Sensory Hiatus

Toccata. Appunti sul mantenersi in contatto di Fabio Fornasari

Sensory Hiatus
Toccata. Appunti sul mantenersi in contatto.
di Fabio Fornasari

“To ask for a map is to say, ‘Tell me a story’.”
Peter Turchi, Maps of the Imagination. The writer as cartographer, 2004.

“… Occorre prendere in considerazione un più ampio sistema
rispetto al quale il cervello rappresenta solo un elemento.
La coscienza non è qualcosa che il cervello ottiene da solo.
La coscienza richiede l’operazione congiunta del cervello, del corpo e del mondo.”
Alva Noë, Perché non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza, 2010.

“Forse era inevitabile che anch’io diventassi un narratore di storie.”
Oliver Sacks, L’occhio della mente.

“La prego, si ricomponga.”
Locuzione d’uso comune.

Introduzione

Qualsiasi scrittura ha sempre una componente biografica. Non si può prescindere da ciò che siamo e da ciò che abbiamo fatto, in quanto tutto questo definisce lo sguardo attraverso il quale leggiamo il mondo. Qualsiasi frammento del nostro pensiero ne porta traccia (Grechi, 2016: 58). Per poterlo comprendere, il senso stesso delle parole che seguono ha bisogno di essere guidato per essere inteso nella maniera più corretta. Si sente il bisogno di fornire le chiavi per aprire le rappresentazioni possibili dei mondi che si portano al loro interno.

Chi scrive per venti anni ha intrecciato una doppia ricerca professionale e scientifica: da un lato all’interno della professione di architetto museologo, progettando esperienze museali, ragionando sul mostrare, sullo statuto delle collezioni; dall’altro un’attività di ricerca all’interno dell’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza di Bologna intorno alle modalità di accedere alle conoscenze in forma non visiva che lo ha portato tre anni fa, affiancato da Lucilla Boschi, ad aprire una prima stanza museale: il Museo Tolomeo. Col tempo il museo si è allargato sviluppandosi come ambiente di apprendimento e si è raddoppiato all’interno dell’atelier Tolomeo, dove si progettano laboratori, si sperimentano museologie dove scambiare sensibilità con il pubblico intorno a parole ambigue come accessibilità e inclusione in una chiave che dal visivo scambia continuamente con il non-visivo, rispettando il principio che solo nello scambio comunicativo all’interno di modalità differenti si creano occasioni per sviluppare le proprie percezioni, ma anche di sviluppare dimensioni di apprendimento cooperative o collaborative: con tutti e non per tutti.

A partire da questo intreccio di sguardi, visivi e non-visivi, obiettivo e occasione di questo articolo è proporre un punto di vista in forma di pensieri sui temi delle differenti sensorialità e della corrispondente rappresentazione del mondo.

Sentire attraverso il museo

Il museo è già una rappresentazione del mondo a tema.
Il museo è il migliore modo per comprendere come ci si posiziona rispetto all’altro (Amselle, 2017) e quindi è il luogo nel quale sperimentare i diversi modi di abitare e di raccontare il mondo.
Museo Tolomeo è uno spazio che parte dal riconoscimento di una piena e consapevole diversità e cerca di mostrare la cecità non come una privazione sensoriale, ma come occasione per ricercare un possibile modo di scomporre e ricomporre le nostre conoscenze a partire da quella che nel linguaggio comune chiamiamo disabilità. Prima ancora di possedere cinque sensi possediamo uno strumento potente: la mente. Essa si è evoluta in migliaia di anni elaborando gli stimoli ambientali, permettendoci di sopravvivere in qualsiasi condizione climatica, in qualsiasi condizione fisica, malgrado qualsiasi disabilità.
Scomporre la realtà in oggetti discreti possibilmente noti, attribuire un suono (dargli un nome) e un simbolo (un segno che lo rappresenta) è la principale modalità che utilizziamo in una chiave anche riabilitativa, non solo espositiva, per mostrare e non semplicemente raccontare come ci si orienta all’interno di un mondo che si pensa solo visivo.

Sentirsi completi

Il primo passo da compiere è richiamare l’attenzione intorno a ciò che siamo: un corpo dotato di sensi, sensibilità, percezioni, memorie, apparato psichico, coscienza che abita il mondo proattivamente con i propri individuali comportamenti e che si adatta continuamente alle situazioni in una continua relazione di scambio.
Pensiamo di conoscere il mondo solo attraverso le nostre percezioni che misurano il punto di equilibrio tra ciò che stiamo attivamente cercando e quello che c’è da esplorare intorno a noi. L’obiettivo di ciascun individuo non è quello di rappresentare accuratamente la realtà ma di costruire una serie di strategie comportamentali e di adattamento che gli permettono di sopravvivere all’interno di esso (Sigman, 2017).
Se si vuole comprendere qualcosa di più di quello che siamo è necessario andare a ripescare dentro e intorno a noi tutti quegli elementi di luce e ombra che ci mantengono in vita.
Occorre rimettere insieme i pezzi scomposti da Cartesio e da una cultura non ancora pronta a riconoscere che vedere, toccare, gustare, odorare e ascoltare non sono solo il risultato degli stimoli sui recettori, ma il risultato di anche quanto emerge all’interno del nostro cervello. Condizione necessaria per avere una piena consapevolezza del proprio potenziale.

Autonomia

Il primo diritto di ciascuna persona dovrebbe essere l’autodeterminazione, cioè la possibilità di poter decidere del proprio agire per realizzare se stesso. In altre parole si dovrebbe sempre facilitare la costruzione dell’opportunità di autonomia, stimolare la possibilità di superare i propri limiti per trovare vie diverse per fare le medesime cose che fanno gli altri, per abitare il mondo.
La percezione non avviene nel vuoto.
Come dice Dewey: «la vita si sviluppa in un ambiente, non solo in esso, ma a causa sua, interagendo con esso; nessuna creatura vive solo sotto la propria pelle; i suoi organi sottocutanei  sono mezzi per connettersi con ciò che si trova al di là della sua cornice corporea, e a cui per vivere si deve conformare adattandosi e difendendosi, ma come conquistandolo» (Dewey, 2007).
Lo studio e l’osservazione quotidiana di come il cieco abita i suoi spazi aiuta a comprendere cosa significa costruire una rappresentazione del mondo anche se attraverso la mobilità, l’ascolto e la tattilità, senza l’uso della vista.

Soli

Una domanda fondamentale: cosa definisce il limite del nostro corpo? Quali sono i suoi confini?
Se ci pensiamo come materia, siamo per una grande quantità acqua, liquidi, fluidi. L’acqua è il sangue della terra. In ogni istante incameriamo aria. Acqua e aria vivono insieme, creando nessi: nuvole, bolle, pioggia. L’uomo prende in sé come circolazione propria ciò che altrimenti è diffuso, libero di circolare. Siamo in continuità con l’ambiente e le nostre percezioni, i nostri sensi e le nostre sensibilità sono in azione per farcelo sentire.

Mappa Bologna, Museo Tolomeo, Crediti fotografici: Lorenzo Burlando.
Le rappresentazione cartografiche tridimensionale mostrano i corsi d’acqua in rilievo. Toccare suggerisce delle immagini che cambiano il senso di ciò che tocchiamo e suggeriscono interpretazioni.

Ma abbiamo perso la capacità di sentire con il fisico questa continuità con l’ambiente; abbiamo perso la capacità di sentirci una parte di esso, limitando la percezione del nostro essere al confine fisico dei nostri organi di senso che riconosciamo come il confine del nostro corpo: la pelle. L’osservazione a distanza attraverso la vista e l’ascolto non ci permette di incorporarci con pienezza nell’ambiente intorno a noi.
Di questo semplice fatto facciamo esperienza quando ci troviamo al buio, dove la privazione sensoriale temporanea ci impedisce di costruire una strategia a distanza del nostro movimento. I suoni ci anticipano le cose, come se potessimo toccarle a distanza. Improvvisamente, le cose appaiono, prendono corpo, esistono: ci sbattiamo contro, e percepiamo il mondo come intralcio. Urtando contro le cose, l’illusione di appartenere a un fluido continuo e monocromo che chiamiamo buio, improvvisamente viene meno e comprendiamo come l’assenza della visione destabilizza tutte le nostre certezze e il buio prende la forma delle nostre paure. Tutto quello che ci intralcia tendiamo a nasconderlo, ma inesorabilmente torna ad essere il protagonista delle nostre vite.

Ombra

Come Soli, siamo vincolati al centro del nostro sistema fatto di equilibri e di cicli e al centro del nostro sentire il mondo.
Più fortunata è la nostra ombra. Si deforma, si modella intorno alle cose, è fluida.
A fatica si stacca dal corpo. Più facilmente si fonde con le altre ombre diventando qualcosa di più grande di noi stessi: incorpora e si incorpora di continuo con le ombre degli altri e con le cose intorno senza temere alcuna contaminazione.
Il corpo materico, fisico, è soggetto a buona parte delle convenzioni, consuetudini e normative; l’ombra delle persone non conosce limitazioni del suo diritto di esistere, non è oggetto giuridico. Non sarebbe solo contro natura, ma contro anche tutte le teorie della fisica. Diversamente per l’ombra degli oggetti.
L’ombra non è dotata di organi di senso: si stacca e si proietta da noi senza alcun (apparente) reciproco sentire. Ci permette di affidargli molti pensieri, molte interpretazioni; questo a partire dalle prime interpretazioni che le sono state attribuite anticamente che la pensavano come prima oggettivazione dell’anima, immaginata come copia del corpo materico, come sosia.
L’ombra non è dotata di sensi ma risveglia in noi sentimenti, emozioni, pensieri, immagini: non è senza peso e ha un peso che sentiamo sulla e nella coscienza che poi si riflette nel fisico alterando tutto il nostro sentire. L’ombra è un simbolo.
Un’ombra è la parte di noi meno illuminata, meno sotto la nostra osservazione. Ha un suo ruolo: “ognuno di noi è seguito da un’ombra e, meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa” (Jung, 1979).

Il doppio

L’ombra è a noi familiare (heimlich) ma allo stesso tempo nei nostri pensieri, è la parte meno illuminata di noi. Questo modo di intendere l’ombra ci porta a una lettura differente con Freud: la  riconosciamo ma allo stesso tempo ci perturba. L’unheimlich, il perturbante, è qualcosa che ci appartiene, che riconosciamo e ci rassicura in quanto immagine di noi stessi ma allo stesso tempo è portatrice del nascosto, celato, da non far sapere (Freud, 1993).
L’ombra è tra i motivi che esercitano un effetto perturbante ed è il modo di Freud per rendere omaggio alla ricerca di Rank, suo allievo, sul tema del doppio e del sosia dove l’individuo arriva alla scissione dell’io e alla proiezione oggettivata del suo alter-ego per sfuggire all’idea della morte. Ma come l’ombra, anche il doppio perturbante è legato alla nostra esistenza: il rimosso torna in chi ha provato a rimuovere la cosa, forse più forte di prima, destabilizzandolo del tutto (Rank, 2009).
Per Freud quindi sul terreno del narcisismo primario che domina la vita psichica sia del bambino che dell’“uomo primitivo”, muta il segno del sosia, da assicurazione di sopravvivenza esso diventa un perturbante presentimento di morte.

Ricomporre (luci e ombre)

Gli stimoli che riceviamo dall’esterno trovano in noi risposte che generano azioni alla luce della ragione ma che spesso celano comportamenti che arrivano da qualcosa che non sappiamo controllare.
Non siamo solo ciò che si vede, apparteniamo anche a una profondità con la quale scambiamo simbolicamente.

FASI LUNARI
Moon getting nearly full, collage of 3 pictures, taken in summer 2012, Bavaria, Germany, with Sony Nex-7 and adapted lens Canon FD 4.0/300mm + 2x Extender, correction: sharpness+saturation etc.
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mond_3x.jpg#/media/File:Mond_3x.jpg

Osserviamo la Luna nelle sue fasi fatte di luce e di ombra. Vedendola ci sembra ogni giorno differente in quanto ogni giorno è più o meno ampia la sua curvatura. Guardandola meglio, osservandola, riconosciamo che è sempre lei, che il fatto che sia sempre un pochino più illuminata o rabbuiata non la rende differente, ma sempre la stessa Luna fino a quando non è completamente piena o pienamente buia. Ragionando intorno a questo fenomeno comprendiamo la sua sfericità e il ruolo che gioca all’interno della terna sole-terra-luna. La parte buia e la parte in luce della Luna sono sempre e solo la Luna.

Tempo per apprendere

Abbiamo appena mostrato il processo della visione: vedere, osservare, comprendere. È il percorso riabilitativo che viene osservato all’interno dei laboratori dedicati all’ipovisione. L’atto della visione è completo quando si arriva a comprendere il significato di un oggetto collocato all’interno del suo ambiente. Vale a dire quando abbiamo formato una immagine interna a noi che non è solo di natura visiva. Non è una semplice immagine ma un vero e proprio costrutto del pensiero.
La produzione delle immagini all’interno della nostra mente non si limita alla semplice e sola visione retinica, ma anche attraverso l’esplorazione tattile.
Quello che contraddistingue realmente la visione retinica dal conoscere per contatto, la percezione tattile, è la dimensione del tempo: l’apprendimento per contatto richiede tempo. Alla vista è sufficiente un colpo d’occhio per collocare un’immagine all’interno di un contesto, dargli un nome. Questa prima informazione la recuperiamo confrontando la nostra esperienza, il nostro vissuto: l’informazione risiede in noi ed è stata solo risvegliata dal colpo d’occhio (Lotto, 2017). Riconoscere il già noto è sempre rassicurante ma spesso non ci permette di comprendere a fondo ciò che è differente, ciò che non abbiamo ancora conosciuto e mappato concettualmente. In qualche modo nella visione retinica il riconoscimento porta con sé un processo di automazione che ci allontana da quel margine di indeterminatezza che è importante per aprire la nostra conoscenza all’esperienza del mondo.
Il cervello non si è evoluto per conoscere la realtà ma per sopravvivere. Come scrive Beau Lotto: “il mondo possiede una sua oggettività ma noi non la vediamo. La nostra esperienza del mondo non coincide con ciò che quest’ultimo è realmente perché il nostro cervello non si è evoluto per fare questo” (Lotto, 2017: 13).
Vale per tutti: si rinasce nei paesaggi che conosciamo.

Fornasari F., Giuffredi M., La croce e il ventaglio, Silvio Zamorani Editore, Torino 2004
Nelle due copie sovrapposte del volume “in chiaro e braille” e solo in “braille” si presenta il nettuno scomposto in alcune possibili visioni. La lettura delle varie posizioni recuperano la il movimento all’interno del quale è stato bloccato il Nettuno da parte dello scultore Giambologna nel 1563. Un esempio di lettura analitica.

A questa visione sintetica si oppone il modo di percepire analitico di chi apprende attraverso le mani: richiede attenzione, motivazione e tempo.
Le immagini entrano nei nostri occhi per il semplice fatto che teniamo gli occhi aperti. Il vedere non è ancora un atto di volontà fino a quando non applico una intenzionalità che lo rende uno sguardo. Toccare richiede sempre un movimento, uno spostamento degli arti, del corpo. Le mani vanno portate intorno alle cose per poter cominciare ad esplorare. In questo senso il tatto indaga a fondo, non può mancare alcuna parte della superficie della cosa. La deve esplorare e deve comprendere di cosa fa parte. Chi tocca si impiccia, curiosa con molta più attenzione, prende e lascia impronte, si forma un calco mentale della cosa che sta toccando. È il processo dello scultore che studia la forma. L’immagine mentale che si produce ricalca la realtà (Didi-Huberman, 2009). Richiede metodo, applicazione e in particolare tempo: le cose si apprendono nel tempo.

Isole nel mare

La visione per contatto è quindi una collezione di esperienze ordinate nel tempo che si riproducono in immagini mentali. Questo è un processo conoscitivo che richiede e forma un certo ordine in chi non può vedere. La collezione di esperienze che ci traducono in mappe mentali devono assumere un certo ordine tra loro per poter essere riutilizzate nelle esperienze future.

Le cose note diventano boe che illuminano quei territori ancora inesplorati. Vale anche per il vedente, ma per il cieco il mondo è poroso, fatto di una conoscenza granulare dello spazio che è descrivibile in una dimensione topologica: sopra-sotto, destra-sinistra ecc.
Le mappe sono costruite percependo i bordi dei volumi. Gli spazi si conoscono attraverso l’esperienza delle superfici che ne delimitano la forma, cercando gli stimoli che permettono di inferire i significati: forma, temperatura, superficie, duttilità, durezza.
Come per chi naviga a bordo di una barca, che bordeggia la costa per conoscere la forma dell’isola. La terra ferma esiste come linea all’orizzonte, come confine che cambia materia e forma; per il cieco gli spazi sono bordi, linee di contorno, spazi pieni e spazi vuoti. Attraversare una piazza abbandonando i bordi è come affrontare il mare aperto, abbandonarsi all’ignoto, all’indeterminato. Incrociare qualcuno significa sentirne la voce, avvertirne i movimenti del corpo, le stereotipie che riempiono il vuoto intorno. Contemporaneamente si mantiene il contatto con la materia attraverso i plantari delle scarpe e con l’estensione del dito indice, il bastone bianco che percuote ritmicamente il pavimento, si esplora il selciato e si avvertono i possibili ostacoli. Ascoltare le voci, sentire come fossero maree, seguire le tracce sonore come fossero boe, scandagliare il fondo con bastone fa comprendere quale tipo di emozione e quale tipo di mappatura per rappresentare lo spazio può nascere.
Dietro a ogni carta geografica c’è una mappa mentale che si forma facendo esperienza delle cose e del loro ambiente. Consapevolmente o inconsapevolmente è uno strumento che la nostra mente produce per conoscere, capire, controllare, abitare il mondo e l’universo intorno a noi e si corregge continuamente da sé. Vale per tutti: vedenti e non vedenti.
La mappa mentale non ha bisogno di mostrare alcuna verità o falsità, in quanto si forma sull’esperienza diretta delle cose e questo le permette di correggersi e di rinnovarsi, pena lo spaesamento e la mancanza di senso.
La prima mappa mentale è quella del nostro corpo che si rigenera continuamente mantenendone viva la percezione nello spazio e tutte le sue abilità.
Le mappe mentali sono la sopravvivenza di ciascuno di noi. Le tecnologie vicarianti in questo ci aiutano a non perderci nell’ambiente ma ci fanno perdere in coscienza geografica. Chi non vede sa che l’affidamento a una tecnologia non deve essere sostitutivo ma di appoggio: mantenere la capacità di riconoscere il nord, la conoscenza direzionata geograficamente, permette di non perdersi.

Toccata

Poter toccare le cose del mondo significa apprendere e quindi conquistare nuovi approcci alle soluzioni; significa scoprire dentro di sé nuove vie per entrare in relazione con il mondo.
Questo aspetto ludico lo troviamo nelle composizioni musicali del Rinascimento: la Toccata è una ricerca musicale improvvisata sullo strumento che consiste appunto nel toccare lo strumento svolgendo ripetuti arpeggi e scale ascendenti e discendenti con successive variazioni.
Esplorare con le mani significa quindi ricercare una soluzione per tentativi, attraversando e compiendo errori, assimilando conoscenza.
Una formazione intorno alla percezione aptica va quindi orientata allo sviluppo delle capacità di lettura, a una sensibilità sottile, fine. L’esercizio della lettura del mondo circostante, poter toccare le opere all’interno di un museo, poter toccare in generale, porta quindi ad imparare, la competenza più indispensabile per chi non vede. Toccare con le mani è leggere il mondo anche quando non è lettura di testo in braille. Infatti leggere lettere su una pagina è solo una delle letture possibili.

Leggere

«L’astronomo che legge sulla mappa del cielo la posizione di stelle che non esistono più; l’architetto giapponese che legge sul terreno la disposizione da dare alla casa per proteggerla dalle forze del male, […]; tutti costoro condividono con chi legge i libri l’arte di decifrare e tradurre segni» (Manguel, 2009: 16).
Non possiamo fare a meno di leggere. Leggere, quasi come respirare, è la nostra funzione essenziale.
Può esistere una società senza scrittura? Forse sì, ma non può esistere una società senza lettura (Manguel, 2009).

Leggere
Il museo Tolomeo lavora intorno a tre parole chiave principali: geografia, ascoltare e leggere.
Leggere e non scrivere. La lettura è il pensiero primo di chi scrive: chi ci legge. La lettura è il primo pensiero da curare perché orienta qualsiasi scrittura.

La lettura è cumulativa. Imparare a leggere non solo i segni stampati su un foglio, ma imparare anche a leggere i contesti, le persone intorno a noi, il mondo è una chiave importante per comprendere e aprirsi all’altro.
Leggere è come il conoscere attraverso il toccare: ha bisogno di tempo. Leggere un testo è come  attraversare uno spazio al buio. Non basta vedere un libro per conoscerne il contenuto. Dobbiamo seguirne il filo, riconoscere i segni che sono stampati al suo interno. Braille o caratteri latini che siano, ci portano ad entrare in una dimensione che stimola e innesca attenzione, attiva  immagini e rinnova le mappature.
Anche in questo caso gli stimoli che riceviamo ci permettono di fare emergere a partire da noi stessi le cose che non conosciamo, per inferenza, confrontandole con le passate esperienze.

Stimoli

Siamo immersi in qualcosa di molto grande che per cultura comprendiamo attraverso i cinque sensi. I cinque sensi in fondo sono un modo che ha trovato la natura per renderci comprensibile la realtà che ci sta intorno: sono le finestre attraverso le quali apprendiamo le cose.
A ben guardare da semplici stimoli apparentemente poco significanti, traiamo una moltitudine di informazioni.
Tutti gli stimoli sono molto ambigui. «Tutti gli stimoli sono di per sé privi di significato perché le informazioni che toccano i sensi, o anche quelle create dai sensi stessi, possono non voler dire assolutamente nulla. Tutto ciò che passa attraverso la finestra della nostra percezione è aperto a infinite interpretazioni perché le fonti delle informazioni sono moltiplicative: vale a dire che le informazioni provenienti dalle molteplici fonti del mondo esterno vengono di fatto moltiplicate tra loro, dando origine a informazioni ambigue» (Lotto 2017: 66). Per questo il nostro cervello si è evoluto non per vedere la realtà, ma soltanto per aiutarci a sopravvivere alla costante marea di stimoli mescolati tra loro.

Cervello

La nostra mente agisce in un cervello che non è più rinchiuso in un modello rigido. Non è più vero che c’è un’area che vede, una che sente ecc. Si è visto sperimentalmente che tutto il cervello è coinvolto nella conoscenza del mondo: i sensi che consideriamo sempre e solo cinque in realtà non afferiscono a cinque precise aree del cervello, ma perché questi possano trasformarsi in dati cognitivi, in elementi di conoscenza che permettono comportamenti, fanno riferimento ad aree che lavorano gli stimoli, li elaborano e solo poi li trasformano nel suono che sentiamo, nell’immagine che comprendiamo, nel gusto che assaporiamo.
Ad esempio Semir Zeki ci indica che nella percezione visiva sono molteplici le aree del cervello che vengono impiegate. Le stesse aree, anche in caso di cecità lavorano analogamente per appoggiare altri sensi. Ad esempio il riconoscimento delle forme attraverso il tatto (Zeki, 2007).
La realtà non è come ci appare ma come abbiamo imparato a rappresentarcela.
Ciascuno di noi, nonostante si pensi come unità, si relaziona con il mondo su piani di vita differenti: possediamo una vita biologica, una vita psichica, una vita spirituale. Tutte queste interagiscono tra loro permettendo al cervello di produrre mappature senza sosta. «Il cervello è un cartografo nato e la cartografia iniziò con la mappatura del corpo all’interno del quale esso è collocato. Il cervello è un incontenibile imitatore» (Damasio, 2012: 88). L’essere cosciente quando agisce interroga tutti i corpi che agiscono all’interno del proprio spazio vitale relazionale. Ogni mattina il risveglio ci consente di riemergere e di esaminare i nostri possedimenti mentali, «la proiezione a tutto cielo di un film magico in parte documentario e in parte fiction altrimenti noto come mente umana cosciente» (Damasio, 2012: 14).

Conclusione

Goethe pensava la conoscenza quale tessuto di relazioni. Come già un grande sistema nel quale il soggetto è sempre coinvolto in un’infinita interazione reciproca e in un perpetuo spostamento dei confini e di modificazioni dei limiti.
Le immagini non sono solo documentazioni visive o tattili. Esse organizzano anche la nostra memoria e il nostro pensiero, ci consentono cioè di portarci dietro qualcosa con il quale pensiamo. In sintesi vedenti o non vedenti, pensiamo per immagini.
Ciò che ci differenzia è il percorso che viene seguito nella costruzione di queste immagini, che nel cieco è sempre di natura analitica e quindi si sviluppa nel tempo. Per conoscere deve muoversi all’interno di uno spazio come un “buionata”, collezionare esperienze. Mancando la vista manca la prospettiva, una dimensione simbolica che mettendo ordine al mondo riempie il vuoto nel quale ci muoviamo. Conoscere il mondo attraverso il tatto significa prendere la forma delle cose, aderirvi, mettere a mente non solo una immagine ma anche incorporare la forma della cosa. Resta impressa nella mente come immagine e nei muscoli come modello.

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Fabio Fornasari costruisce dispositivi per mostrare e  raccontare storie di valore all’interno di progetti e installazioni museografiche e ambienti di apprendimento. Tra queste Museo del Novecento Milano (con Italo Rota) e Museo Tolomeo (con Lucilla Boschi). Sviluppa progetti che hanno una dimensione di relazione: coinvolgono il pubblico all’interno di dinamiche di interazione cognitiva e sensoriale. A fianco di psicologi e pedagogisti sviluppa modelli educativi di frontiera in diversi centri di ricerca.

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