Nel viaggio simbolico degli Arcani Maggiori, il numero V — il Papa — incarna l’ordine e la trasmissione dei saperi istituzionalizzati; il numero XII, l’Appeso, ne rappresenta la sospensione e il rovesciamento. Il corpo pendente dell’Appeso, immobilizzato ma lucido, rompe quella simmetria: è un invito a disimparare lo sguardo ereditato di chi accetta la sospensione come possibilità di capire. L’inversione non è solo visiva: riguarda il modo stesso di conoscere. Guardare da un’altra angolazione mette in crisi il sapere verticale fondato su autorità ed efficienza. Nell’immobilità dell’Appeso si apre una conoscenza diversa: circolare, intuitiva e relazionale, capace di superare la centralità dell’io occidentale.
Questo movimento di sospensione è un atto di reincanto: la riemersione di forze e memorie marginalizzate dalla razionalità capitalista. Contro l’idea di un mondo ridotto a risorsa, l’Appeso restituisce un sapere che si fonda sulla relazione tra corpo e cosmo, tra umano e non umano, tra individuo e collettività. Allo stesso modo, l’incanto non è un residuo arcaico, ma una pratica politica: le pratiche collettive di cura e condivisione restituiscono al sapere la sua dimensione affettiva, opponendosi alla logica estrattiva e alla perdita di senso che il capitalismo impone [1] Il sapere non si trasmette più per gerarchia, ma grazie alla memoria e alla sopravvivenza. Come nelle costellazioni visive dell’immaginario, il pensiero non si sviluppa in linea retta, ma per attrazione: le idee, come le immagini, non si succedono ma si inseguono e si ripetono [2].
L’Appeso, in bilico tra due mondi, incarna così la possibilità di un pensiero decentrato, che si affida all’incertezza come metodo, e alla vulnerabilità come conoscenza. In questa resa, il soggetto epistemico europeo — costruito come neutro, universale e sovrano — perde il suo punto d’appoggio. È in questa instabilità che può cominciare un’altra forma di sapere: una conoscenza capovolta, situata, sensibile e relazionale; meno orientata al controllo, e più esposta alla contingenza del mondo e dei corpi che lo abitano.
A partire da questa fragilità umana si apre il paradigma dell’Appeso. Se il numero XII segna la soglia della perdita, la sua figura non rappresenta una punizione ma un atto di volontaria resa: un gesto che sospende la logica binaria del sapere, quella che separa l’alto dal basso, la mente dal corpo, il soggetto dall’oggetto. L’Appeso non è vittima di un destino imposto — è colui che sceglie di ribaltare la propria posizione per vedere diversamente. Nel suo corpo capovolto, l’ordine del mondo si disfa e si ricompone secondo una grammatica nuova, non più fondata sul dominio ma sull’apertura.

Nel Rinascimento, epoca in cui i Tarocchi nascono come gioco di corte ma si caricano presto di valenze simboliche ed ermetiche, il corpo dell’Appeso incarna un gesto di conoscenza radicale. La stasi è anche una sospensione del giudizio. In questa soglia il pensiero rinuncia al dominio e si apre alla rivelazione. L’uomo capovolto diventa così una metafora del sapere come discesa e come riconoscimento dei propri limiti. È un sapere che non procede per verticalità — dal cielo alla terra — ma per inversione, secondo un ritmo di ascesa interiore che si compie solo attraversando la caduta.
L’Appeso, in questo senso, è una figura di confine: sta a metà tra la vita e la morte, tra ciò che possiamo vedere e ciò che resta nascosto, tra il potere e la rinuncia. La sua immobilità non è passività, ma una scelta precisa, quasi un esercizio spirituale che lo porta a mettere in discussione la prospettiva dominante. In una cultura occidentale che ha costruito il proprio modo di conoscere sul controllo dello sguardo, l’Appeso rappresenta l’opposto: un sapere che nasce proprio dalla perdita dell’equilibrio. È il corpo, con la sua postura ribaltata, a determinare il tipo di conoscenza che possiamo ottenere dal mondo.
Da questa prospettiva, la carta dell’Appeso anticipa l’epistemologia situata di Donna Haraway: conoscere non significa accedere a una verità neutrale, ma assumere una posizione parziale, incarnata e responsabile verso ciò che si osserva. La sospensione dell’Appeso rifiuta l’idea di una verità totale e trasparente: il soggetto non domina l’oggetto, ma vi entra in relazione. La conoscenza non si conquista come possesso, ma si costruisce come pratica di prossimità, ascolto e scambio tra il corpo e il mondo [3].
Il gesto dell’Appeso non è solo epistemologico, ma anche politico. Christina Sharpe, con il concetto di “wake work”, mostra come nelle condizioni storiche segnate dalla violenza coloniale e schiavista il sapere emerga proprio da una posizione di sospensione forzata: una veglia tra vita e morte, in cui l’io non può più presentarsi come sovrano, ma si dissolve in una memoria collettiva che abita le tracce del trauma. La sospensione dell’Appeso trova qui una risonanza concreta: non come scelta astratta, ma come condizione storica di corpi esposti, vigilanti, che producono conoscenza non malgrado la vulnerabilità, ma attraverso di essa. [4].
Ma l’Appeso non agisce solo sul piano psicologico o spirituale. La sua figura ha anche una valenza politica, come sottolineano le riletture più contemporanee. In un sistema che misura il valore in termini di produttività e movimento, la sospensione dell’Appeso è un atto di resistenza. Restare fermi diventa una forma di opposizione, una sospensione del tempo lineare e capitalistico che impone l’azione continua. In questa lentezza radicale, come suggerisce Silvia Federici, si nasconde la possibilità di una conoscenza altra: collettiva, affettiva e incarnata [5].
Anche la dimensione visiva della carta partecipa a questo processo. Georges Didi-Huberman ha mostrato come l’immagine, quando si apre, smetta di essere pura rappresentazione e diventi spazio di pensiero. Così l’Appeso non mostra qualcosa: pensa attraverso il proprio corpo sospeso. La sua figura è un’immagine aperta, in cui la visione si fa esperienza del limite. Guardandolo, lo spettatore è costretto a capovolgere la propria prospettiva, a guardare il mondo da un punto di vista impossibile [6].
Questa è la forza epistemica dell’Appeso: il suo sguardo non proviene dall’alto, ma dall’inverso. È la conoscenza che nasce dal basso, dall’esperienza corporea, dal contatto con la terra e con la materia. È una conoscenza che non si impone, ma si lascia accadere. La sospensione diventa così una pedagogia dell’attesa: una pratica del pensiero lento, capace di sostituire al gesto della presa quello della cura.
Nel contesto dei Tarocchi, dove ogni carta è una soglia verso la successiva, l’Appeso prepara alla trasformazione della Morte, non come annientamento ma come rinnovamento del senso. Il suo corpo fermo ma vivo testimonia che ogni conoscenza autentica passa attraverso un momento di stasi, di rottura, di perdita. Solo accettando il rovesciamento — solo rinunciando al controllo — è possibile accedere a una conoscenza altra, non più fondata sull’ordine ma sulla relazione, sulla risonanza, sull’esperienza condivisa.
Per comprendere come il rovesciamento epistemico dell’Appeso trovi un riscontro concreto nella storia culturale globale, occorre osservare contesti in cui la conoscenza si è costruita attraverso forme non lineari e non gerarchiche. Questi due casi mirati — scelti per evitare qualsiasi generalizzazione continentale — mostrano come, dentro la documentazione prodotta dagli apparati imperiali, emergano incrinature capaci di mettere in discussione la struttura stessa del sapere occidentale.
Il primo caso riguarda il Congo Free State (1885–1908) e il Report on the Congo Free State compilato da Roger Casement nel 1904 [7]. Pur essendo un documento formale, redatto secondo i protocolli dell’amministrazione britannica, il rapporto rivela un paradosso radicale: l’archivio, nato per certificare la “civiltà” dell’impresa coloniale, finisce per testimoniare l’esatto contrario. Casement registra misurazioni, numeri, deposizioni giurate, ma ciò che traspare è una conoscenza che sfugge alla griglia statistica. Le testimonianze raccolte nel villaggio di Bolima riportano venti uomini uccisi e le abitazioni incendiate dopo l’incapacità di soddisfare le quote mensili di gomma; nel distretto di Lake Tumba, molti villaggi raccontano di uomini costretti a trascorrere fino a dieci giorni consecutivi nella foresta per la raccolta, lasciando bambini e anziani morire di fame. Ancora più rivelatrice è la registrazione protocollare delle “mani tagliate” consegnate come prova dell’uso delle munizioni: quarantadue in un singolo episodio verificato da Casement, usate come unità di misura contabile per certificare la produttività della Force Publique. Lo stesso vale per le stime sulla produzione del caucciù, che in alcune aree coinvolgeva “il settanta per cento degli uomini adulti”, rendendo impossibile qualsiasi attività agricola e generando carestie locali.

Questi elementi, pur provenendo da un archivio concepito per razionalizzare la conquista, mostrano una realtà che eccede il linguaggio burocratico e rende visibile ciò che quel linguaggio tenta di neutralizzare [8]: corpi contabilizzati come risorse, villaggi svuotati, economie spezzate. I contadini mutilati, le testimonianze raccolte villaggio per villaggio, le descrizioni delle mani tagliate come quota di produzione del caucciù: tutto ciò non è riducibile alla logica contabile. È un sapere che forza l’archivio dall’interno, mostrando la fragilità del suo ordine [9]. La sua forza non risiede nell’oggettività dei dati, ma nell’impossibilità — tutta umana — di farli rientrare nell’equazione. In questo senso, il documento diventa un primo esempio di rovesciamento epistemico: è il margine a parlare, non il centro.

Il secondo caso è quello delle grandi carestie coloniali in India, analizzate dal Report of the Indian Famine Commission del 1880 [10]. Anche qui l’archivio si presenta come un dispositivo neutro, concentrato nel raccogliere tabelle di piogge, rendimenti, prezzi dei cereali, stime demografiche. Eppure, proprio dentro questa struttura meticolosa, emerge un’altra verità: la fame non fu un evento “naturale”, ma l’effetto diretto di un’economia fondata sulla sottrazione sistematica di risorse. Il rapporto, pur senza volerlo, registra la tensione tra la narrazione ufficiale — che spiegava la carestia attraverso cicli climatici — e una serie di evidenze che incrinano quella versione: l’aumento forzato delle colture da esportazione, la rigidità fiscale, l’imposizione del mercato unico imperiale, il crollo delle reti locali di sussistenza.

L’archivio ottocentesco tenta di controllare il territorio con numeri e registrazioni, ma finisce per far emergere ciò che non riesce a contenere: vite precarie, assenze, storie che sfuggono alla griglia amministrativa. Nei verbali dei distretti rurali, accanto ai dati ufficiali, compaiono racconti che sfuggono alla logica contabile. Ci sono intere comunità che lasciano i villaggi, madri costrette a mescolare farina di corteccia ai cereali, amministratori che ammettono di non riuscire più a far rispettare le tasse perché si trovano davanti “corpi che non hanno più peso”. È un sapere che si colloca negli interstizi, che non entra davvero nei moduli amministrativi e prende forma solo se ci si sposta di lato, con uno sguardo meno rigido. Uno sguardo più vicino alla sospensione dell’Appeso che alla verticalità della governance imperiale.

Accostati, i due casi rivelano come gli archivi coloniali — pensati per consolidare l’autorità dell’Impero — contengano al loro interno forze di disordine. In Congo, l’eccesso di dolore che trapela dalle deposizioni rompe la retorica civilizzatrice. In India, il peso delle assenze — campi vuoti, villaggi deserti, voci annotate come “non pervenute” — smonta la pretesa universalistica del dato. Entrambi mostrano che il sapere prodotto dall’alto non può garantire da solo una comprensione del reale. È nelle crepe, nei margini, nelle testimonianze che eccedono la griglia burocratica che si forma una conoscenza altra: non quella dell’archivio come dispositivo di controllo, ma dell’archivio come campo di tensione, in cui la realtà riemerge e chiede di essere ascoltata.
È qui che il gesto dell’Appeso trova la sua eco empirica: sospendere il punto di vista dominante, rovesciare l’ordine della significazione, e lasciare che il mondo — anche quello custodito negli archivi coloniali — si mostri a partire dai suoi lati nascosti. Una conoscenza che non sostituisce il dato, ma lo attraversa; che non rifiuta l’archivio, ma lo capovolge; che non cerca una nuova “verità totale”, ma una forma più umana, più fragile e più reale di vedere.
Il lavoro forzato, la regolazione produttiva e la subordinazione burocratica non modellano soltanto le vite, ma incidono fisicamente e psicologicamente chi vi è sottoposto: corpi in attesa, esposti e alienati, che raccontano la precarietà di una condizione storica condivisa [11].
Se gli archivi coloniali mostrano come il sapere imposto dall’alto si incrini dall’interno, le epistemologie non occidentali rivelano l’altra faccia del rovesciamento: quella che nasce fuori dall’archivio, nelle tradizioni che hanno costruito forme di conoscenza non lineari, relazionali e radicate nella comunità. È qui che il gesto dell’Appeso trova un secondo riscontro: la sospensione non come effetto collaterale del dominio, ma come principio attivo di interpretazione del mondo.
Nella tradizione yoruba, la divinazione Ifá non si limita a un procedimento predittivo: essa organizza il sapere attraverso un complesso sistema di relazioni simboliche che intrecciano individuo, comunità e storia, facendo emergere legami tra eventi passati, presenti e potenzialità future [12]. Ogni gesto divinatorio, ogni segno interpretato, costruisce reti cognitive e affettive che sfuggono alla linearità causale tipica del pensiero occidentale, e nello stesso tempo consentono di affrontare problemi concreti, dai conflitti sociali alle crisi ambientali, secondo una logica di interdipendenza e responsabilità condivisa.
Le ricerche dei Subaltern Studies evidenziano come i soggetti marginalizzati generino continuamente forme di sapere che interrompono e decentrano la prospettiva europea. Pratiche culturali, discorsi politici, rituali quotidiani e resistenze sotterranee producono informazioni e codici interpretativi che, pur spesso invisibili agli archivi ufficiali, configurano una comprensione alternativa del mondo [13]. Questi saperi, lungi dall’essere semplici residui folklorici, rappresentano strumenti epistemici potenti: mettono in discussione la centralità della ragione “normata”, rivelano le logiche di potere e aprono percorsi di decostruzione delle gerarchie globali.
In questo senso, la sospensione dell’Appeso e le epistemologie non occidentali convergono: entrambe mostrano come la marginalità possa diventare un luogo di produzione conoscitiva, dove la vulnerabilità non è debolezza ma condizione di accesso a una visione più ampia e sensibile. L’attenzione ai legami simbolici, all’interconnessione tra corpi, storie e spazi, e la valorizzazione delle forme di sapere subalterne, costituiscono strumenti concreti per decolonizzare la conoscenza e per proporre una modalità di interpretazione del mondo che non sostituisce l’oggettività del dato, ma la attraversa e la trasforma in un orizzonte meno astratto e più attento alle condizioni materiali, storiche e relazionali del conoscere.
In questo quadro, l’Appeso si manifesta come corpo sospeso: simbolo dell’attesa, del sacrificio e della vulnerabilità. L’esperienza del trauma coloniale e della logica capitalista diventa tangibile e cognitiva, e il gesto del rovesciamento permette di leggere la precarietà come risorsa epistemica [14]. Non si tratta di rifiutare l’archivio o la documentazione storica, ma di attraversarli per far emergere ciò che sfugge alla logica contabile e lineare della modernità.
Alcune pratiche artistiche contemporanee documentate in contesti postcoloniali — come quelle presentate alla Biennale di Dakar 2022 o raccolte dall’Asia Art Archive — incarnano questa logica di sospensione e decentramento: esse traducono la sospensione in esperienze sensoriali e narrative che mettono in crisi la centralità del soggetto europeo. Installazioni, performance e media ibridi sospendono il punto di vista dominante e ne aprono altri. Mostrano forme di conoscenza fondate su memoria condivisa, corpo e relazione con l’ambiente.
Il report UNESCO del 2023 sulle pratiche decoloniali mette in luce come queste esperienze non siano episodiche, ma parte di un movimento più ampio: artisti e istituzioni creano archivi, residenze e sistemi narrativi che interrompono la linearità mercantile e la logica del capitale, restituendo voce ai margini e riconoscimento ai saperi marginalizzati [15]. La centralità della documentazione, la cura per la trasmissione dei materiali visivi e la relazione con le comunità diventano strumenti conoscitivi, capaci di trasformare il trauma in una forma di apprendimento critico e di sperimentazione sensibile.
In questo contesto, il corpo sospeso dell’Appeso trova una sua eco concreta: non è più solo metafora, ma si materializza nelle pratiche artistiche come dispositivo per decostruire l’egemonia epistemica, trasformando vulnerabilità, memoria e trauma in conoscenza condivisa. Il lavoro artistico diventa così un laboratorio di reincanto, in cui la fragilità della percezione e della rappresentazione si fa metodo, permettendo di leggere il mondo non più secondo le coordinate del profitto e della gerarchia, ma attraverso la molteplicità di prospettive e la complessità dei legami tra soggetto, storia e ambiente. Questa dimensione empirica rafforza l’idea che il rovesciamento epistemico non sia solo un gesto teorico, ma un’azione concreta che produce effetti visibili e misurabili sul piano sociale, culturale e simbolico.
Attraverso questo intreccio di approcci postcoloniali, forme di sapere storicamente marginalizzate e pratiche artistiche contemporanee, il corpo sospeso dell’Appeso diventa una forma operativa di resistenza. È nel margine, nella pausa e nel gesto sospeso che si forma una conoscenza reincantata, capace di interrompere la logica lineare del capitalismo globale, decostruire la centralità europea e proporre una visione del presente che abbraccia vulnerabilità, memoria e possibilità.
Il percorso tracciato mostra come l’Appeso non sia solo un simbolo, ma un dispositivo critico capace di mettere in crisi il sapere che pretende stabilità e centralità. Rovesciare lo sguardo significa riconoscere che la conoscenza nasce anche dalle crepe, dalle assenze e dalle vite che l’archivio tenta di neutralizzare. Questa sospensione non è un gesto passivo: è un atto politico.
Implica decentrarsi, rinunciare al privilegio dello sguardo neutrale e accettare che il sapere si costruisce nella relazione e nella vulnerabilità. Significa assumersi la responsabilità delle proprie posizioni, riconoscere i rapporti di potere e aprire spazi in cui le voci marginalizzate possano parlare senza essere assorbite o normalizzate.
La conoscenza capovolta dell’Appeso non sostituisce una verità con un’altra: disattiva la logica della conquista e propone un modo di pensare più lento, più poroso, più umano. Un modo che non teme l’incertezza, perché è proprio lì che la realtà si mostra.
Note
[1] Il “reincanto” non è residuo arcaico ma pratica politica, elemento decisivo per interpretare la sospensione non come fuga ma come metodo attivo. Cfr. Federici S., Re-enchanting the World. Feminism and the Politics of the Commons, PM Press, Oakland, 2018.
[2] Il suo atlante mostra come il pensiero possa organizzarsi per immagini e costellazioni, offrendo un modello visivo coerente con il rovesciamento. Cfr. Warburg A., Mnemosyne Atlas, a cura di M. Warnke e C. Brink, Akademie Verlag, Berlino, 2000.
[3] Per radicare la critica allo sguardo neutrale: la conoscenza situata è qui centrale per capire l’Appeso come posizione epistemica e non solo simbolica. Cfr. Haraway D., Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective, in Feminist Studies, JSTOR, 1988.
[4] Sharpe definisce il “wake work” come veglia radicale nella scia permanente della schiavitù. Questa immobilità vigile trasforma la sospensione in memoria collettiva. Cfr. Sharpe C., In the Wake: On Blackness and Being, Duke University Press, Durham, 2016.
[5] La lentezza come atto politico: un gesto che contrasta la logica produttivista, coerente con il valore della sospensione.
[6] Per sostenere che l’immagine non rappresenta soltanto, ma pensa: un punto cruciale per interpretare la figura come dispositivo cognitivo. Cfr. Didi-Huberman G., L’immagine aperta. Motivi della rappresentazione nella pittura del Rinascimento, Gallimard, Parigi, 2007.
[7] Il rapporto mostra come l’archivio coloniale, nato per controllare, finisca per testimoniare l’opposto: una dinamica essenziale al rovesciamento epistemico. Cfr. Casement R., Report on the Congo Free State, London: HMSO, Londra, 1904.
[8] Mostra come il potere coloniale produca categorie e identità funzionali al dominio, chiarendo il contesto amministrativo del caso del Congo. Cfr. Mamdani M., Define and Rule: Native as Political Identity, MA: Harvard University Press, Cambridge, 2012.
[9] Conferma che molte carestie ottocentesche in India non furono fenomeni climatici, ma effetti politici: un punto decisivo per leggere l’archivio come crepa. Cfr. Davis M., Late Victorian Holocausts: El Niño Famines and the Making of the Third World, Londra, 2001.
[10] Cito il rapporto ufficiale perché, pur nella sua volontà di neutralità, documenta contraddizioni che incrinano il discorso imperiale: un esempio perfetto di sapere che parla dal centro. Cfr. Government of India. Report of the Indian Famine Commission. Calcutta: Government Press, Calcutta, 1880.
[11] Rimando a Mbembe per interpretare i corpi coloniali come luoghi dove il potere incide vite e vulnerabilità, utile qui per leggere il corpo sospeso come traccia politica. Cfr. Mbembe A., Critique of Black Reason, Duke University Press, Durham, 2017.
[12] L’Ifá su un corpus solido e sistematico, mostrando che la conoscenza yoruba ha rigore interno e non è semplice folklore o residuo rituale. Cfr. Abimbola W., Ifá: An Exposition of Ifá Literary Corpus, Ibadan: Oxford University Press, Oxford, 1976.
[13] I Subaltern Studies mostrano come i saperi marginali generino letture alternative della storia, in sintonia con la logica del rovesciamento dell’Appeso. Cfr. Guha R., Elementary Aspects of Peasant Insurgency in Colonial India, Duke University Press, Durham, 1999; Dipesh Chakrabarty, Provincializing Europe, Princeton University Press, New Jersey, 2000.
[14] Cito Fanon e Sharpe perché evidenziano come trauma e vulnerabilità producano forme di conoscenza politica, elemento che qui sostiene l’idea della sospensione come metodo. Cfr. Fanon F., I dannati della terra, Einaudi, 1961; Christina Sharpe, In the Wake, Duke University Press, Durham 2016.
[15] Report UNESCO per mostrare che le pratiche decoloniali costituiscono un movimento globale, utile a collocare le esperienze artistiche nel quadro contemporaneo. Cfr. UNESCO, Decolonial Practices in Contemporary Art: Global Review 2023, Parigi: UNESCO Publishing, 2023; Asia Art Archive, Contemporary Art in Asia: Documentation 2021, Hong Kong: AAA, 2021; Biennale de Dakar, Exhibition Catalogue 2022, Dakar: Dak’Art, 2022.
Bibliografia
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Lorenzo Maccati è laureato in Archeologia e Storia dell’Arte e attualmente conclude la magistrale in Storia dell’Arte a Roma Tre. Ha maturato competenze in autenticazione dei materiali, archivistica, mediazione culturale e progettazione curatoriale. Dirige la rubrica Arscripta per il magazine TogetHER e coordina progetti espositivi come CHAPT(ars). È attivo nella divulgazione storico-artistica e nella creazione di contenuti critici per contesti museali e indipendenti.
