Gettare il corpo nella lotta

The Body as Method di Nation25

Gettare il corpo nella lotta
The Body as Method
di Nation25

Embodying Borders studio, Nation25, Kinkaleri, Nadia Arouri, disegno di Caterina Pecchioli, 2016

 

Non c’è alcuna forma di potere più elementare di quella che il corpo esercita
Elias Canetti

 

In Self Capital: ICA, Melanie Gilligan immagina l’economia globale come un corpo umano su cui sia possibile proiettare funzioni e desideri del sistema economico. La Gilligan fa interpretare all’attrice Penelope McGhie tutti i ruoli: l’addetta all’accettazione, le due analiste e la loro paziente. Quest’ultima si presenta come l’economia globale costretta ad andare in terapia, colpita da stress post-traumatico, in seguito ad una crisi finanziaria. Il tracollo fisico e mentale qui divengono metafore della caduta e dell’implosione dei sistemi monetari. La terapista costringe la paziente a liberarsi dalla routine dei suoi pensieri, la esorta a diventare come un animale la cui attenzione è distolta dalla necessità di sopravvivere e ad ascoltare il proprio corpo. La paziente si libera dall’obbligo di avere, di moltiplicare il suo operato, di produrre, e viaggia libera nelle proprie intuizioni. Di che società ha bisogno il nostro corpo? Potrà l’economia agevolare gli interessi di tutti gli uomini senza privilegi e canali preferenziali, svincolata da un schiavismo capitalista che lei stessa dirige e a cui ci sottopone?

02.Self - Capital Still from video Video, (episodes 1,2,3), 27'

Self Capital, Melanie Gilligan, still da video, 2009

Durante uno dei laboratori del Nationless Pavilion 2015, insieme al curatore, critico d’arte e politologo Denis Maksimov, abbiamo decostruito la figura del Leviatano teorizzata da Thomas Hobbes nel 1651 come proiezione del sistema gerarchico attraverso cui lo Stato moderno si legittima e prende forma: un gigante mostruoso incontrollabile da parte degli uomini, ma il cui corpo è costituito da singoli individui – quei cittadini che, componendolo, ne permettono il potere e al contempo ne sono vittima.

03.Leviatano, Thomas Hobbes

 

Leviatano, Thomas Hobbes, 1651

Smembrare, analizzare per singoli elementi, rompere la gerarchia e la catena delle funzioni corporee – in questo caso statali – ci ha permesso di individuare “un corpo senza organi” da ricostruire come nuovo sistema sociale, reticolare e orizzontale in cui le linee di confine non sono più bordi ma luoghi di scambio.

04..Nation25's Social System-Nationless Pavilion 2015

New Social System, Nationless Pavilion 2015

L’effetto di questa ricerca è stata la necessità di lavorare alla seconda edizione del Nationless Pavilion, durante la Biennale d’Architettura 2016 dal tema “Reporting From The Front”, utilizzando il corpo come metodo1.
Il corpo individuale e collettivo come strumento di una ricerca sul confine, di cui riceviamo giornalmente, come testimoni passivi, le immagini da territori di frontiera e campi d’accoglienza. Nasce così il ciclo performativo “Embodying Borders”, letteralmente IN-CORPORARE il confine, dal lat. IN e CORPORE, mescolare più elementi fondendoli insieme, ma anche attirare a sé e convertire alla propria sostanza.
Convertire alla propria sostanza il confine è il lavoro che Nation25 ha avviato insieme al collettivo italiano Kinkaleri e la coreografa e danzatrice palestinese Nadia Arouri, sfociato nei primi due capitoli di una ricerca in progress che proseguirà durante i mesi della Biennale d’Architettura 2016, in collaborazione con le realtà artistiche locali e la rete di accoglienza del comune di Venezia.
Cosa significa abitare il confine, subirlo, pazientarlo, percorrerlo, misurarlo, oltrepassarlo?
Risale fin alle società rituali e appartiene al gioco strategico di costruzione del mondo, la creazione di linee di demarcazione tra sacro e profano, bene e male, vita e morte, privato e pubblico, interno ed esterno.
Non si tratta di sperimentare i limiti del proprio corpo e di abbattere il limite fra arte e realtà – le operazioni della Body Art in questo senso si sono già compiute (sopra tutti Chris Burden) – ma di immaginare.
Immaginare da un lato un corpo umano come frontiera, sul quale proiettare funzioni, bisogni, paure dei governi, la crisi dei nazionalismi e sistemi ancorati ad una vecchia idea di geografia, la rabbia di chi – in guerra – cerca rifugio. Dall’altro immaginare una resistenza, una conversione della frontiera attraverso la capacità del corpo di abitarla, muoversi, modificarsi, diventare malleabile ed esercitare una volontà sugli ostacoli.
Come esprimere queste sensazioni attraverso il corpo è stato il lavoro di ricerca avviato insieme ai Kinkaleri e Nadia Arouri, un lavoro che ha criticizzato la rappresentazione della condizione di chi vive il confine, Nadia Arouri in primis in Palestina, cercando la presentazione delle nostre soggettività.
Marco Mazzoni dei Kinkaleri ha cercato i propri confini: il suo corpo spinto al limite o in ascolto, la relazione con il pubblico e la voglia di interagire o di fuggire da esso, lo studio e la misurazione dello spazio, il farsi parte o resistere alle architetture. E’ stata un’indagine in soggettiva, l’unica possibile per affrontare il rapporto corpo-confine.

Il confine da oggetto – murato stabile spinato – di ricerca, diviene oggetto di una prospettiva di cambiamento dall’instabilità del mondo contemporaneo, che gli Stati, gli attori politici globali, le agenzie di governance e il capitale devono attraversare. «Come sempre accade, la chiusura di una rotta non interrompe il flusso di persone in movimento, si limita a spostarlo»1.

Ed è a partire dal Corpo che avviene questo ripensamento del Confine.

Una nuova quarta parete psico-fisica, che abbatte la diplomazia politica per la lotta per la vita, separa il mondo della libertà da quello della militarizzazione e del soggiogo, unisce territori secondo una logica amante delle necessità e della diversità.
Il “Monumento continuo” di Superstudio immaginava, già dal 1969, nuovi orizzonti capaci di geometrizzare e riordinare le città, collegare zone in sopraelevata, attraversare deserti, unire laghi, per comprendere ed estendere lo spazio in cui viviamo. Noi siamo le linee che tracciamo, secondo il lavoro di Fernand Deligny con i bambini autistici e, più tardi, di Deleuze e Guattari, al corpo è lasciato il compito di esprimere le volontà di chi non può farlo in altro modo, esso traccia la propria gegografia al di là dei confini territoriali e funzionali. E’ esplorazione.

10.Superstudio, Monumento continuo

Monumento continuo, Superstudio, 1969

11.Ferdinand Deligny-Lignes d'erre

Cartes et lignes d’erre, Fernand Deligny, 1969-1979

 

 

EMBODYING BORDERS
I and II Studio, 26-27 maggio 2016, Padiglione Uruguay, Biennale d’Architettura 2016 e Sale Docks, Venezia.
Next Studio: check www.nation25.com

 

S. Mezzadra, B. Neilson, Border as Method or the Multiplication of Labor, Duke University Press, Durham, 2013. Sandro Mezzadra nel testo “Il confine come metodo” fa del confine un sistema epistemico, un luogo di sapere transdisciplinare, il centro della produzione del sapere.
S. Liberti, L’accordo tra Europa e Turchia riporta i siriani in Italia, Internazionale online, 11 aprile 2016.

 

Nationless Pavilion è un progetto curatoriale nato a Venezia nel 2014 per la volontà di riattualizzare due concetti relativi alle esposizioni in campo artistico che lavorano secondo la formula dei Padiglioni Nazionali: il concetto di Stato-Nazione e la sua rappresentazione in maniera espositiva. È stato perciò fondato un Padiglione grazie a coloro che hanno lasciato le loro nazioni d’origine e che, attraverso il potere dei loro corpi e la migrazione, stanno mettendo in crisi le politiche nazionalistiche e la difesa dei loro confini. Il Nationless Pavilion privilegia un lavoro processuale, basato sull’esperienza diretta e le forme laboratoriali, embrionali alla realizzazione di opere e soluzioni espositive. Ideato da Sara Alberani fa parte dei progetti di Nation25, vede la sua prima realizzazione durante la 56° Biennale d’arte di Venezia.

Nation25 è una nazione invisibile che vive tra noi, costituita dai 60 milioni di individui recensiti come rifugiati. Lʼintento è quello di ripensare le esperienze di migrazione ed espropriazione e ciò che esse attivano, attraverso il linguaggio artistico e la sua autonomia poetica. Con sede tra Roma, Amsterdam e Bruxelles, Nation25 è una piattaforma artistica fondata nel 2014 da Elena Abbiatici, Sara Alberani e Caterina Pecchioli.

Continua