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Omaggio a Isidore Ducasse, Paul Nougè e Walter Benjamin a cura di Rossana Macaluso

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Omaggio a Isidore Ducasse, Paul Nougè e Walter Benjamin
a cura di Rossana Macaluso
con il contributo di Rossana Macaluso, Alessandro De Vita, Silvia Calvarese, Marie Velardi, Giulia Grechi, Cecilia Guida, Valentina Fiore, Paola Bommarito, Enrico Pitozzi, Viviana Gravano

Al suo terzo anno di attività, il magazine roots§routes research on Visual Cultures continua a porsi come una piattaforma di riflessione e di ricerca, spazio di incontro e di intersezione aperto a contributi di ricercatori, teorici e artisti. La redazione sceglie di dedicare questo nuovo numero all’Arte Relazionale, omaggiando quella stretta relazione tra artista/autore e fruitore/spettatore che porta alla produzione di un “oggetto” che è un processo che crea una nuova forma condivisa di soggettività. L’editoriale non si sottrae a questa logica, e la redazione sceglie di confondere le proprie voci con quelle di alcuni studiosi esterni in un processo relazionale, materiale e immateriale, tangibile e intangibile allo stesso tempo.
Si è scelto di costruire un testo narrativo traendo ispirazione dal gioco del cadavre exquis. A differenza dell’originale dinamica relazionale surrealista (nella quale nessuno poteva conoscere l’intervento dell’altro) ciascuno ha potuto associare la propria citazione, in maniera del tutto discrezionale, a quelle precedentemente avviate.
Il risultato è una narrazione composita, che riposiziona citazioni di testi di grandi studiosi e scrittori del contemporaneo, da George Perec a José Saramago, da Joris-Karl Huysmans a Antonin Artaud.

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Mi piace camminare per Parigi. A volte, per interi pomeriggi, senza meta precisa, né proprio a casaccio, né all’avventura, ma cercando di lasciarmi trasportare. A volte prendo il primo autobus che si ferma (non si possono più prendere i bus al volo). Oppure preparo accuratamente, sistematicamente, un itinerario. Se ne avessi il tempo, mi piacerebbe ideare e risolvere problemi analoghi a quello dei ponti di Koenigsberg, o, per esempio, trovare un itinerario che, attraverso tutta Parigi, passi soltanto per strade che cominciano con la lettera C.Non so bene dove accadesse… in una chiesa, in una bara, in una cripta? Forse… su di un autobus. E c’era,.. Cosa diavolo c’era? Spade, omenòni, inchiostro simpatico? Forse… scheletri?
Sí scheletri, ma ancora con la carne intorno, vivi e vegeti. Almeno, temo. Gente su di un autobus. Ma ce n’era uno (o erano due?) che si faceva notare, non vorrei dire per che cosa. Per la sua astuzia sorníona? Per la sua adipe sospetta? Per la sua melanconia? No, meglio – o più precisamente – a causa della sua imprecisa immaturità, ornata di un lungo naso.., mento… alluce? No: collo. E un cappello strano, strano, strano. Si mise a litigare (sí, è cosí) senza dubbio con un altro passeggero (uomo o donna? bambino o vegliardo?). Poi finí- perché finí pure, in qualche modo o maniera – probabilmente perché uno dei due era scomparso… Credo sia proprio lo stesso individuo quello che ho rivisto.., ma dove? Davanti a una chiesa, a una cripta, a una bara? Con un amico che doveva certo certo parlargli di qualcosa, ma di che, di che, di che?2 A ogni modo, se oggi ti imbatti per la strada in qualcuno che sembra una tua fantasia adolescenziale, probabilmente non è una tua fantasia, ma qualcuno che ha avuto la tua stessa fantasia e invece di diventare quello che fantasticava di essere ha deciso di assumerne l’aspetto: è andato in un negozio e si è comprato il look che piace anche a te. Meglio scordarsela quella fantasia.3 Tutto quello che posso dirvi è che, dal momento in cui qualcosa ci fu, e non essendoci altro, quel qualcosa fu l’universo, e non essendoci mai stato prima, ci fu un prima in cui non c’era e un dopo in cui c’era, da quel momento, dico, cominciò a esserci il tempo, e col tempo il ricordo, e col ricordo qualcuno che ricordava, ossia io o quel qualcosa che in seguito avrei capito d’essere io. Intendiamoci: non che mi ricordassi di com’ero al tempo del niente, perché allora non c’era il tempo e non c’ero io; ma adesso mi rendevo conto che, anche se non sapevo d’esserci, un posto dove avrei potuto essere ce l’avevo, cioè l’universo; mentre prima, anche volendo, non avrei saputo dove mettermi, e questo faceva già una bella differenza, ed era appunto questa differenza tra il prima e il poi che io ricordavo.4 Facevo il mio ingresso nel mondo, preoccupato di trovare un senso alle cose, con l’animo pieno di desiderio di essere all’origine del mondo, ed ecco che mi scoprivo oggetto in mezzo ad altri oggetti. […]  «Toh, un negro!» era uno stimolo esteriore che mi colpiva secco e leggero in mezzo alla fronte mentre passavo. Abbozzavo un sorriso. «Guarda, un negro!» era vero. Mi divertivo. «Guarda, un negro!» A poco a poco il cerchio si restringeva. Mi divertivo apertamente.
«Mamma, guarda il negro, ho paura!» Paura? Paura? Si mettevano ad avere paura di me. Volli divertirmi fino a soffocare, ma mi era diventato impossibile. […] Allora lo schema corporale, attaccato da più parti, crollò cedendo il posto ad uno schema parziale ed epidermico. In treno non si trattava più di conoscere il mio corpo in terza persona, ma in persona tripla. […] Ero insieme responsabile del mio corpo, della mia razza, dei miei antenati. Mi percorrevo con uno sguardo oggettivo, scoprivo la mia nerezza, i miei caratteri etnici, e avevo i timpani perforati dall’antropofagia, l’arretratezza mentale, il feticismo, le tare razziali, i negrieri, e soprattutto, soprattutto «Y-a-bon banania». Quel giorno, disorientato, incapace d’essere al di fuori con l’Altro, il Bianco, che m’incarcerava implacabile, me ne andai lontano da me stesso, lontanissimo, costituendomi oggetto. Cos’era per me se non uno scollamento, una lacerazione, una emorragia che mi coagulava sangue nero tutto addosso?5 Col pretesto della libertà e del progresso, la società aveva trovato il modo di rendere ancor più misera la miserabile condizione dell’uomo, strappandolo alla sua casa, infagottandolo in un costume ridicolo, distribuendogli particolari armi, abbrutendolo in una schiavitù identica a quella da cui erano stati un tempo liberati i negri, per compassione: e tutto questo con l’unico scopo di metterlo in condizioni di poter assassinare il suo prossimo senza rischiare il patibolo, come lo arrischiano gli assassini comuni che operano da soli, senza uniformi, con armi meno rumorose e meno rapide. «Che strana epoca, questa».6 La colpa è mia, piangeva, ed era vero, non si poteva negare, ma è pur certo, se può servirle di consolazione, che se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevederne tutte le conseguenze, a considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero. I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.7 L’irreparabile è che le cose siano così come sono, in questo o quel modo, consegnate senza rimedio alla loro maniera di essere. Irreparabili sono gli stati delle cose, comunque essi siano: tristi o lievi, atroci o beati. Come tu sei, come il mondo è – questo è l’Irreparabile. L’Irreparabile non è né un’essenza né un’esistenza, né una sostanza né una qualità, né un possibile né un necessario. Esso non è propriamente una modalità dell’essere, ma è l’essere che già sempre si dà nelle modalità, è le sue modalità. Non è così, ma è il suo così.8 Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarla cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte come una danza infinita col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo.9 Tutto ciò che agisce è crudeltà.10

deupaperamento

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1 Georges Perec, Specie di Spazi, Bollati Boringhieri, pag. 76. (Rossana Macaluso)
2 Raymond Queneau, Esercizi di Stile, Einaudi. (Alessandro De Vita)
3 Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol. da A e B e viceversa, CARTE D’ARTISTI, Abscondita, 2009. Pag. 51. (Silvia Calvarese)
4 Italo Calvino, Il niente e il poco, in Tutte le cosmicomiche, pag. 363, A. Mondadori Ed. (Marie Velardi)
5 Frantz  Fanon, Pelle nera maschere bianche, Marco Tropea Editore, 1996, pag. 99, 100. (Giulia Grechi)
6 Joris-Karl Huysmans, A ritroso, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 1997, pag. 197. (Cecilia Guida)
7 José Saramago, Cecità, Einaudi, 1996, pag. 7. (Valentina Fiore)
8 Giorgio Agamben, La comunità che viene. Bollati Boringhieri, Torino 2008, pag. 73. (Paola Bommarito)
9 Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia, Einaudi, Torino 2008, p. 5. (Enrico Pitozzi)
10 Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino 1978, p. 200. (Viviana Gravano)

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Convivium. Progetto d’arte relazionale di Valentina Lucia Barbagallo

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Convivium
Progetto d’arte relazionale di Valentina Lucia Barbagallo

Convivium è un progetto d’arte relazionale nato dalla collaborazione tra Zelle1 Arte Contemporanea, spazio espositivo indipendente di Palermo diretto da Federico Lupo, e Balloon2 Communications, Art Curating & Publishing Project, piattaforma glocale fondata da tre giovani catanesi che si occupano di comunicazione, curatela di mostre d’arte contemporanea e microeditoria indipendente.
Il progetto prende le mosse da un’affermazione di Nicholas Bourriaud, padre della definizione di arte relazionale e autore del libro Esthetique relationnelle, secondo cui: “il processo più importante che si è verificato dall’inizio dell’arte moderna è stata la trasformazione dell’opera da un monumento a un evento. Un evento è qualcosa che dobbiamo condividere e comprendere; nessuno comprende un evento in se stesso; esso richiede una certa discussione, un tentativo di stabilire uno scambio con i partecipanti o altri osservatori…”

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Convivium, Zelle, Palermo, giugno 2012

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Convivium è, infatti, un’opera unica formata da sei “porzioni di opere” a se stanti e da testi scritti da artisti e curatori, al cui interno il linguaggio visivo conversa con quello testuale con l’intento di creare scambio e partecipazione. Nello specifico, è stato chiesto a sei artisti (Francesco Balsamo, Fabrizio Cosenza, Carmelo Nicotra, Luigi Massari, Giuseppe Mendolia Calella, Enrico Piras) provenienti da città diverse di esporre una porzione della propria ricerca e di essere anche osservatori e “critici”sensu amplo di una “porzione di un collega-commensale”. La fase iniziale del progetto che prevedeva la realizzazione di ciascuna porzione e la possibilità di chiedere a un curatore di scrivere un testo critico, è stata più semplice o, potremmo dire, “più conforme al protocollo”. Anche qui gli artisti hanno dimostrato forte personalità: alcuni come Francesco Balsamo e Luigi Massari hanno spiegato con testi autografi le proprie porzioni; gli altri quattro, invece, hanno delegato la spiegazione relativa alla propria ricerca a dei curatori. Carmelo Nicotra, infatti, ha duettato con Maria Giovanna Virga; Enrico Piras con Giangavino Pazzola; Fabrizio Cosenza con Rocco Giudice; Giuseppe Mendolia Calella con Gianluca Lombardo. Invitare, nella fase successiva, gli artisti a esprimersi, non solo con il linguaggio a cui sono più avvezzi, ma anche con la parola scritta, consapevoli che sarebbe confluita all’interno di una pubblicazione B-publishing3 distribuita durante l’opening della mostra, non ha sortito iniziale entusiasmo ma a posteriori tutti sono stati estremamente soddisfatti dei risultati ottenuti. Mail, telefonate, ricerche bibliografiche, riferimenti storico artistici, considerazioni personali, criticità verso la propria interpretazione dell’opera altrui sono stati tutti passaggi salienti per la stesura dei testi redatti dagli artisti in merito al lavoro di un “collega”. Ciascuna coppia di “commensali” si è formata autonomamente e spontaneamente tanto da dare vita, in due casi su tre, a combinazioni diverse da quelle individuate nel testo curatoriale. Gli artisti – accomunati dall’interesse nei confronti dell’interazione tra microdimensione spaziale e macrodimensione temporale, della ridefinizione dei luoghi, dei tempi e delle cose, della risemantizzazione degli oggetti – si sono reciprocamente scelti, rivelando note di sincera stima professionale.

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Installazione Convivium, Zelle, Palermo, giugno 2012

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Giuseppe Mendolia Calella descrive la porzione di Enrico Piras come “il frame di una scansione che, dal micro al macro si immobilizza sul visibile e sul concreto. Una donna che sorride, una bambina col gelato, un uomo mascherato, una fossa d’acqua piena di ippopotami; oltre la bella immagine, Piras riporta una vitalità folgorante che si attiva tanto nell’azione del raccontare per lui, quanto in quella dell’ascoltare per noi”. “La dimensione del frammento – asserisce Enrico Piras – mi sembra quella più propria per definire e avvicinarsi al lavoro di Giuseppe Mendolia Calella, artista che opera attraverso l’asportazione, l’assemblaggio e la composizione di oggetti e materiali. In ogni caso, si tratta di materia che porta con sé una storia, mai oggetti nuovi…”.
Le ricerche di questi due artisti, infatti, come loro stessi sottolineano, si concentrano sul ricordo: di una casa mai abitata ma piena di memorie altrui, Mendolia Calella; di foto di famiglia che ripercorrono un passato non vissuto ma che gli appartiene perché scattate dal nonno in Africa, Piras.
E ancora, Francesco Balsamo scrive sulla porzione di Carmelo Nicotra: “Sembra si possano dire intere frasi con una sola emissione di fiato, ma insieme al fiato le parole volano via. Come si potrebbero tenere le parole? Scrivendole, certo, il bianco di un foglio le terrebbe, ma sarebbero dette, scritte, per l’appunto, non parlate. Le parole di un dialogo hanno bisogno del fiato, di perdersi a mucchi sparsi, come semi”. Carmelo Nicotra tratteggia Lascia abitare di Francesco Balsamo come “il tentativo di costruire uno spazio in cui poter vivere, dove all’interno si muovono situazioni, affetti e speranze. Ma si avverte un senso di instabilità formale con una fragile struttura architettonica disegnata con i capelli appartenenti alle stesse persone che la abiteranno”.
Nicotra vuole ricordare, trattenere il passato, cristallizzare l’azione del parlare-chiacchierare mangiando semi di girasole: un’abitudine familiare ma anche collettiva che appartiene a due generazioni precedenti alla sua ma che gli sono ugualmente care; desiderio di dimenticare ciò che ha precedentemente impedito un progetto di convivenza, invece, è il monito che sta alla base di Lascia Abitare di Balsamo che progettando una casa chiede a “G.” di consentirgli di vivere insieme, di credere ancora in un progetto di vita condivisa.
La porzione di Massari nasce da un ricordo siciliano e ne rievoca – secondo Cosenza – altri molto più lontani nel tempo e nello spazio. Parte da Palermo per arrivare alla Croce per antonomasia, alla croce di Gesù Cristo, di quel Gesù Cristo morto in croce ma nato – secondo il Corano – ai piedi di una palma. La palma-croce diviene simbolo del nostos, del ritorno fisico, metafisico, vitale e mortifero, di un ritorno necessario per ripristinare un equilibrio tra uomo e natura, sacro e profano, oriente e occidente, giusto e sbagliato”. “Nell’opera di Fabrizio Cosenza colgo la traccia – scrive Luigi Massari – di una natura algida, intenta a perpetuare se stessa, mentre nasconde sotto una compiuta immagine di bellezza la sua avversione per la nostra razionalità. Eppure, dovrebbe essere la ragione a disingannare e a guidare l’uomo verso l’autentico sapere che consiste nel prendere coscienza della propria inutilità dissolvendo i gradi di separazione che ci slegano dal mondo naturale”.
Sacro e profano, storia e immaginazione si fondono e si confondono all’interno della porzione di Massari proprio come la natura e l’uomo, la spontaneità e l’artificiosità nella porzione presentata da Cosenza.

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Installazione B-PUBLISHING CONVIVIUM, Zelle, Palermo, giugno 2012

Installazione B-PUBLISHING CONVIVIUM, Zelle, Palermo, giugno 2012

Anche il pubblico è stato chiamato a partecipare, osservando e interagendo con le porzioni poste sul tavolo (gli oggetti potevano, anzi dovevano, essere toccati, spostati, fruiti, ecc) e leggendo i testi scritti raccolti nel quaderno B-publishing.
Durante l’opening, solo gli “addetti ai lavori” hanno dato vita ad un dibattito sulle relazioni sociali, oltre che su quelle estetiche, del progetto. Il confronto orale è stato critico e costruttivo: si è discusso delle “porzioni” in relazione a se stesse e alle altre, alla memoria collettiva e alla storia dell’arte, al proprio background culturale e familiare. Più ostico è stato l’approccio con tale tipologia di progetto per il pubblico occasionale, per quella fetta di pubblico abituata a visitare ma non a prendere parte attivamente alle esposizioni d’arte contemporanea… In occasione del finissage sono stati messi a disposizione della penna del pubblico quaderni B-publishing vuoti che, pur presentando la stessa copertina del B-publishing Convivium, erano scevri dei contributi curatoriali e artistici. Bloccato dalla timidezza, dal contesto, dall’”esercizio insolito e inaspettato”, il pubblico non ha scritto in quella sede, ma a posteriori. Sono arrivate, infatti, all’indirizzo di posta elettronica di Balloon riflessioni, considerazioni, articoli e tesi di laurea in cui, partendo da Convivium, il pubblico di settore e non ha trovato analogie e differenze con precedenti e più noti progetti d’arte relazionale; con la storia personale e collettiva, ha riflettuto sulla forza comunicativa di questo progetto; sull’importanza di creare rete e sinergie locali, nazionali e internazionali, ecc.
Il progetto ha suscitato interesse, dialogo, confronto fra le parti, curiosità tra gli stessi partecipanti – artisti, curatori, pubblico – collocati virtualmente lungo la stessa barricata e guidati sempre virtualmente dagli stessi presupposti del progetto. Oltre ai testi già pubblicati, Balloon sta archiviando tesi di laurea, mail, messaggi, articoli con l’auspicio di far confluire alcuni estratti di questa documentazione in un’altra edizione B-publishing che la piattaforma sta preparando in vista della versione italo-cinese del progetto. Convivium ha, infatti, superato gli stessi intenti programmatici aprendosi a numerose chiavi di lettura, a una seconda edizione che verrà presentata in Cina entro la fine del 2013 e che vedrà la collaborazione tra artisti italiani e cinesi e tra due piattaforme Balloon Communications, Contemporary Art Curating & Publishing Project e Lab Yit4, Italian Contemporary Art Platform in China fondata dalla curatrice veronese Cecilia Freschini che da quasi dieci anni vive e lavora a Pechino.
Altro aspetto emerso a posteriori è la forza e la potenzialità che le piattaforme dedicate all’arte contemporanea hanno assunto negli ultimi anni, consentendo la creazione di ulteriori collaborazioni tra soggetti geograficamente distanti, ma che lavorano nello stesso settore. Questi website accessibili a tutti, poco onerosi in termini economici ma impegnativi dal punto di vista della progettazione grafica e dei contenuti consentono di abbattere le barriere reali e di creare scambio, confronto, aggiornamenti culturali, potenziando le relazioni e le edificazioni di reti culturali locali, nazionali e internazionali. Attorno alle piattaforme, infatti, lavorano attivamente equipe di professionisti che tentano con risultati davvero interessanti di promuovere trasversalmente l’arte contemporanea sul web e sul territorio. Testimonianza microscopica di questo fenomeno macroscopio sono le fiere e le varie kermesse d’arte che riservano sempre più spesso interi padiglioni alle realtà cosiddette “indipendenti”, alle piattaforme appunto. Altra riprova di questo fenomeno è  anche la seconda edizione di Convivium, Convivium-Cina: una curatrice italiana che vive a Pechino, appreso del progetto d’arte relazionale, è andata a Palermo, decidendo poi di promuoverne una seconda edizione italo-cinese che seguirà le stesse linee guida utilizzate per la prima versione.
Convivium è un progetto altamente dinamico e complesso, realizzato in quasi un anno di lavoro.
Dialogo, studio, interazione, divulgazione, documentazione sono state componenti imprescindibili sia nella fase di input che in quella di output del progetto. Coordinamento logistico e intellettuale sono stati elementi imprescindibili per individuare gli artisti, stabilire un nesso tra le varie porzioni e le relative ricerche individuali; capire tempi e modalità di interazione, dialogo, diffusione e documentazione delle stratificate e trasversali relazioni createsi tra artisti, curatori e pubblico.

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1Zelle, nata nell’aprile del 2005 nel cuore del centro storico di Palermo, Zelle Arte Contemporanea è tra le gallerie d’arte più attive del panorama siciliano. Sin dalla sua fondazione, Zelle ha coinvolto un cospicuo numero di artisti, gallerie, spazi pubblici e piattaforme web in più di 60 progetti, destando l’interesse delle più autorevoli testate del settore ed accreditandosi a livello internazionale. www.zelle.it
2Balloon Communication, Art Curating & Publishing Project è una piattaforma glocale, nata con l’intento di conoscere e far conoscere l’arte istituzionale e non, del nostro tempo. È un luogo–non luogo in cui poter stabilire una relazione tra il mondo dell’arte e la società. Balloon si articola in tre sezioni: “Communication”, incentrata su recensioni e interviste a artisti, curatori, galleristi, nazionali e internazionali attraverso cui Balloon conduce un’indagine sullo stato dell’arte contemporanea; “Art Curating”, dedicata a progetti espositivi e di curatela; “B-publishing”, rivolta a  progettazione e autoproduzione di quaderni a tiratura limitata.
www.b-a-l-l-o-o-n.it
3Convivium, Edizioni B-publishing, Catania, giugno 2012 (www.bpublishing.tumblr.com).
4Lab-Yit è una piattaforma indipendente senza scopo di lucro dedicata all’arte contemporanea italiana in Cina. L’obiettivo principale del progetto è l’attività di sostegno e promozione in ambito nazionale e internazionale della giovane arte italiana e grazie alle diverse sinergie in atto favorire e sviluppare progetti artistici italiani site specific, integralmente inseriti nel contesto locale e a stretto contatto con l’ambiente culturale cinese.

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Valentina Lucia Barbagallo (Catania,1985). Vive e lavora tra Bruxelles, Catania, Milano e Venezia. Curatrice indipendente d’arte contemporanea e operatrice culturale.
Si laurea in Filologia Moderna con una tesi sulle arti sorelle e il volto contemporaneo dell’ekfrasi. Frequenta corsi e master di specializzazione post-lauream: in Cultural Europroject Management (Bologna); in pratiche curatoriali e arti contemporanee (A plus A, Venezia), in Cultural Human Research (Catania); in Contemporary Art Market & Economy (Fondazione Creare, Olanda); in Visual Cultural Studies (International Summer School diretta dal Prof. Michele Cometa, Palermo). È co-fondatrice di Balloon Communications, Art Curating & Publishing Project, piattaforma glocale che si occupa di comunicazione e curatela di mostre d’arte contemporanea e di micro-editoria indipendente. È stata una delle tre finaliste del concorso nazionale di scrittura di critica “Nuove forme e temi dell’arte americana contemporanea” con il saggio Cindy Sherman inter; intra – viseità presso il C.C.C. Strozzina di Firenze (giugno, 2012). Ha curato mostre in spazi pubblici, gallerie e associazioni culturali private e collabora con alcune testate giornalistiche di settore e non. È assistente di galleria e addetta ufficio stampa presso ARTE CONTEMPORANEA Bruxelles, diretta da R. A. Musumeci per cui ha curato anche alcune mostre con artisti nazionali e internazionali. Dal 2007, è la Responsabile Scientifica dell’Archivio Pappalardo: collezione privata d’arte moderna e contemporanea. Tra i progetti in fase di realizzazione vi è la collaborazione con un ufficio stampa e agenzia di comunicazione di Milano che si occupa solo di arte contemporanea; la residenza presso la Fondazione Farm di Favara come collettivo Balloon e la seconda versione di Convivium-Pechino.

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Sedute temporanee. Lo spazio relazionale di Manuela Mancioppi di Lara Carbonara

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Sedute temporanee. Lo spazio relazionale di Manuela Mancioppi
di Lara Carbonara

Una situazione temporanea di condivisione, un luogo di sosta, che ‘costringe’ i partecipanti ad avere un contatto visivo o corporeo in una seduta indossabile in lana. Un tappeto-sacco che diventa luogo di partecipazione mobile: uno spazio in-corporabile che guarda gli attraversamenti di instabilità urbana come momenti performativi e di re-invenzione delle relazioni sociali. Temporary_Seating è il progetto che Mauela Mancioppi ha proposto nel 2011 per l’evento Contemporary City, a San Giovanni Valdarno.
Due estranei indossano lo stesso tubo di stoffa. Si ritrovano a guardarsi faccia a faccia o si scoprono con le spalle incollate a guardare altrove. Risatine, respiri imbarazzati, il maglione con tante braccia ed un unico collo rigurgita sul tappeto coppie di visitatori dilatando il loro­ tempo. Fermarsi, indossare un maglione, guardarsi, o strofinare la pelle contro quella dell’altro, sono la memoria di una offerta del proprio tempo, delle azioni di ritrovamento del sé che formano un corpo collettivo, un momento di pae(s)saggio viscerale in cui l’esterno sembra essere rivoltato verso l’interno; Contemporary City è una ricerca in progress; una città in movimento che si prende cura di se stessa: una rassegna itinerante definita come un laboratorio fuori dal contesto museale e Manuela Mancioppi è un’artista che attraversa la sua pelle, perfora la distanza tra i corpi attraverso una ricerca multisensoriale dello spazio. Uno spazio che ognuno può riconoscere come il proprio, in cui il movimento dell’uno deriva e determina il movimento dell’altro; il formarsi di equilibri ogni volta diversi, il creare relazioni attraverso un percorso che impone condizioni oggettive, la difficoltà di muoversi modificando l’ambiente che ci contiene, l’obbligo dell’interazione tra i soggetti che si ritrovano in uno spazio creato dalla relazione stessa. Il lavoro di Manuela Mancioppi è un lavoro immateriale, partecipativo, relazionale.
Nel 2006 Manuela incomincia una installazione ancora in progress, Mappe Multisensoriali. In cui cuce insieme corpo, spazio e sensorialità:
“Chiedo alle persone che incontro, abitanti del luogo o anche semplici ospiti e passanti, di indicarmi dei luoghi particolari che abbiano dei riferimenti con i cinque sensi, quindi sia al tatto, al gusto, all’udito, cioè a tutto quello che può rimanere nella memoria o comunque se c’è qualcosa di particolare, di quotidiano che accade sempre quel giorno alla stessa ora, così da ricreare poi grazie a tutte queste indicazioni date dal pubblico delle nuove mappe sensoriali per poter offrire una sorta di nuovo tragitto da percorrere e da riscoprire”.

Manuela Mancioppi, Temporary_Seating, 2011

 

 

In questa azione performativa il corpo attraversa un nuovo ambiente che lui stesso costruisce, che spesso ricostruisce a sua immagine e somiglianza, e che pensa di poter (ri)edificare attraverso il suo sguardo singolo, individuale, emozionale. L’ambiente urbano favorisce un senso di potenziale possesso dello spazio, determinato proprio dal mutato sguardo sulla propria città. Per dirla con le parole di Viviana Gravano: “L’uomo nuovo attraversa fisicamente la metropoli di notte e di giorno, la fa sua, la possiede, la violenta, e ingaggia con lei una battaglia quotidiana nella quale si sente alla pari”1.
Vagare, perdersi, seguendo le diverse suggestioni che la percezione sensoriale può dare non può che produrre mappe labili e continuamente ri-disegnabili. La deriva del gioco: una precisa rivendicazione del tempo non più come dovere, ma come tempo dello svago, dell’attenzione a se stessi, di una vita altra, al di fuori dei canoni comuni di riconoscimento.
Sempre nel 2006 Manuela inventa un abito abitabile, progettato per viaggiare, ad uso e consumo di  coloro  che  conducono una vita nomade, dei  perenni girovaghi dotati di valigia, dei senzatetto.
Indossando l’abito abitabile  da viaggio e con l’utilizzo della telecamera Manuela ha  percorso gli spazi urbani di Pescara, filmando i luoghi incontrati durante il proprio cammino. L’abito che si trasforma anche in  sacco a  pelo che le permette, nel tragitto, di sdraiarsi  per terra, in modo da avere  delle riprese video con un diverso punto di vista. In contemporanea alla performance nomade, il pubblico è stato invitato ad  interagire con l’artista negli spazi percorsi, con l’ausilio di una  mappa multisensoriale da compilare.  Ogni partecipante ha  indicato sulla suddetta mappa le emozioni provate con tutti  e 5 i  sensi, seguendo un percorso  comune. Una  legenda  esemplifica inoltre l’interpretazione del luogo stesso. Il  risultato è un video dei luoghi percorsi dal punto di vista di  Manuela e una mappa gigante con le  segnalazioni di spazi  particolari incontrati dalle persone,  per un invito ad un  percorso esperienziale del luogo  attraverso una sensibilità  ed un’attenzione diversa.  Manuela arriva, in tutta la sua ricerca artistica, ad esplorare se stessa attraverso l’esplorazione degli altri, del loro corpo, dei loro sentieri, delle loro impressioni.
Viaggiare dentro le sensazioni e i ricordi delle persone appare a Manuela l’unico viaggio possibile. Esplorare le rappresentazioni del mondo è come viaggiare in esso. L’artista esplora nelle sue performance una distanza: quello spazio tra lo spazio reale e la sua rappresentazione, o il suo ricordo o la sua esperienza; la sua creatività artistica diventa così, un modo per mescolare realtà, finzione e gioco: “come tentare di essere un personaggio del romanzo al di fuori del romanzo”2.
Ed ecco che scava, in uno sguardo sempre più intimo, oltre il finestrino, nell’installazione site-specific del Macro Future, Specie di Attraversamenti, 2010.
L’artista cuce insieme pensieri nomadi dispiegati su grovigli di strade e itinerari, sensazioni ritrovate come rituali giocosi, attese riformulate in paesaggi intimi.  In Specie di attraversamenti Manuela immobilizza istantanee sul filo dell’inchiostro, fra tratti profondi e fenditure ordinate dalla spinta nervosa della sua mano. L’immobilizzazione del pensiero in disegni e appunti che appoggiano lo sguardo fuori dal finestrino;  un realismo materico dal sapore dell’interstiziale, disturbo e contaminazione di creatività in corso. Graffi che intingono la pagina dal rumore di inchiostro, orientamenti instabili che si sporcano di una vita inafferrabile.
Un’indagine intima e pubblica insieme che indugia su scorci e paesaggi cercandone l’essenza; un’esplorazione di geografie che dà vita ad una conversazione con la traccia e il ricordo di ciò che è stato o ciò che abbiamo sentito, e ci permette di rinunciare all’anestesia della memoria.
La riscoperta dei luoghi visitati dall’artista attraverso le forme diaristiche dei suoi disegni, la compostezza privata delle sue analisi, la lucidità immobile dei suoi sguardi.
Manuela non disegna per descrivere, ma per superare la barriera che la divide da quanto guarda, per forare la superficie della realtà e mescolarsi con essa.  Il suo è un sentire-vedere che rivela situazioni emozionali senza mai raccontarle con esattezza: volti a metà tra delirio e luce, valigie che si immergono nel buio, treni che vengono fuori ostinati dalla strada, alberi al vento sfocati e  indistinti, strade che si perdono nella notte, lacrime insistenti che rigano i finestrini, parole anestetizzate a colpi di invenzioni. Uno sguardo strumento del sentire. Uno sguardo che cerca di scavare in quell’oscurità in cui tutto sprofonda, l’ombra della notte al di là del finestrino. E sembra che tutto quello di cui Manuela ha bisogno, lo porti via con sé. Una valigia “è tutto lì dentro, quello che mi appartiene”, racconta, e a volte sembra di ritrovarcisi dentro questa valigia. Come ritrovarsi nella patina distratta di una polaroid; come sognare sul suono strozzato di un giradischi; come sforzarsi di  percorrere lo spazio tra le righe; come stupirsi nel voler essere miopi e guardare il mondo con un occhio solo…
Alla centralità classica dello spazio consolidato, dunque si contrappone, quindi, la nuova centralità dello spazio percepito. E’ proprio questo spazio delle infrastrutture il referente e, insieme, il fondamento dell’identità come territorio dell’atopia. È qui che si deve cercare l’identità del non luogo. Ciò che è mutato si trova in questa distesa senza nome, in questo nuovo paesaggio della dispersione. Le performance della Mancioppi disegnano una sorta di geografia intima, tanto più perturbante perché tracciata quasi sempre in spazi estremamente pubblici. Più volte nel discorso arte contemporanea si insiste sul lavoro di rottura del limite pubblico/privato attuato dagli artisti, ma per l’artista il discorso si radicalizza perché la materia privata ‘messa in piazza’ richiede quasi sempre un’alta soglia di rischio personale dell’artista stessa. Le storie che Manuela Mancioppi mette in gioco partono sempre da lei e si allargano agli ‘altri’ che però entrano automaticamente in una sorta di autobiografia collettiva.
Se facessimo più caso allo spazio che occupiamo, ci soffermeremmo sulla considerazione che per dirla con De Certau, lo spazio è “un incrocio di entità mobili”.
Transitiamo fra gli ‘a capo’ delle frasi, in una condizione di equilibrio tra paragrafi e punteggiature; fra i passi frettolosi delle corse contro il tempo,  in una condizione di incertezza tra i semafori e il cemento. Percorriamo il nostro spazio in un gioco di ironie e riflessioni, testimonianze e opinioni, improvvisazioni e documentazioni.  In movimento, in una migrazione alla deriva, ci piace assumere il passo del lettore-viaggiatore con lo sguardo che delinea la direzione.
Allora potrebbe capitare di pensare che non siamo fatti per vivere la nostra vita fermi e ammorbati dai luoghi comuni, ma che potrebbe piacerci incominciare a camminare per trovare spazi incredibilmente nostri, e riuscirci a caderci dentro. Inevitabilmente.

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1 Viviana Gravano, Paesaggi Attivi L’arte contemporanea e il paesaggio metropolitano, Costa & Nolan, Torino, 2008
2 Sophie Calle, Double Game, London, Violette Limited

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Lara Carbonara è dottoranda in Teoria del Linguaggio e Scienze dei Segni (Università degli Studi di Bari Aldo Moro). Si occupa di studi culturali, visuali e postcoloniali focalizzando la sua ricerca  in ambito letterario-artistico. è  direttrice di una rivista on-line, ArtSOB Magazine che indaga i campi dell’arte contemporanea;  è una curatrice free lance ed ha diverse collaborazioni.

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