§Rumore.
Ambiente, pratiche sociali e produzione musicale
Ontologia del rumore e sapere dell’instabilità: politica del residuo nell’opera di Michel Serres
di Vincenzo Santarcangelo

C’è un presupposto tenace, quasi un’abitudine non riflessa, che attraversa la storia del pensiero occidentale: che il sapere inizi con un atto di distinzione, con una cesura che isola la forma dal suo fondo, il segnale dal rumore che lo offusca. Da Platone in avanti, la conoscenza è stata concepita come un processo di purificazione, un movimento ascensionale che dal caos multiforme del sensibile astrae la stabilità del concetto, la chiarezza dell’idea. In questa narrazione, che è insieme epistemologica e ontologica, il rumore non può che occupare il posto dello scarto, del residuo, dell’ostacolo da superare per attingere a un ordine più vero. È l’elemento spurio che disturba la comunicazione, l’errore che vizia il calcolo, l’interferenza che impedisce alla forma di manifestarsi nella sua integrità. Che si tratti della fisica, della teoria dell’informazione o della filosofia, il rumore è stato a lungo relegato al ruolo di antagonista del senso, di limite negativo la cui eliminazione costituisce la condizione stessa del conoscere [1]

È contro questo presupposto che si muove, con una radicale inversione di prospettiva, l’intera opera del filosofo francese Michel Serres. Per Serres, il rumore non è ciò che si oppone al sistema, ma ciò che lo rende possibile, non è l’incidente da correggere, ma la condizione stessa da cui ogni ordine, per quanto instabile e temporaneo, emerge per poi essere inesorabilmente riassorbito. Nei suoi lavori, da Genesi a Il parassita, da Les cinq senses a Il contratto naturale, Serres elabora una “filosofia dell’instabilità”, una “filosofia dei corpi confusi” tale per cui il sapere si configura come ascolto, l’ordine come una tregua e il pensiero come una difficile coabitazione con il disordine. La noise, pertanto, cessa di essere un concetto meramente negativo per trasformarsi in un principio generativo. È il fondo vibrante da cui affiorano i corpi, le relazioni, il senso; il «multiplo tale e quale» (Serres, 1988, p. 75) [2], che precede qualunque messaggio e qualunque forma. In questa visione, l’universo di Serres non nasce da un’imposizione ordinatrice su una materia inerte, ma dall’emergere di isole di stabilità precaria da un oceano di turbolenza. La genesi è un combattimento contro il rumore, ma un combattimento da cui non si può mai uscire definitivamente vincitori.

La fisica del clinamen: turbolenza e genesi

Questa intuizione affonda le proprie radici nella fisica atomistica di Lucrezio, come ha giustamente notato recentemente Steve Goodman in Guerra Sonora [3]. L’ontologia del rumore di Serres non è una metafora, ma si radica in una precisa fisica materialista, ereditata e rielaborata dalla tradizione degli antichi atomisti. L’asse concettuale Lucrezio-Serres ruota, infatti, attorno al concetto di clinamen: la deviazione minima e imprevedibile dell’atomo che, rompendo il parallelismo deterministico della caduta, genera l’urto, l’incontro, la materia stessa. È proprio questa nozione a costituire la chiave di volta di una concezione della materia non più inerte, ma intrinsecamente deviante e inventiva. Senza questa inclinazione primordiale, si legge nel De rerum natura, «la natura non avrebbe mai potuto generare qualcosa» (De Angelis, 2024, p. 95), gli atomi cadrebbero inesorabilmente paralleli «come gocce di pioggia» (Ibid., p. 95), in un universo sterile e privo di eventi. Lucrezio descrive un universo in cui i corpi primi, cadendo nel vuoto, «fanno una piccola deviazione, una cosa da nulla, non si sa quando e non si sa dove, quel tanto che basta per mutare un po’ la traiettoria» (Ibid., p. 95).  Il clinamen non è un errore, ma il processo fisico primario, una cosa da nulla che permette al mondo di inventare qualcosa di nuovo. La deviazione, dunque, non è ciò che si oppone all’ordine, ma la condizione stessa da cui ogni forma di aggregazione ha origine. Serres fa sua questa fisica dell’instabilità, identificando il rumore con la turbolenza, con la dinamica dei vortici che, come si legge in Lucrezio e l’origine della fisica, «rompe il parallelismo delle lamine ripetitive»  (Serres, 2000, p. 118). La fisica dei turbini è rivoluzionaria, non in senso ideologico, ma materiale. Il rumore-turbolenza è l’evento che rompe l’equilibrio laminare di un flusso, la deviazione che innesca le prime volute. È l’angolo minimo che, interrompendo il parallelismo ripetitivo, produce l’evoluzione verso cose diverse dallo stesso. È in questo quadro che la figura del parassita, esplorata nell’opera omonima, acquista tutta la sua potenza teorica: il parassita è l’incarnazione del clinamen all’intero di un sistema. È l’atomo deviante, il terzo uomo la cui intrusione non distrugge il sistema, ma lo trasforma, costringendolo a riorganizzarsi costantemente, non si limita a disturbare la comunicazione, ma lo rifonda su basi nuove e più complesse. Il sistema si mette in moto non appena sopraggiunge il parassita. È quest’ultimo, con il suo rumore, a costringere il sistema a riorganizzarsi, a evolvere, a produrre storia, complessità e vita, dimostrando che l’ordine non è che un caso particolare del disordine, una sua temporanea e locale eccezione. Egli incarna l’instabilità come motore della genesi, dimostrando come ogni ordine emerga da una deviazione, da un’interferenza che, lungi dall’essere un’anomalia, si rivela come la vera regola del gioco. Ma è un rumore che dev’essere ascoltato: l’udito diviene così il senso della mescolanza per eccellenza, la modalità percettiva che ci immerge nel mondo anziché separarci da esso. 

Da questa ontologia del rumore discende necessariamente una nuova epistemologia, una epistemologia della immersione. Se  il reale è un oceano di flussi e interferenze da cui emergono isole precarie di ordine, se il mondo nasce dalla turbolenza, la sua conoscenza non può più affidarsi al primato della visione, senso della distanza e della distinzione netta. La vista è il senso della distanza, della separazione, della geometria, che presuppone e costruisce un soggetto conoscente separato da un oggetto conosciuto, limpido e distinto. È il senso che predilige la stabilità della forma, la chiarezza del contorno, l’immobilità della statua, ma che in questo suo atto di astrazione finisce per perdere il contatto con la “carne del mondo”. Un mondo generato dal clinamen e dalla mescolanza non si lascia catturare da uno sguardo che lo tiene a distanza, ma chiede di essere esperito nella sua prossimità, nella sua contingenza. In Genesi e poi, soprattutto, ne Les cinq senses Serres critica aspramente l’oculocentrismo della tradizione occidentale – un sapere che astrae, separa e misura – per opporgli un sapere come ascolto: «L’udito è modello del conoscere. Esso è ancora attivo e ricco quando l’occhio si perde o si addormenta. Esso è continuo laddove gli altri sensi sono intermittenti. Intendo e comprendo, ciecamente, quando l’evidenza è scomparsa e quando si è dileguata l’intuizione, queste eccezioni. Comincio a intendere, del mondo e della storia, il rumore e il furore: la noise» (Serres, 1988, p. 79). Conoscere non è più un atto di contemplazione a distanza, il theorein greco, ma un’immersione nel fondo vibrante delle cose. Sapere non significa più “vedere chiaramente”, ma “tendere l’orecchio” al mormorio indistinto da cui, raramente, emergono segnali e informazioni. Una immersione che non coincide con un’esperienza pacifica. Un “tendere l’orecchio” che non coincide con un mero atto passivo.  L’ascolto è un senso avvolgente e relazionale: non si può non sentire, poiché il suono ci attraversa e ci mette in costante e ineludibile relazione con l’ambiente. La parola francese bruit significa tanto rumore quanto battaglia. Il rumore è un’arma, uno strumento di conquista territoriale: «Prendere lo spazio, prendere il posto, ecco tutta la questione. […] Il rumore occupa lo spazio più velocemente dell’arma» (Ibid., p. 134) si legge ancora in Genesi. L’ascolto diviene così un atto di sintonizzazione su una vera e propria guerra sonora, un campo di battaglia di frequenze dove l’informazione che emerge non è un dato neutro, ma l’esito temporaneo di uno scontro, una vittoria precaria sul frastuono. Il rumore, dunque, si rivela non solo come matrice cosmogonica, ma come soglia conoscitiva e politica, un campo di battaglia in cui il sapere non consiste nell’astrarre una verità eterna, ma nel discernere le fragili emergenze di senso dal caos che le costituisce e costantemente le minaccia.

Florian Hecker. Hinge (2012) Three-channel electroacoustic sound, loudspeaker system, 26:32 min. Processed installation photography. Installation view of Florian Hecker, Sadie Coles HQ, London, November 23, 2012–January 19, 2013. Courtesy the artist and Sadie Coles HQ

Il corpo come scatola, la pelle come velo

In che modo un corpo coabita con un mondo che è, nella sua essenza, rumore? La risposta che Serres offre ne Les cinq senses è quella di un’architettura complessa, un sistema di filtri e risonanze che egli descrive attraverso la metafora della scatola. Il nostro organismo è un insieme di “scatole all’interno di scatole”: dalla casa che ci protegge, involucro esterno che smorza le asprezze del mondo, fino alla scatola cranica, all’intricato labirinto dell’orecchio e alla cellula stessa. Ogni livello di questa stratificazione opera una trasformazione, un processo di ammorbidimento che traduce l’energia grezza del reale – il duro – in informazione, in segnale – il molle. Il corpo, in questo senso, è un’interfaccia che non subisce passivamente il caos, ma lo elabora, lo filtra, lo rende abitabile. È una macchina per addomesticare il rumore. È nel corpo che si gioca questa partita, in quello spazio di coabitazione tra umano, ambiente e tecnica che Serres descrive come un sistema di scatole e veli, filtri che trasformano la durezza del mondo nel molle dell’informazione, rischiando però di anestetizzarci.
Tuttavia, questa stessa architettura protettiva nasconde un rischio mortale: quello di diventare una prigione. Il più potente di questi filtri, il più efficace degli anestetici, è il linguaggio. Le parole riempiono la nostra carne e la anestetizzano. Quando il brusio incessante del discorso collettivo si sostituisce al mormorio del mondo, la nostra capacità di sentire si atrofizza. La tecnica moderna, amplificando a dismisura questo “rumore collettivo” completa l’opera di isolamento, chiudendo le finestre della nostra percezione e rendendoci sordi non solo al mondo esterno, ma anche al rumore interno dei nostri stessi organi. La salute, per Serres, è proprio questo silenzio, questa armonia in cui il corpo cessa di ascoltare se stesso per aprirsi all’altro.

Come riaprire, dunque, le scatole sigillate dal linguaggio? La via d’uscita, la soglia di una nuova coabitazione, risiede per Serres nella pelle. La pelle non è un semplice confine, un involucro che ci separa dal mondo, ma è essa stessa un sensorium commune, un senso comune a tutti gli altri sensi. È un velo vibrante, una varietà dei nostri sensi mescolati, il luogo per eccellenza della contingenza, dove il mondo e il mio corpo si toccano, si intersecano e si accarezzano. Sulla sua superficie, la durezza del mondo si imprime non come segnale filtrato, ma come traccia, come tatuaggio. La pelle è un mosaico variopinto, una mappa in perenne mutamento su cui si inscrive la nostra storia, la memoria invisibile dei nostri incontri con la grana delle cose, con la loro turbolenza. È recuperando questa sensibilità tattile e primordiale, questa sapienza della pelle, che il corpo può sfuggire all’anestesia del concetto e tornare a essere il luogo di una conoscenza che non separa, ma mescola: una filosofia, appunto, dei corpi confusi.

 

Dal rumore al contratto: per un’ecologia della mescolanza

Il corpo che si fa soglia, che abita il mondo come un sistema poroso di scatole e veli, non è un’isola. È immerso in un ambiente che è, a sua volta, un immenso corpo vibrante, una rete di flussi e turbolenze che Serres chiama “il rumore del mondo”. La filosofia classica, tuttavia, ha operato una rimozione fondamentale: ha costruito il suo edificio politico e giuridico esclusivamente sul “contratto sociale”, un patto stipulato tra soli esseri umani, come se il mondo circostante non fosse altro che uno sfondo inerte, un palcoscenico passivo per il dramma della storia. In questo teatro, tutto si gioca nella relazione tra soggetti, nel dialogo o nel conflitto tra le volontà, mentre la Terra, il grande “terzo escluso”, tace. È un silenzio artificiale, prodotto da un pensiero che ha reciso i propri legami con il non-umano per rinchiudersi nell’autosufficienza del logos e della politica.
Ma il mondo non tace. Il suo rumore di fondo, a lungo ignorato, si manifesta oggi con la violenza delle catastrofi. Le tempeste, le inondazioni, i cambiamenti climatici sono il ritorno del rimosso: il brusio della Terra che si fa urlo, irrompendo nella sfera sigillata delle nostre certezze. Questa fureur collective della natura, che Serres descrive in Genesi in termini non dissimili dalla fureur della folla umana, ci costringe a riconoscere la nostra dipendenza da un sistema che ci eccede e ci costituisce. La Terra cessa di essere un semplice oggetto di sfruttamento – il duro da piegare alla nostra volontà – per rivelarsi come un partner attivo, un interlocutore la cui voce non può più essere ignorata [4].
È qui che si rende necessario un nuovo patto, un “contratto naturale” che superi l’antropocentrismo del contratto sociale. Stipulare un contratto con la Terra significa abbandonare la logica del dominio e del parassitismo unilaterale per entrare in una relazione di simbiosi e reciprocità. Significa imparare ad ascoltare il mondo, a decifrare i suoi messaggi, a rispettare i suoi ritmi e i suoi equilibri. È un’ecologia che è, prima di tutto, un’etica della mescolanza, un riconoscimento del fatto che non esiste una separazione netta tra noi e l’ambiente, ma un’unica, complessa trama di interdipendenze. Il rumore, in questa prospettiva, non è più solo una categoria ontologica o epistemologica, ma diventa il fondamento di una nuova pratica politica: quella di un mondo in cui il dialogo si allarga per includere la voce muta ma potente delle cose, in un parlamento allargato dove la natura siede con lo stesso diritto degli uomini.

 

L’Io fluttuante: variazioni sulla soggettività

La filosofia classica, da Cartesio in avanti, ci ha consegnato l’immagine di un soggetto-fortezza, un “io” la cui esistenza è garantita dalla purezza del pensiero e la cui prima mossa consiste nel separarsi dal mondo per conoscerlo. L’io penso è un punto fisso, un centro di stabilità da cui l’ordine della ragione si irradia su un reale altrimenti caotico. Serres sovverte questa architettura. Il soggetto della sua filosofia non è un’entità preesistente che si affaccia sul mondo, ma è esso stesso un effetto della mescolanza, un’emergenza locale e precaria dal rumore di fondo. “Non sono un soggetto stabile”, sembra dire ogni pagina dei suoi libri, “ma un’interferenza, un nodo temporaneo in una rete di flussi”.
Ne Les cinq senses, Serres descrive come la coscienza non risieda in un punto fisso del cervello, come la ghiandola pineale di Cartesio, ma nasca nei punti di contatto, nelle pieghe del corpo su se stesso. L’identità non è un’essenza, ma una topologia di superfici che si toccano, un evento che accade nella contingenza. Questo “io” non è globale, ma locale: esiste in frammenti, si accende e si spegne, si sposta. È un “io” che si manifesta nella bocca che assapora, nella pelle che freme, nell’orecchio che si tende all’ascolto. È un cogito distribuito, un Arlecchino le cui pezze colorate sono i diversi sensi e le diverse esperienze che, momento per momento, ne compongono la figura instabile.
Questa soggettività fluttuante non è mai solitaria. Come emerge in Genesi, l’individuo è sempre immerso nella cohue, nella folla, nel rumore del collettivo. La fureur della moltitudine non è un semplice fenomeno sociale, ma la condizione stessa da cui emerge la singolarità. L’io è un vortice che si distingue per un istante dalla turbolenza generale, ma che non può mai recidere del tutto i legami con la matrice plurale che lo ha generato. Non esiste, in Serres, un soggetto che si oppone a un oggetto o a un collettivo; esistono solo diversi stati di aggregazione del molteplice. Pensare, vivere, sentire significa imparare a navigare in questa complessità, a essere attraversati dai flussi senza pretendere di dominarli, a esistere come una variazione continua all’interno della grande sinfonia del mondo, accettando che la propria identità non sia altro che il ritmo fragile e mutevole di questa danza.

 

Politiche della molteplicità: il rumore come dissenso e la sapienza del mondo mescolato

Il percorso che ci ha condotti dalla fisica del clinamen all’epistemologia dell’ascolto, fino alla soggettività plurale e instabile, trova il suo compimento in un’idea tanto semplice quanto radicale: quella di una conoscenza che non separa, ma mescola. L’intera filosofia di Michel Serres si configura come un invito ad abbandonare la pretesa di un sapere chiaro e distinto, fondato sulla distanza e sulla purificazione del segnale dal rumore, per abbracciare una sapienza del mondo mescolato. Il corpo, con la sua architettura di scatole e veli, non è un ostacolo alla conoscenza pura, ma lo strumento stesso attraverso cui abitiamo la complessità del reale. È una soglia vibrante dove le categorie di soggetto e oggetto, interno ed esterno, perdono la loro rigidità e si confondono in un’unica, inestricabile trama.
In questo orizzonte, la pelle, il nostro sensorium commune, diventa il modello di un sapere che è, prima di tutto, un’arte della contingenza e della prossimità. Conoscere non significa più dominare un oggetto a distanza con lo sguardo, ma lasciarsi attraversare dalla sua turbolenza, registrare sulla propria superficie le tracce e le cicatrici del suo passaggio. È una sapienza che richiede pazienza, un’immersione che accetta l’opacità e l’incertezza come condizioni ineludibili. Significa imparare a pensare con il rumore, anziché contro di esso, riconoscendolo non come un difetto da correggere, ma come la materia prima, inesauribile, da cui scaturiscono tanto il mondo quanto il pensiero. Rinunciare alla pretesa di un ordine puro per abitare la complessità del mondo: questa, in fondo, è la lezione di Serres. Il rumore non è un limite da superare, ma il fondamento dell’essere e del pensiero. Non errore, ma condizione.
Una filosofia che pone il rumore a proprio fondamento non può rimanere una meditazione puramente estetica o ontologica; essa è, nella sua essenza, un atto politico. Riconoscere il primato della turbolenza sulla stabilità, della molteplicità sull’unità e della mescolanza sulla purezza significa operare una critica radicale a ogni forma di potere che si fonda sull’imposizione di un ordine unico e sulla soppressione delle differenze. Il pensiero di Serres, in questo senso, ci fornisce gli strumenti per elaborare una politica del rumore, intesa come pratica del dissenso e della disobbedienza.
La politica, in questa prospettiva, non è più solo un confronto di discorsi e rappresentazioni, ma una vera e propria guerra sonora una lotta per l’occupazione dello spazio sensibile. Se, come afferma Serres, «tutta la questione» non consiste che nel «prendere lo spazio, prendere il posto», allora ogni atto che introduce un’interferenza nel segnale dominante, ogni voce che rompe il silenzio imposto, è un atto di insurrezione. La fureur della folla descritta in Genesi è l’irruzione di questa energia caotica e plurale nella sfera: una turbolenza che, con la sua sola presenza, mette in crisi la logica unitaria del potere, più che non un soggetto organizzato che avanza le proprie istanze. Le culture musicali nate ai margini, dai rave illegali ai sound system, incarnano perfettamente questa politica del rumore: sono pratiche che non cercano il consenso, ma che si appropriano di uno spazio fisico e sonoro, creando zone temporaneamente autonome dove l’ordine del discorso dominante è sospeso: «All’inseminazione dell’ondata e dell’onda, come all’inizio del mondo, è l’eco del rumore confuso. Il verbo ne sarà il messia, e l’idea il messia del messia, atteso nel rumore, sperato nell’elevazione della rinascita musicale» (Serres, 1988, p. 229).
Questa stessa logica si estende al rapporto con il pianeta. Il contratto sociale moderno si è fondato sulla rimozione del rumore del mondo la Terra come un partner silenzioso da cui estrarre risorse. Le crisi ecologiche contemporanee rappresentano la voce assordante di questo “terzo escluso” che reclama il proprio posto nel dialogo politico. Ascoltare il rumore del mondo, stipulare con esso un “contratto naturale”, diventa allora un atto politico di portata rivoluzionaria: significa riconoscere la pluralità degli attori – umani e non-umani – e sostituire la logica del dominio con quella della simbiosi e della coabitazione.
In definitiva, la filosofia del rumore di Serres è un appello per una politica della molteplicità. Essa ci insegna a diffidare di ogni sistema – politico, scientifico o sociale – che pretende di raggiungere la purezza eliminando le interferenze. Abbracciare il rumore significa, al contrario, abbracciare il conflitto, l’impurità, la complessità. Significa accettare che la convivenza non sia il risultato di un’armonia prestabilita, ma l’esito sempre precario e rinegoziabile di una turbolenza di fondo. È una politica che non cerca la sintesi, ma che impara a vivere nella tensione irrisolta del mondo mescolato: «Non c’è torre, non c’è integrazione, non c’è gerarchia, né livello, neppure regola corrente nel tempo in luogo di essere costruita nello spazio, né superamento né ripresa, né struttura né ordine in generale. […] Esistono, certo, ordini di cose, ma la molteplicità non serve da relais, è, rimane molteplicità. Ecco dunque, alcuni ordini, sparsi, bagnati, di multiplo, di rumore, di caos. La necessità vi brilla con scintillii nella contingenza, si intende il suo messaggio in mezzo ai clamori. Ecco alcuni ordini, ognuno nel suo ordine, in preda alla crescita della noise» (Ibid., p. 228).

Note

[1] Per una recente rassegna, volta a “riabilitare” qua oggetto filosofico il rumore, indagato da un punto di vista filosofico e fenomenologico, si veda B. Vassilicos, G. Torre, F.T. Pellizer (a cura di), The Experience of Noise. Philosophical and Phenomenological Perspectives, Palgrave Macmillan, Cham 2025. Per una prospettiva funzionalista-computazionalista si veda invece I. Wilkins, Irreversible Noise, Urbanomic, Falmouth, forthcoming (ma già disponibile come tesi di dottorato al LINK). Si veda anche G. Hainge, Noise Matters. Toward an Ontology of Noise, Bloomsbury, London 2013.
[2] «Questo libro cerca una meditazione sul multiplo puro, oltrepassati il mare, la piana, il braccio d’acqua, voglio dire il rumore, l’odio, il tempo, cerca una filosofia della storia. Il multiplo è l’oggetto di questo libro e la storia il suo fine» (Serres, 1988, p. 78).
[3] S. Goodman, Guerra sonora, Produzioni Nero, Roma 2024. Si veda in particolare il paragrafo 20, “99-50 A.C.: ritmo dal rumore”, pp. 171-174.
[4] Sulle questioni solo accennate in questo paragrafo, si veda l’opera del 2003 di recente tradotta in italiano: Michel Serres, L’incandescente. Il grande racconto della terra, della vita, dell’uomo, Mimesis, Milano-Udine 2025.

Bibliografia

De Angelis M., De rerum natura di Lucrezio, Mondadori, Milano 2022.
Goodman S., Guerra sonora, Produzioni Nero, Roma 2024.
Hainge G., Noise matters. Towards an ontology of noise, Bloomsbury, London 2013.
Serres M., Les cinq senses, Grasset, Paris 1985.
Serres M., Genesi, il melangolo, Genova 1988
Serres M.Lucrezio e l’origine della fisica, Sellerio, Palermo 2000.
Serres M., Il contratto naturale, Feltrinelli, Milano 2019.
Serres M., L’incandescente. Il grande racconto della terra, della vita, dell’uomo, Mimesis, Milano-Udine 2025.
Serres M., Il parassita, Mimesis, Milano-Udine 2022.
Vassilicos B., Torre G., Pellizer F.T. (a cura di), The Experience of Noise. Philosophical and Phenomenological Perspectives, Palgrave Macmillan, Cham 2025.
Wilkins I., Irreversible Noise, Urbanomic, Falmouth forthcoming.

Vincenzo Santarcangelo, docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, è membro associato del LabOnt dell’Università di Torino. È autore de Il suono. L’esperienza uditiva e i suoi oggetti (Raffaello Cortina, 2018) e di Have your trip! La musica di Fausto Romitelli (Auditorium, 2104). Ha firmato numerosi articoli incentrati sulla filosofia del suono e sulla filosofia della musica, pubblicati, tra le altre, da The Monist, Rivista di Estetica, Music & Science, Organised Sound. Collabora regolarmente con La Lettura e Pianeta 2030 (Corriere della Sera) e con il giornale della musica. È traduttore di saggistica filosofica per editori come Einaudi, Raffaello Cortina, Produzioni Nero, Luiss University Press e Mimesis.