RELATIONSHIP

Sedute temporanee. Lo spazio relazionale di Manuela Mancioppi di Lara Carbonara

RELATIONSHIP
Sedute temporanee. Lo spazio relazionale di Manuela Mancioppi
di Lara Carbonara

Una situazione temporanea di condivisione, un luogo di sosta, che ‘costringe’ i partecipanti ad avere un contatto visivo o corporeo in una seduta indossabile in lana. Un tappeto-sacco che diventa luogo di partecipazione mobile: uno spazio in-corporabile che guarda gli attraversamenti di instabilità urbana come momenti performativi e di re-invenzione delle relazioni sociali. Temporary_Seating è il progetto che Mauela Mancioppi ha proposto nel 2011 per l’evento Contemporary City, a San Giovanni Valdarno.
Due estranei indossano lo stesso tubo di stoffa. Si ritrovano a guardarsi faccia a faccia o si scoprono con le spalle incollate a guardare altrove. Risatine, respiri imbarazzati, il maglione con tante braccia ed un unico collo rigurgita sul tappeto coppie di visitatori dilatando il loro­ tempo. Fermarsi, indossare un maglione, guardarsi, o strofinare la pelle contro quella dell’altro, sono la memoria di una offerta del proprio tempo, delle azioni di ritrovamento del sé che formano un corpo collettivo, un momento di pae(s)saggio viscerale in cui l’esterno sembra essere rivoltato verso l’interno; Contemporary City è una ricerca in progress; una città in movimento che si prende cura di se stessa: una rassegna itinerante definita come un laboratorio fuori dal contesto museale e Manuela Mancioppi è un’artista che attraversa la sua pelle, perfora la distanza tra i corpi attraverso una ricerca multisensoriale dello spazio. Uno spazio che ognuno può riconoscere come il proprio, in cui il movimento dell’uno deriva e determina il movimento dell’altro; il formarsi di equilibri ogni volta diversi, il creare relazioni attraverso un percorso che impone condizioni oggettive, la difficoltà di muoversi modificando l’ambiente che ci contiene, l’obbligo dell’interazione tra i soggetti che si ritrovano in uno spazio creato dalla relazione stessa. Il lavoro di Manuela Mancioppi è un lavoro immateriale, partecipativo, relazionale.
Nel 2006 Manuela incomincia una installazione ancora in progress, Mappe Multisensoriali. In cui cuce insieme corpo, spazio e sensorialità:
“Chiedo alle persone che incontro, abitanti del luogo o anche semplici ospiti e passanti, di indicarmi dei luoghi particolari che abbiano dei riferimenti con i cinque sensi, quindi sia al tatto, al gusto, all’udito, cioè a tutto quello che può rimanere nella memoria o comunque se c’è qualcosa di particolare, di quotidiano che accade sempre quel giorno alla stessa ora, così da ricreare poi grazie a tutte queste indicazioni date dal pubblico delle nuove mappe sensoriali per poter offrire una sorta di nuovo tragitto da percorrere e da riscoprire”.

Manuela Mancioppi, Temporary_Seating, 2011

 

 

In questa azione performativa il corpo attraversa un nuovo ambiente che lui stesso costruisce, che spesso ricostruisce a sua immagine e somiglianza, e che pensa di poter (ri)edificare attraverso il suo sguardo singolo, individuale, emozionale. L’ambiente urbano favorisce un senso di potenziale possesso dello spazio, determinato proprio dal mutato sguardo sulla propria città. Per dirla con le parole di Viviana Gravano: “L’uomo nuovo attraversa fisicamente la metropoli di notte e di giorno, la fa sua, la possiede, la violenta, e ingaggia con lei una battaglia quotidiana nella quale si sente alla pari”1.
Vagare, perdersi, seguendo le diverse suggestioni che la percezione sensoriale può dare non può che produrre mappe labili e continuamente ri-disegnabili. La deriva del gioco: una precisa rivendicazione del tempo non più come dovere, ma come tempo dello svago, dell’attenzione a se stessi, di una vita altra, al di fuori dei canoni comuni di riconoscimento.
Sempre nel 2006 Manuela inventa un abito abitabile, progettato per viaggiare, ad uso e consumo di  coloro  che  conducono una vita nomade, dei  perenni girovaghi dotati di valigia, dei senzatetto.
Indossando l’abito abitabile  da viaggio e con l’utilizzo della telecamera Manuela ha  percorso gli spazi urbani di Pescara, filmando i luoghi incontrati durante il proprio cammino. L’abito che si trasforma anche in  sacco a  pelo che le permette, nel tragitto, di sdraiarsi  per terra, in modo da avere  delle riprese video con un diverso punto di vista. In contemporanea alla performance nomade, il pubblico è stato invitato ad  interagire con l’artista negli spazi percorsi, con l’ausilio di una  mappa multisensoriale da compilare.  Ogni partecipante ha  indicato sulla suddetta mappa le emozioni provate con tutti  e 5 i  sensi, seguendo un percorso  comune. Una  legenda  esemplifica inoltre l’interpretazione del luogo stesso. Il  risultato è un video dei luoghi percorsi dal punto di vista di  Manuela e una mappa gigante con le  segnalazioni di spazi  particolari incontrati dalle persone,  per un invito ad un  percorso esperienziale del luogo  attraverso una sensibilità  ed un’attenzione diversa.  Manuela arriva, in tutta la sua ricerca artistica, ad esplorare se stessa attraverso l’esplorazione degli altri, del loro corpo, dei loro sentieri, delle loro impressioni.
Viaggiare dentro le sensazioni e i ricordi delle persone appare a Manuela l’unico viaggio possibile. Esplorare le rappresentazioni del mondo è come viaggiare in esso. L’artista esplora nelle sue performance una distanza: quello spazio tra lo spazio reale e la sua rappresentazione, o il suo ricordo o la sua esperienza; la sua creatività artistica diventa così, un modo per mescolare realtà, finzione e gioco: “come tentare di essere un personaggio del romanzo al di fuori del romanzo”2.
Ed ecco che scava, in uno sguardo sempre più intimo, oltre il finestrino, nell’installazione site-specific del Macro Future, Specie di Attraversamenti, 2010.
L’artista cuce insieme pensieri nomadi dispiegati su grovigli di strade e itinerari, sensazioni ritrovate come rituali giocosi, attese riformulate in paesaggi intimi.  In Specie di attraversamenti Manuela immobilizza istantanee sul filo dell’inchiostro, fra tratti profondi e fenditure ordinate dalla spinta nervosa della sua mano. L’immobilizzazione del pensiero in disegni e appunti che appoggiano lo sguardo fuori dal finestrino;  un realismo materico dal sapore dell’interstiziale, disturbo e contaminazione di creatività in corso. Graffi che intingono la pagina dal rumore di inchiostro, orientamenti instabili che si sporcano di una vita inafferrabile.
Un’indagine intima e pubblica insieme che indugia su scorci e paesaggi cercandone l’essenza; un’esplorazione di geografie che dà vita ad una conversazione con la traccia e il ricordo di ciò che è stato o ciò che abbiamo sentito, e ci permette di rinunciare all’anestesia della memoria.
La riscoperta dei luoghi visitati dall’artista attraverso le forme diaristiche dei suoi disegni, la compostezza privata delle sue analisi, la lucidità immobile dei suoi sguardi.
Manuela non disegna per descrivere, ma per superare la barriera che la divide da quanto guarda, per forare la superficie della realtà e mescolarsi con essa.  Il suo è un sentire-vedere che rivela situazioni emozionali senza mai raccontarle con esattezza: volti a metà tra delirio e luce, valigie che si immergono nel buio, treni che vengono fuori ostinati dalla strada, alberi al vento sfocati e  indistinti, strade che si perdono nella notte, lacrime insistenti che rigano i finestrini, parole anestetizzate a colpi di invenzioni. Uno sguardo strumento del sentire. Uno sguardo che cerca di scavare in quell’oscurità in cui tutto sprofonda, l’ombra della notte al di là del finestrino. E sembra che tutto quello di cui Manuela ha bisogno, lo porti via con sé. Una valigia “è tutto lì dentro, quello che mi appartiene”, racconta, e a volte sembra di ritrovarcisi dentro questa valigia. Come ritrovarsi nella patina distratta di una polaroid; come sognare sul suono strozzato di un giradischi; come sforzarsi di  percorrere lo spazio tra le righe; come stupirsi nel voler essere miopi e guardare il mondo con un occhio solo…
Alla centralità classica dello spazio consolidato, dunque si contrappone, quindi, la nuova centralità dello spazio percepito. E’ proprio questo spazio delle infrastrutture il referente e, insieme, il fondamento dell’identità come territorio dell’atopia. È qui che si deve cercare l’identità del non luogo. Ciò che è mutato si trova in questa distesa senza nome, in questo nuovo paesaggio della dispersione. Le performance della Mancioppi disegnano una sorta di geografia intima, tanto più perturbante perché tracciata quasi sempre in spazi estremamente pubblici. Più volte nel discorso arte contemporanea si insiste sul lavoro di rottura del limite pubblico/privato attuato dagli artisti, ma per l’artista il discorso si radicalizza perché la materia privata ‘messa in piazza’ richiede quasi sempre un’alta soglia di rischio personale dell’artista stessa. Le storie che Manuela Mancioppi mette in gioco partono sempre da lei e si allargano agli ‘altri’ che però entrano automaticamente in una sorta di autobiografia collettiva.
Se facessimo più caso allo spazio che occupiamo, ci soffermeremmo sulla considerazione che per dirla con De Certau, lo spazio è “un incrocio di entità mobili”.
Transitiamo fra gli ‘a capo’ delle frasi, in una condizione di equilibrio tra paragrafi e punteggiature; fra i passi frettolosi delle corse contro il tempo,  in una condizione di incertezza tra i semafori e il cemento. Percorriamo il nostro spazio in un gioco di ironie e riflessioni, testimonianze e opinioni, improvvisazioni e documentazioni.  In movimento, in una migrazione alla deriva, ci piace assumere il passo del lettore-viaggiatore con lo sguardo che delinea la direzione.
Allora potrebbe capitare di pensare che non siamo fatti per vivere la nostra vita fermi e ammorbati dai luoghi comuni, ma che potrebbe piacerci incominciare a camminare per trovare spazi incredibilmente nostri, e riuscirci a caderci dentro. Inevitabilmente.

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1 Viviana Gravano, Paesaggi Attivi L’arte contemporanea e il paesaggio metropolitano, Costa & Nolan, Torino, 2008
2 Sophie Calle, Double Game, London, Violette Limited

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Lara Carbonara è dottoranda in Teoria del Linguaggio e Scienze dei Segni (Università degli Studi di Bari Aldo Moro). Si occupa di studi culturali, visuali e postcoloniali focalizzando la sua ricerca  in ambito letterario-artistico. è  direttrice di una rivista on-line, ArtSOB Magazine che indaga i campi dell’arte contemporanea;  è una curatrice free lance ed ha diverse collaborazioni.

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