– individua i tuoi arcani
– buon viaggio!
4.2 Il mazzo delle vedove; Arcani
«Prenditi cura tu di quelle mie pene che sai.»
I. Le bracce: la difesa («Le sue bracce erano il mio mondo; le sue bracce mi hanno salvata».
II. Il foglio bianco: l’Aiutante magico o un supporto materiale.
III. La stella più bella: la speranza( «al buio della sera alzo gli occhi al cielo e guardo la stella più bella»).
IV. la mano nella strattera: la Violenza prediscorsiva (in generale), una persona violenta (drago, capitano, temporale).
V. il Mutismo: la connivenza («tu muto dovevi stare, zitto dovevi stare»).
VI. La Vendemmia: il collettivo.
VII. La bambina nel deserto: il gioco si ferma, non vogliamo più raccontare nè vedere.
VIII. la giuria: doppia valenza di giudizio segregante/supporto, uditorio benevolo.
IX. la mano: doppia valenza, colpire/riscaldare le pietre, dare conforto. L’apparizione della mano indica che ogni arma è a doppio taglio, ogni storia pure.
X. Zia Maria. La preghiera, «questa pena che tu sai». È l’Arcano apofatico di decodificazione linguistica ed epigenetica; ricorda “La ruota”degli Arcani di Marsiglia perché muove le file generazionali in avanti.
XI. il verbo “dovere”: quando combinato con V, Mutismo e connivenza indica un’azione presente; quando combinato con altre carte, indica un accumulo di parole sotto forma di obbedienza destinato a esplodere («quando parlavo mi dicevano devi dimenticare»).
XII. La chiave: richiesta di aiuto ad agenti esterni («se quella chiave del mio cuore la provate nel vostro cuore e funziona aiutatemi a uscirne».
XIII. Gli occhi: simile al Papa nei tarocchi di Marsiglia ma tramite cecità anche alla morte rigenerante, XIII classico, e alla Stella. Figura paterna positiva e persa anzitempo/ le stelle, la protezione divina («al buio della sera alzo gli occhi al cielo, in quella stella vedo i tuoi occhi, gli occhi miei si specchiavano nei tuoi»). Se compare insieme a una carta di violenza, invita a spostare il tempo: non perché accada meno, ma perché possa essere guardato. Con Arcano 5 (Il Mutismo) indica ciò che avrebbe potuto essere fatto per migliorare la situazione ma che non è stato fatto, per mancanza di strumenti o altro.
XIV. Le “convulZioni”: un problema slatentizzato/un capro espiatorio.
XV. gli svenimenti: un problema latente.
XVI. le sedie (su cui dormire): scomodità, problemi economici.
XVII. frise e verdure in un piatto: se dritta, convivialità e benessere. se al rovescio, invita a mettere in guardia contro la foodification del suditalia e la romanticizzazione della vita contadina.
XVIII. Luisa Piccarreta (libro di preghiere esterno alla famiglia): la macrostoria e i suoi intrecci. Esci dal tuo micro, rivolgiti al mondo.
XIX. l’oggetto quaderno: non esitare ad aprire tutti i cassetti che hai a disposizione.
XX. il trullo: la casa/il posto del trauma. Se in una stesa con XVII e XVIII indica problemi strutturali e di ordine mondiale, relativi alla colonizzazione e all’esproprio delle terre.
XXI. la madre Opaca: mancanza di supporto e comprensione, sia personale che strutturale. Può anche suggerire distanza come forma di sopravvivenza.
XII (arcano in più). io.
4.3 Stese
Lettura genealogica
Si estraggono tre carte.
La prima indica ciò che ha protetto.
La seconda indica ciò che non ha potuto proteggere.
La terza indica ciò che resta da portare.
Le carte rappresentano funzioni che possono attraversare più generazioni. Se compare Il Silenzio o Il Foglio Bianco, leggerò una preghiera di Maria, senza commento e senza spiegazione.
Lettura dello sguardo
Si estraggono quattro carte.
La prima indica ciò che è stato visto all’epoca.
La seconda indica ciò che non poteva essere visto allora.
La terza indica ciò che è stato visto ma non detto.
La quarta indica ciò che oggi può essere guardato.
Se compare La Bambina nel Deserto, la lettura si interrompe, perché ha raggiunto il limite del vedere. Riprovare il giorno seguente.
5. Atto predittivo: divinazione finale
Nel libro di preghiere di zia Maria non compaiono quasi per nulla forme del verbo Vedere. Quest’assenza è stata una risorsa: ho capito che la forza di questa preghiera non risiedeva nel momento in cui è stata scritta, nell’immanente, ma nel suo futuro. Vedo Maria andare e venire dalla chiesa e dal lavoro di lavandaia: le mani crepate dallo stricaturo dei panni e dai grani del rosario.
Mi piace pensare che le sue preghiere, come un manifesting epigenetico, si siano nascoste in un anfratto delle mie tempie e mi proteggano anche oggi. Ciao ragazza.
Note
[1] Rielaborazione del verso della canzone «Jeder Traum hat ein ende, nur die liebe bleibt», («ogni sogno ha la sua fine, solo l’amore rimane», con “Trauma” al posto di “sogno”).
[2] grattugia
[3] ndA: nessun errore ortografico della Fonte è stato corretto
Francesca Boemia Stefanelli è scrittrice, traduttrice e performer. Vive a Napoli. Si occupa di dissidenza della parola nella Russia contemporanea. Le sue pratiche artistiche si muovono nello scarto tra ciò che ci raccontiamo e ciò da cui veniamo raccontat*. Cura laboratori di poesia e scrittura collettiva nello spazio urbano, nella speranza di poter veicolare una narrazione corale. Canta spesso la sera.
